At Last

Serie: At Last


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Rimasto a piedi nella notte milanese, il protagonista accetta un passaggio da Carla. Al locale sui Navigli, la donna racconta un passato denso e avventuroso, che fa sentire l’uomo piccolo e inadeguato con la sua vita da operaio. Ma lei lo sprona a essere fiero di sé.

Sposto il bicchiere davanti a me e cerco un appiglio prima di parlare. Lo trovo nel sottofondo musicale e per un attimo mi ci appoggio, come fosse una corda tesa. «Io… non ho molto da raccontare.» Mi fermo, poi riparto. «Suono per passione. Da sempre. È l’unica cosa che mi rappresenta davvero.» Faccio un mezzo sorriso. «Non ho preso lezioni, ho studiato da me, creando un mio metodo. Conosco le regole, ma mi lascio trasportare da ciò che sento. La musica è il mio oceano, l’ambiente in cui riesco a navigare senza sbattere.» Annuisce, poi cambia argomento. «Chi sono? Bella domanda.» Un attimo di silenzio. «Uno semplice, senza troppe pretese.

Ho iniziato a lavorare molto presto, avevo sedici anni. In pratica sono cresciuto in fabbrica.»

Ma a lei questo interessa poco. Cercavo di evitare l’argomento, non so perché, e infatti arriva la domanda diretta. «Le mie storie sentimentali? I rapporti con le donne non mi sono mai riusciti, una tragedia.» «In che senso?» «Nel senso che non funzionano più di tanto: o vengo lasciato, o la chiudo io. In ogni caso finisce sempre in un casino. E alla fine sì… il più delle volte è colpa mia.»

Mi taccio. Lei si appoggia allo schienale e mi osserva più a fondo, come se cercasse qualcosa.

«Tutto qui?» Annuisco. «Più o meno sì. La mia vita non è così interessante come la tua.»

Per la prima volta resta in silenzio e mi fissa un attimo, poi scuote appena la testa. «Non è vero. Anche la tua vita ha aspetti interessanti. Dovresti essere più orgoglioso di te stesso, meno umile. È questo che ti frega.» Guarda l’orologio. «Sono le due. Qui chiudono.» Si guarda intorno, siamo rimasti solo noi. «È ora di andare.» Pago, ci alziamo e usciamo insieme verso la macchina. Fuori l’aria è diversa, più fredda. Le strade sono vuote. Camminiamo senza fretta, affiancati; l’eco dei passi misura il tempo e vorrei si fermasse.

Poi, d’improvviso, mi prende il braccio. Ha freddo, penso, del resto anche io un po’. La macchina è parcheggiata poco più avanti, ma non affrettiamo il passo. «Ho passato una serata piacevole», mi dice. «Non mi succedeva da un po’.» Mi ringrazia. Io vorrei dirle quanto lo sia stato per me, ma qualcosa mi blocca e finisco per dire solo: «Anch’io sono stato bene.»

Sale in macchina e il silenzio prende il sopravvento. Faccio il giro e mi siedo accanto a lei. Le luci dei lampioni le disegnano il volto a tratti. Non parte. Si toglie le scarpe, le lascia sul tappetino e si sistema meglio sul sedile, intrecciando le gambe sotto di sé. È un gesto naturale, ma mi coglie di sorpresa.

Con le mani sulle ginocchia, mentre sto sudando freddo e non so se sia ancora il fumo o qualcos’altro, resto immobile. «Vuoi fumare?» dice. «Magari», rispondo io. «Tieni, offro io.» «Ok, grazie.»

Mi guarda in silenzio. Sono imbarazzatissimo: in teoria dovrei mostrarmi più disinvolto, ma in pratica non è così semplice.

Il fumo riempie presto l’auto. Lei accende la radio. Il basso profondo, rotondo, quasi respirato mi accende i brividi. «Bel brano», esordisco. «Sembra incastrarsi perfettamente nella situazione.» «Quale situazione?» dice lei. «Questa», rispondo io. «Non trovi?» Non ho neanche finito di fumare che, con uno scatto deciso, si ricompone e dice: «Cia’, andiamo, va’, ti porto a nanna.»

Mi sento uno sciocco, ma che ci posso fare. Io non ho il coraggio, immagino che lei abbia colto qualcosa… o forse no, non lo so.

Alzo il volume sperando che il cervello mi vada in pappa del tutto. Lei, rimasta in silenzio per il resto del tempo, mi sorride di nuovo. E quando le dico: «Grazie, io sarei arrivato, puoi lasciarmi qui», risponde guardando davanti a sé: «Allora… come vuoi sdebitarti?» Ci metto qualche secondo a capire. «Per il passaggio», aggiunge. Sorrido appena. «Non saprei.» Si gira verso di me. Nessuna esitazione, è diretta, precisa, come una freccia scagliata da un arco teso. «Dammi un bacio, almeno.»

Dubito un momento. Non perché non ne abbia voglia, ma perché non me lo aspettavo. Mi avvicino piano, quasi a cercare un segnale che non arriva. È lei a chiudere la distanza. Il tempo perde forma. Restiamo lì, macchina ferma, motore spento. Ogni tanto qualcuno passa, una luce attraversa l’abitacolo e sparisce subito dopo. Lei si appoggia con la testa al sedile, gli occhi chiusi. Io la guardo in penombra, come se mi bastasse quello. La cerco con le mani come lei cerca me. Un gesto, un altro bacio.

Fuori inizia a schiarire, ce ne accorgiamo. La luce cambia, la magia si spegne. Mi ricompongo un attimo, aspettando che dica qualcosa. Non lo fa. Mi guarda in silenzio, una sigaretta in mano, l’altra sul mio viso. «Devo andare», le dico sottovoce, come se non volessi disturbarla.

Scendo. Chiudo la portiera piano. La macchina riparte subito, senza che lei si volti. La guardo sparire, inghiottita nella nebbia. Poi mi siedo sulle scale e penso di rimanere lì, in attesa del suo ritorno.

FINE.

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