Aspettando che riaffiori il cadavere

Osservo la superficie scura, in attesa che il cadavere riaffiori.

Lei è la terza, in tre settimane.

L’anno scorso furono due.

Aumentano di anno in anno, e me le trovo intorno sempre a settembre, quando ricominciano le scuole: insegno scienze motorie e sportive – da precario – in un istituto professionale: settembre per me è focale.

Io mi faccio i fatti miei, ma le sciocche, alla ricerca di chissà che cosa, mi toccano, e si ritraggono; mi stuzzicano, e quando cerco di prenderle scappano via. Io vorrei prenderle per aiutarle, per evitare che finiscano affogate. Nella concitata fuga, si fanno ghermire dal panico e cadono dentro la pozza scura. Se la cercano, questa brutta fine; io non ho colpe.

Vanno giù, io aspetto un po’, ma ogni volta non riaffiorano: si riempiono d’acqua e diventano più pesanti della superficie di liquido spostata. A nulla può la spinta idrostatica (scoperta di quel geniaccio di Archimede, che non posso fare a meno di immaginare con un becco da papero). Certo: se avessi più tempo potrei aspettare fino a vederle riaffiorare. Prima o poi accadrebbe, per effetto della decomposizione. Ma probabilmente ci vuole troppo tempo. Non l’ho mai valutato.

Devo fare presto, perché tra poco arriva Marianna e io non voglio che la veda. Anche se non riaffiorano, le scorge sempre.

La volta scorsa è inorridita.

E che sarà mai!, le ho chiesto. Ma lei ha iniziato con la filippica di bene e male, di giusto e ingiusto. Di schifo, soprattutto, senza contrapposizioni.

Marianna. Elegante, raffinata. Molto imperiosa e volitiva, sessualmente dai gusti un filo perversi: chissà perché sta con me.

Io sono tranquillo, il classico bravo ragazzo. Mi accontento di poco: un buon libro, un buon film, un buon caffè. A vederci insieme, nessuno penserebbe che è stata lei a venirmi dietro.

Lei, al contrario delle morte, dopo avermi toccato e stuzzicato si è fatta prendere, altroché! Ma a volte sbuffa, è insofferente: dice che mi vorrebbe più galante, più distinto.

Certo: la sua personalità è frustrante, e spesso mi fa sentire inadeguato. Non oserei mai dirglielo, sia chiaro. Sono un codardo: le donne così vanno tenute in buon conto, sono rare e a me è capitata la fortuna incredibile di conquistarne una: non voglio rischiare di perderla.

La frustrazione la sfogo in classe: severità e inflessibilità, e tutto torna a posto.

Oh, eccola la mia iperdonna. E, dannazione, stavolta il cadavere riaffiora. Ma come mai? Osservando bene, noto che la creatura non è morta. Tutto sommato mi fa piacere.

Lei la guarda, storce la bocca e mi dice: “Se bevi quel caffè, stavolta ti mollo! Possibile che le mosche debbano cadere tutte nella tua tazzina? Possibile che tu beva quello schifosissimo caffè ugualmente?” In genere la cerco con il cucchiaino e la tolgo. Mica me la mangio. Non ho mica i soldi suoi: l’euro del caffè mi dispiace proprio buttarlo. “Sai dove si poggiano le mosche? Lo sai? Possibile” quante ipotetiche possibilità indigeste… “che tu non riesca proprio a raffinarti un pochino?”

Non le rispondo, un po’ mortificato.

Butto il caffè nel vaso di una cycas accanto al tavolino (piccola vendetta: mi stava pungendo il collo) e ne chiedo un altro: il primo passo per apparirle più chic. E anche per salvare la mosca.

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Commenti

  1. Loredana Conti Post author

    Grazie, Riccardo.
    Fino all’ultimo sono stata indecisa sulla connotazione psicologica da dare al protagonista: ha deciso lui, le parole sono uscite da sole, e sono d’accordo con te sulla visione che ha delle donne.

  2. dontry

    Spiazzante.
    Arrivato alla fine ho dovuto rileggerlo subito alla luce della mosca.
    Penseresti sia un sollievo sapere che non sono donne, una chiusa umoristica, eppure rimane inquietante come la prima volta.
    Mi sono chiesto perché.
    Forse perché nello sguardo del protagonista sembra non esserci differenza tra le due.
    Complimenti.