Arturo e la strada che non c’era

Si dice che nella vita bisogna imboccare la strada giusta.

Saperla riconoscere.

Capire quale prendere quando ti trovi davanti a quell’incrocio del cazzo.

Ma io una cosa non l’ho mai capita.

Chi ce la indica, quella giusta?

C’è qualcuno che mette un cartello?

Qualcuno che ti prende per un braccio e ti dice: vai di qua, fidati, tra vent’anni mi ringrazierai?

Oppure dobbiamo essere bravi noi a riconoscerla?

E se non la riconosciamo?

Se prendiamo quella sbagliata?

Se invece di andare dritti iniziamo a girare a caso?

Non so perché ho iniziato a pensarci.

Stavo guardando una puntata dell’Amica geniale.

A un certo punto Lenù torna nel rione.

Si è laureata.

Il padre è fiero di lei e praticamente la fa sfilare davanti a tutti.

La presenta.

La mostra.

Quasi volesse dire: guardatela.

Questa è mia figlia.

La gente la osserva in modo diverso.

Con rispetto.

Quasi con timore.

Poi tornano a casa.

Mangiano tutti insieme.

A un certo punto salta fuori un pacco.

Dentro ci sono le sue vecchie pagelle delle elementari.

Gliele ha mandate la maestra.

Lenù è contenta.

Poi scopre che la maestra è morta.

Piange.

«Lenù, ma che piangi a fare? Si sapeva, era vecchia», le dice la madre.

«Immacolata, ma che dici? Se non fosse stato per la maestra, l’avresti fatta studiare tu, tua figlia?»

La madre si indispettisce.

«L’ho sempre saputo che testa aveva mia figlia. Non c’era bisogno della maestra.»

E lì ho iniziato a piangere anch’io.

Così.

Senza nemmeno capire bene perché.

Poi mi è tornata in mente la mia maestra delle elementari.

La maestra Daniela.

Non ricordo quasi niente delle lezioni.

Ricordo lei.

Il modo in cui parlava con mia madre.

Diceva che ero un piccolo fenomeno.

Non bravo.

Un piccolo fenomeno.

All’epoca non significava niente.

Ero un bambino.

Poi ho pensato a mio padre.

A quella stanza che per anni aveva chiamato il mio studio.

Non lo era mai stato.

C’era una scrivania vecchia, una libreria vuota e una finestra che dava sul cortile.

Lui però continuava a parlarne come se il futuro fosse già deciso.

«Quando lavorerai da casa, questa sarà tua.»

Non diceva che lavoro avrei fatto.

Forse non lo sapeva nemmeno lui.

Geometra.

Architetto.

Ingegnere.

Qualcosa del genere.

Qualcosa di importante.

Ma nella sua testa io avrei avuto una scrivania.

Una targhetta sulla porta.

Un lavoro mio.

Poi mi è tornata in mente una frase che un professore disse a mia madre.

«Il problema di suo figlio non è quello che può fare. È convincerlo a farlo.»

All’epoca quella frase mi dava fastidio.

O forse facevo finta.

Non lo so.

Poi mio nonno.

Mia nonna.

Gli zii.

Le persone che mi hanno visto crescere.

Tutti.

Mi sono passati davanti come fotografie.

Quel ragazzino basso.

I capelli ricci e rossi.

Gli occhi sempre accesi.

Quello che tutti guardavano convinti che sarebbe diventato qualcosa.

E, a quanto pare, ci avevano creduto tutti.

Tutti tranne me.

Poi è successa una cosa strana.

Prima ancora di riuscire a pensare che avevo buttato tutto, mi sono tornate davanti altre immagini.

Le cose che avevo iniziato a fare negli ultimi anni.

Quelle che finalmente riuscivo a portare fino in fondo.

Quelle che avevano smesso di stare soltanto nella mia testa.

Piccole cose.

Niente che meritasse una statua.

Ma erano lì.

Esistevano.

E subito dopo sono tornati loro.

Tutti quelli che ho ferito.

Quelli con cui me la sono presa.

Quelli che ho accusato.

Quelli che ho deluso.

Per un attimo mi è venuta voglia di prendere il telefono e chiamarli uno per uno.

Non per dirgli che avevano ragione.

Non per chiedere scusa di non essere diventato quello che si aspettavano.

Quello no.

Mi è venuta voglia di chiedere scusa per tutte le volte che me la sono presa con loro per i miei fallimenti.

Come se fossero stati loro a impedirmi di diventare qualcosa.

Come se il problema fossero sempre stati gli altri.

Mi è venuta voglia di dire a mio padre che forse quella stanza non era un’idea così stupida.

Solo che aveva sbagliato il mestiere.

Mi è venuta voglia di dire a mia madre che forse quella maestra aveva visto davvero qualcosa.

E che forse anche lei lo aveva sempre saputo.

Solo che io non volevo sentirlo.

La cosa strana è che non mi sono sentito in colpa.

Ed è forse questa la cosa che mi ha colpito di più.

Non ho pensato di aver buttato via la vita.

Non ho pensato che avrei dovuto studiare di più.

Non ho pensato che avrei dovuto diventare qualcuno.

Non ho rimpianto nessuna laurea mai presa.

Ho guardato indietro e basta.

E mi è sembrato tutto assurdo.

Perché, se esiste davvero una strada giusta, io non l’ho presa.

Questo è sicuro.

Io ho preso deviazioni.

Sono tornato indietro.

Ho imboccato strade senza uscita.

Ho tagliato per campi.

Sono finito in posti dove probabilmente non sarei mai dovuto arrivare.

A volte ho scavato direttamente con le mani.

Ho inventato percorsi che nemmeno io riesco a credere possano avermi portato qui.

Eppure sono qui.

Non nella stanza che immaginava mio padre.

Non con una targhetta sulla porta.

Non con una vita da mostrare agli altri dicendo: vedete? Ce l’ho fatta.

Ma sono qui.

Faccio cose che per anni ho soltanto pensato.

Qualcuna arriva fino agli altri.

Qualcuna rimane.

E la cosa più assurda è che forse quella parte di me che tutti vedevano allora non è mai sparita.

Forse ero io che non riuscivo a guardarla.

Per anni ho pensato di essermi allontanato da quello che avrei potuto essere.

Adesso mi viene un dubbio.

E se invece ci fossi arrivato?

Non nel modo giusto.

Non nel modo previsto.

Non nel modo elegante.

Sporco.

Stanco.

In ritardo.

Passando da posti che avrei volentieri evitato.

E forse è proprio questo che mi sembra così strano.

Per la prima volta non sento il bisogno di chiedermi dove avrei dovuto essere.

Mi basta sapere che sono qui.

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Discussioni

  1. Mi viene in mente una lunga, lunga catena di associazioni libere, partendo da un concetto chiave, la strada giusta. Forse anche per il modo in cui hai staccato i pensieri, ognuno su una riga, separato dagli altri. In ogni caso ho letto fino in fondo: penso che molti di noi si possano rispecchiare nelle tue parole.
    Ciao Daniele.