Appunti

“Abbiamo bisogno di un’evoluzione culturale. Anzi, di una rivoluzione.

Nell’arco di duecento anni abbiamo visto il mondo cambiare con una velocità a dir poco strabiliante; l’avvento della tecnologia ha sancito in qualche modo la velocizzazione del processo di sviluppo dello scibile umano.

È un dato di fatto.

Vogliamo parlare della medicina? Della motorizzazione? O magari dell’intrattenimento?

Quello che il nostro secolo vuole farci credere, con tutto questo correre verso un apice di umanizzazione, è una tensione verso la socializzazione come risorsa preponderante al pensiero. Ma non è così.

Mi piace il cinema, ho letto i saggi di André Bazin con estremo interesse. Ecco, se ci avviciniamo all’arte cinematografica in questa ottica, ci possiamo rendere conto della soggettività che permea un’opera. L’inclusione che ha portato la nostra socializzazione, non è che il prodotto di una forma decadente di libertà. Da qualche anno, ormai, è il pubblico a prendere le decisioni, a fare le scelte -anche stilistiche- al posto del regista o anche dello sceneggiatore.

Abbiamo tutti voce in capitolo.

Io però penso che il cinena sia lo sguardo di un uomo solo nel mezzo della vastità del proprio mare interiore.

Te lo spiego meglio.

La maggior parte degli astronauti, se non tutti, vanno nello spazio e vivono un’esperienza al di fuori del pianeta: hanno un contatto diretto con lo spazio siderale, col buio che c’è, con le stelle che riempiono il cosmo. Quando tornano devono sottoporsi a delle sedute psicologiche, perché tutto questo li ha profondamente cambiati, e si è dimostrato che ciascuno di loro soffre di Solipsismo.

Il solipsismo, che prima di tutto è una corrente di pensiero filosofica, ci dice che tutto ciò che esiste è un prodotto della nostra coscienza, che viviamo in una realtà proiettata da noi e che ci rimanda un’esperienza interiore il cui significato è la presa di coscienza del proprio posto all’interno di sé stessi.

È interessante, perché un conto è conoscere razionalmente questo tipo di nozione, un conto è viverla come fatto.

Immagina di svegliarti la mattina e sapere con certezza assoluta che quel che vivi sia un’illusione proiettata dalla tua coscienza.

Già, può essere devastante, no?

Eppure, sono dell’opinione che possa portare una ventata di aria fresca.

Immagina le possibili applicazioni.

In questo, il cinema sarebbe un’estensione del pensiero del regista. Potremmo assistere alla creazione di opere da eclettici pensatori che fanno del punto di vista una sincera narrazione.

Lo storytelling cinematografico cede frammenti di informazioni, palesi o celate a seconda dello stile, delle esigenze e del gusto, attraverso parole, personaggi, inquadrature, persino la fotografia non si risparmia di parlare un linguaggio espressivo.

In un film solipsista, la gestione delle informazioni che lo spettatore acquisisce verrebbero filtrate dalla coscienza del protagonista, dal suo punto di vista, assicurando per certa l’immersione dello spettatore al contesto nel quale viene introdotto.

La sospensione della credibilità non sarebbe più una formula per la visione e il godimento dell’opera, ma un acquisto grazie al quale barattare il proprio vedere col vedere della coscienza di un altro. Possiamo pensare a spostamenti di consapevolezza, sogni, miopia o fraintendimenti…”

“Questo succede coi sogni, no? Non sono forse una specie di film solipsistico?”

“Una specie, perché no?”

“E dimmi, allora, come ci si sente a essere il personaggio del sogno di qualcun altro?”

“Normale, penso. Tu come ti senti a essere un personaggio dei sogni di Dio?”

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