
Arsenii
Certe volte alcuni ricordi fanno troppo male per essere dissotterrati, altre volte è proprio il lasciarli sepolti nella memoria a farci soffrire.
[…]
“Marco, apri!” echeggia una voce familiare battendo sulla porta.
Conosco fin troppo bene quella voce: è Arsenii, il mio coinquilino Ucraino.
Arsenii è più grande di me solo di qualche mese anche se di statura si ferma al metro e settanta, porta i suoi capelli biondi rasati, veste spesso giacche militari e ha sempre per la testa qualche idea per farci finire nei casini.
Ci conosciamo solo da pochi mesi ma essendo entrambi studenti stranieri in una capitale europea abbiamo legato immediatamente; ho sempre pensato che noi due fossimo molto simili, eccezion fatta per un minuscolo seppur gigantesco dettaglio.
Mi alzo dal letto, chiudo il mio portatile svogliatamente e barcollo verso la porta della mia camera, tanto oggi non riesco a scrivere niente di buono.
Mentre mi dirigo verso la porta contemplo tutti i possibili motivi che abbiano spinto Arsenii a bussare alla mia porta alle nove di sera: potrebbe volermi far vedere uno di quei video idioti che trova online, o forse vuole solo organizzare un uscita questo fine settimana ma lo scenario il più probabile resta che mi abbia teso un qualche tipo di scherzo e stia solo aspettando che io apra la porta per cadere direttamente nella sua trappola.
Noi due ci facciamo sempre degli scherzi a vicenda, è stupido, lo so, ma è una cosa tutta nostra e quindi non deve necessariamente avere senso.
Tolgo il catenaccio e giro la maniglia, pronto al peggio, ma con mia sorpresa mi ritrovo la figura di Arsenii davanti alla porta coi pugni serrati e lo sguardo a terra.
“Arsenii che succede?” dico io confuso poggiandomi su uno stipite.
Gli occhi di Arsenii restano puntati sulla moquette grigia, riesco a sentire l’atmosfera farsi sempre più pesante mentre Arsenii cerca di prendere coraggio.
Dopo un interminabile istante lo vedo alzare lentamente gli occhi; Arsenii non è mai stato un tipo emotivo, proteggeva sempre le sue emozioni dietro un’artificiale malizia in casa o una severa austerità in pubblico ma questo tardo pomeriggio, per la prima volta, ho visto rigoli di lacrime fossilizzati sulle sue guance ora arrossate e i suoi occhi limpidi occhi di ghiaccio rossi per il pianto.
“Arsenii che ti è successo?” chiedo io preoccupato.
“Mi ha contattato il centro emigrazione, devo partire domani” sentenzia lui ingoiando il magone che ha in gola.
“Il mio permesso di soggiorno e i contributi per l’affitto stanno per terminare, domani mi traferiscono altrove in chissà quale altra città in Irlanda.”
Era bastata quell’unica frase per riportarmi alla triste realtà che avevo cercato di reprimere in questo ultimo periodo.
La verità era che Arsenii non si trovava in Irlanda come studente internazionale ma era lì come rifugiato, scappato da una guerra mortale a cui aveva contribuito quando aveva solo 15 anni.
Io ero un ragazzo, lui un ragazzo soldato.
“Quindi a che ora parti domani?” chiedo io seduto sulle scale del nostro pianerottolo.
“Presto, devo stare in centro entro le sette e trenta” risponde lui senza nemmeno rivolgermi lo sguardo, è troppo impegnato a riempire le sue valigie con qualunque cosa gli sia rimasto.
“Allora le vuoi quelle cose?” fa lui alzando lo sguardo dalla valigia.
Giusto, le cose, mi ripeto fra me e me. Riguardo la pila di cianfrusaglie e caramelle vicino ai miei piedi cercando qualcosa di speciale che mi ricordi i bei momenti passati insieme ma il mio sguardo si ferma su un vecchio e malconcio accendino quadrato.
Lo prendo tra le mani, osservandolo attentamente ma in una manciata di secondi l’accendino mi viene improvvisamente strappato di mano da Arsenii.
“Scusa, quello non so come ci sia finito lì in mezzo” sentenzia Arsenii continuando a buttare altri vestiti in una valigia semivuota.
“È tuo?” chiedo perplesso. A giudicare da com’è messo male sembra avere un secolo.
“No” risponde Arsenii di getto, “…Cioè si, è mio” conclude riprendendo le sue faccende.
“Di chi era?” faccio io.
Arsenii si ferma di colpo non appena sente queste parole e resta immobile per un istante, per poi riprendere a gettar vestiti nella valigia come se niente fosse.
“Era di Dan” risponde lui senza alzare lo sguardo.
“E chi è questo Dan?” incalzo io incuriosito.
Arsenii prende un lungo respiro e smette di riempire il borsone.
“Dan era il mio migliore amico prima che venisse ammazzato dai Russi, l’accendino e la sua placchetta militare sono le uniche cose che ho di lui. Me le hanno date i suoi genitori al suo funerale…” risponde lui freddamente.
È evidente che l’argomento Dan sia una delle poche cose che riesca a scalfire la barriera emotiva che si è costruito tutto attorno per proteggersi dagli altri.
“Arsenii mi dispiace, non lo sapevo…” rispondo io dispiaciuto.
Non fa niente, non è colpa tua dopotutto” mi interrompe lui tirando sù col naso.
“È solo che il suo accendino è tutto ciò che mi resta di lui, il mio unico ricordo.
A nessuno sembra più importare di tutte le persone come Dan che hanno dato la loro vita per difendere la propria patria, tutti hanno rivolto gli occhi verso un nuovo conflitto, scordandosi completamente di noi, ma io no. Io non ho mai dimenticato…
Online sono tutti fantastici paladini dei diritti umani ma quando c’è bisogno di qualcosa di concreto ti rendi conto di essere da solo, che ti tutti ti hanno voltato le spalle.
Beh tutti almeno te” continua lui guardandomi con i suoi grandi occhi cerulei.
“Tu sei l’unico che c’è stato per me da quando sono arrivato a Dublino” conclude abbozzando un sorriso.
Quella sera siamo rimasti a parlare più a lungo del solito, senza mai riprendere l’argomento Dan; Quella sera abbiamo parlato delle cose più stupide, del niente e del meno, come se avessimo tutto il tempo del mondo, come se l’orologio avesse deciso di fermarsi soltanto per noi.
Come se insieme riuscissimo a sfuggire alla realtà.
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Un testo molto significativo e profondo, che non si tira indietro nel denunciare gli orrori della guerra e dell’ipocrisia.
Dal punto di vista stilistico vi è qualcosa da sistemare, soprattutto per quanto riguarda la struttura dei discorsi diretti, ma non è nulla che non si possa correggere con una rilettura più attenta sia del testo che delle regole formali.
Davvero bravo.
Ah!