Esci a guardare il mondo – prima parte.

Astrid va a letto tardi e dorme poco, è un’abitudine che ha preso quando lavorava per strada.

Appena sveglia si prepara il caffè e ne beve una tazza dopo l’altra mentre aspetta che fuori si faccia luce. Appena il sole spunta sopra l’orizzonte esce in veranda a fumare una sigaretta.

In spiaggia non c’è nessuno, la sabbia è ordinata dal vento; sarebbe bello se fosse sempre inverno, col cielo chiuso e il mare che pare fatto di seta.

Astrid respira a piccoli sorsi e ogni tanto tossisce. Anche fumare è una vecchia abitudine, ai clienti dava fastidio.

«Potresti interrompere almeno quando lavori» le dicevano. Qualcuno fra i più sgarbati le toglieva la sigaretta dalle labbra e la gettava fuori dal finestrino.

Allora Astrid minacciava di piantarli lì senza nemmeno restituire i soldi se non la lasciavano fumare in pace e ne accendeva subito un’altra.

«Tu paghi l’affitto solo di quello che ho fra le cosce» diceva. «Tutto il resto è mio.»

Anche i magnaccia le davano addosso per la paura di perdere qualche avventore.

«Ma lo fai apposta? Guarda che ti mando via con un calcio nel culo. Sai quante ne trovo meglio di te!»

Però guadagnava bene, Astrid, e non era poi così facile né conveniente sostituirla. Questo le dava qualche punto in più verso i protettori che, in realtà, se la disputavano.

Una volta un cliente si innamorò di lei. Si chiamava Remo, veniva quasi tutte le sere e se non la trovava sul posto era capace di aspettarla anche per un’ora. Dopo qualche mese la pagava solo per stare con lei senza nemmeno toccarla. Non faceva che chiederle di sposarlo.

«Ma perché dici di no, Astrid? Ti levi da qui, un’altra vita. Non la vuoi un’altra vita?»

Quando smise di venire a cercarla, il magnaccia la prese a schiaffi.

«Era un cliente fisso, quello, stronza che non sei altro. Che gli hai fatto? Ora me lo ripaghi.»

E la mise a mezza tariffa per una settimana.

«Così impari a fumare mentre scopi» le dissero le colleghe. «Ma non puoi stare cinque minuti senza la sigaretta in bocca?»

Astrid la spegne nel posacenere azzurro che sta sul tavolino in veranda. Ce ne sono a decine in casa, di ogni foggia e colore. Stanno dappertutto, in bagno, in camera da letto, sulla mensola del camino, uno addirittura sotto la foto di sua madre. È un arnese grosso, di metallo, Astrid l’ha trasformato in un vaso da fiori e ci ha piantato delle ortensie.

Sua madre non le sopportava, diceva che i colori troppo vivi le davano fastidio agli occhi. Che sciocchezza!

Astrid l’aveva mantenuta per quasi dieci anni senza che mamma Assunta le chiedesse mai che lavoro facesse o il perché di quegli orari assurdi.

Le diceva solo, di tanto in tanto, che lavorava troppo e che avrebbe finito col non poterne più.

«E non fumare in quel modo!» gridava. «Non ti accorgi che in casa non si respira?”

E apriva le finestre, estate o inverno che fosse, arrivando talvolta a invitarla a “sloggiare”.

Però il giorno che Astrid era finalmente andata ad abitare da sola sembrava proprio che Assunta non potesse più vivere senza di lei.

«Che c’è, non stavi bene qui? Ti davo fastidio io? E ce l’hai un uomo, almeno?»

«Più di uno” le aveva risposto Astrid. «Ma non ti preoccupare, ti faccio un vaglia ogni fine mese.”

Allora si era calmata.

Ma non appena sola Assunta, lei sì, si era trovato un uomo, o forse l’aveva già da prima, chissà.

Astrid non ne aveva saputo nulla fino al giorno del funerale, quando aveva visto un distinto signore in lacrime seduto in chiesa accanto a lei. Non l’avrebbe mai riconosciuto se non fosse stato per l’orribile profumo che portava. Era uno di quelli che si lamentavano delle sigarette.

Al momento dei saluti le aveva stretto la mano tutto serio e compunto.

«Si ricorda di me?» gli aveva chiesto Astrid.

Al che, con un sorriso scemo, l’uomo le aveva voltato le spalle e se l’era data a gambe.

Era stato più o meno in quel periodo che il magnaccia l‘aveva ceduta a un altro.

Questo si chiamava…

Ma sì, sono così belle queste nuvole che adesso arrivano dal mare, scure e cariche di pioggia.

Astrid mette su un altro caffè e nell’attesa accende una sigaretta.

Saranno le otto, il traffico sulla litoranea alle spalle della casa si fa sentire.

Durante il giorno Astrid tiene chiuse le finestre da quel lato e le apre solo sul tardi, la sera, quando le automobili si diradano e si vedono le luci dei fari.

Ma sta per piovere, ne verrà giù tanta, e dovrà mettere nel soggiorno qualche recipiente per raccoglierla. Ci piove dentro, nel soggiorno, perché il tetto è quello che è e si dovrebbe stendere una guaina nuova, il che significa avere in casa operai che magari la guardano e ridono fra loro perché Astrid ce l’ha scritto in faccia quello che è stata e qualsiasi maschio se ne accorge.

Chissà perché le ex-puttane fanno ridere. E da cosa si vede che lo sono state?

Esce il caffè, Astrid ne riempie una tazza e se la porta in veranda. Accende una sigaretta.

… si chiamava Kostant, quel tipo, e lavorava a un livello alto. Aveva cinque stanze sempre affittate in un albergo del centro.

Con lui Astrid cominciò a guadagnare e a lavorare molto di più, stava al coperto ed era difficile che la picchiassero.

Se ne restava sul letto fra un cliente e l’altro e guardava il fumo andarsene su verso il soffitto e scomparire nel nulla. Poteva anche aprire la porta-finestra e uscire sul balcone: da lì si vedeva solo una via stretta e lunga e, in fondo, una chiesa parrocchiale che suonava le campane quattro volte al giorno. E una volta si presentò anche il prete, in borghese, ma talmente prete nella faccia che Astrid non poté fare a meno di scoppiare a ridere proprio mentre quello se ne veniva dicendo cose strane e blasfeme.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Simpatico questo racconto un po’ ironico sul tema che mi ha ricordato “Via del campo”, “Città vecchia”, “Bocca di rosa” e altre canzoni di Fabrizio de André: testi e autore che ho sempre amato, così come ho apprezzato questa prima parte della tua storia. Aspetto la seconda.

  2. crudo e realistico, come piacciono a me 🙂
    in particolare apprezzo i dettagli “non romanzati” che molti escludono dai racconti:
    il soffitto del soggiorno gocciolante o le finestre chiuse sul lato della casa che da sulla via trafficata.

    un saluto
    P.