Aractarship

C’era una storia.

Spider pensava di non essere solo nell’universo. Lui, sopravvissuto a un pianeta morente nei dintorni di Zeta Reticoli, aveva progettato un’astronave con cui aveva raggiunto le stelle. Questa era la sua storia e a bordo dell’Aractarship puntò verso un pianeta più blu che verde con banchi di nebbia a celare molta della superficie allo sguardo.

Una volta nell’atmosfera del pianeta, si avvicinò a una delle sue terre. Là dove c’erano le montagne scure e bianche, in un deserto accanto alla distesa azzurra vide i terrestri: gli rassomigliavano anche se avevano la pelle rossa e gli occhi tirati come se fossero fessure. I terrestri lo ammirarono puntandogli contro le dita e lui pensò allora che non era solo nell’universo.

Spider atterrò con l’Aractarship. Quello che sapeva era ossigeno gli era insopportabile, l’avrebbe avvelenato, così indossò una tuta con in cima una sfera che l’avrebbe protetto da quella nocività. Uscì all’esterno.

Gli uomini lo accolsero con grandi cenni e lui si espresse nella loro lingua grazie al traduttore simultaneo universale: «Salve, terrestri». Si trattava di una lingua di terz’ordine, ma si sapeva che sulla Terra si parlavano diversi idiomi anche molto diversi l’uno dall’altro. «Vengo in pace».

Si fece in avanti un uomo che indossava delle decorazioni dorate che brillavano all’unico astro diurno del pianeta. «Sono il capo di questo popolo. Accettiamo la tua venuta e siamo felici di averti incontrato».

Spider sorrise, si chiese se i terrestri avessero capito che lui era contento.

I terrestri lo circondarono e sembrarono più interessati all’astronave.

«Questa è l’Aractarship, visto anche il mio nome» spiegò Spider con un sorriso. I suoi genitori si erano ispirati a una lingua terrestre per il nome. «Come vedete, gli otto tubi sparano le fiammate di propulsione quando è in viaggio. Due a destra in avanti, due a destra indietro, due a sinistra indietro e due davanti a sinistra. A seconda di come mi voglia muovere, faccio diminuire o aumentare il getto di fiammate».

I terrestri ne furono ammirati.

***

Nei successivi cicli solari, i terrestri incisero sulla piana desertica dei segni, uno di essi molto somigliante all’Aractarship.

«Questo è un ragno» spiegò il capo del popolo a Spider.

Spider annuì. «Creature simili ci sono… c’erano pure sul mio pianeta». Adesso ogni specie vivente si era estinta. Il ricordo dell’evento lo intristì.

In regalo, gli diedero alcuni ragni e lui ne fu lieto, ma si accorse che stando a lungo a contatto con l’ossigeno la tuta si logorava. «Devo andare».

Gli uomini si rattristarono, dagli occhi uscirono gocce di umidità e lui promise:

«Tornerò. Mi ricorderò del vostro ragno».

«Ricordati del ragno di Nazca e le altre creature» dissero all’unisono gli uomini, in prima fila il loro capo.

Spider avrebbe conservato i ragni in ricordo di quell’amicizia.

Questa, era la storia.

Ma ce n’era anche un’altra…

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Discussioni

  1. “Nei successivi cicli solari, i terrestri incisero sulla piana desertica dei segni, uno di essi molto somigliante all’Aractarship”
    Mi è subito venuto in mente quel deserto così incredibile che visto dall’alto mette i brividi. Poi, me lo hai confermato. Di quale altra storia si tratta?

  2. Ecco, ora tocca aspettare di conoscere anche l’altra storia. Uffa!
    Ben scritto, seguendo la struttura narrativa tipica della letteratura di genere e con il giusto twist narrativo quando compare il disegno tracciato sulla pianura. Ricordo le tante ore passate a leggere la fantarcheologia di Peter Kolosimo, fra i miei dieci e tredici anni.