ATOM DUM
Serie: Semplicemente Paladino
- Episodio 1: SALVATE IL PIANETA ATOM DUM
- Episodio 2: LIBERTÀ
- Episodio 3: I MERCANTI DEL CREPUSCOLO
- Episodio 4: CAPITAN SPLATTER
- Episodio 5: DINOSAURI
- Episodio 6: DUE ANNI DOPO
- Episodio 7: ATOM DUM
- Episodio 8: I SOLI DELLA SOLITUDINE
- Episodio 9: SFIDA AL FUTURO
- Episodio 10: LE NINFE E L’UOVO
STAGIONE 1
Luca era stupito. Dove si trovava? Un attimo prima era in una cascina a fronteggiare dei balordi, ora era immerso fino alla vita nel fango e accanto aveva l’equipaggiamento di Paladino che galleggiava sopra lo skateboard. Per fortuna non era stato fagocitato dalla mota. A Luca non andava di immergersi nel fango e cercarlo alla cieca.
Luca comprese che c’entrava il suo equipaggiamento Lapolako, in quella situazione. Per risolvere la situazione, doveva indossarlo. Indossò dunque il suo equipaggiamento: gambali, armatura, guanti ed elmo. Le Coq sportif pazienza: aveva cercato di non rovinarle nella cascina, ma adesso erano più che rovinate.
Salì sullo skateboard e questo rimase inerte, a galleggiare sul fango. Cercò di attivarlo con il joystick, ma non successe nulla. Oh, no! Lo skateboard andava ad acqua. In due anni, quella poca acqua rimasta nel serbatoio si era prosciugata. Cosa poteva fare, Paladino? Era sporco di fango, con un equipaggiamento inutile in una contrada sconosciuta. Forse poteva usare il fango come carburante? No, il fango era terra acquosa. Lo skateboard andava ad acqua pura, pulita; non per forza ossigenata. Quell’aliquota di terra avrebbe potuto rovinarlo. E non c’era a disposizione Supereva per aggiustare il suo skateboard, o Lojkarja, come lo chiamavano i Lapolaki.
Mentre Paladino cercava di prendere una decisione, sentì un rumore sordo. Un brontolio che si faceva sempre più forte.
Si guardò intorno e vide un motoscafo dello stesso colore della mota con a bordo degli uomini. Uomini che, a un’occhiata più attenta, si rivelarono bassi un metro e mezzo. Indossavano pastrani verdi, con cinturoni, elmetti simili a quelli tedeschi della Seconda guerra mondiale e occhialoni. Erano sporchi di fango o avevano la pelle marrone? Tutte e due le cose.
«Paladino?» chiese uno di quelli, dopo che il motoscafo si fu accostato al supereroe.
«Sì…» replicò Paladino. Non seppe che altro dire. Gli sembravano dei pigmei.
«Sali subito a bordo» gli disse quello, in inglese. «È pericoloso!».
«Pericoloso?».
«Fai meglio a salire, prima di scoprire perché è pericoloso» insistette quello.
«Va bene» si arrese Paladino.
Saltò sul motoscafo e questo parve sbilanciarsi. Che stesse per scuffiare? No, per fortuna. Paladino si mise in equilibrio e dunque afferrò lo skateboard. Fece per tirarlo verso di sé, ma constatò una certa resistenza.
Il fango non glielo voleva lasciare.
Ma quegli omini, dei nani o seminani, bofonchiarono fra loro e quindi uno gettò sotto lo skateboard un oggetto.
Il fango brontolò e allora Paladino ebbe di nuovo fra le mani il suo fidato skateboard con attaccato a un bordo per i denti un… serpente. Era ricoperto di fango, aveva due occhi freddi e inespressivi. Non aveva la testa un po’ più larga del suo corpo, ma era tutto di pari larghezza.
«Che razza…?» sbottò Paladino.
L’omino che aveva parlato sorrise mesto. «Un’anguilla del fango. Il nostro pianeta ne è pieno. Questa però è un’area scarsamente frequentata da loro. Ogni tanto qualcuna ne spunta, comunque».
«Anguilla del fango? Va bene, dimmi chi sei, dove sono, perché sono qui!» sbottò Paladino.
«Mi chiamo Vickers. Sono del popolo di Tank. Abitiamo qui da millenni, su questo pianeta, di nome Atom Dum. Non siamo originari di questo mondo. Veniamo da un altro pianeta. Tank, appunto. Lo abbandonammo a causa di una catastrofe climatica. Quindi ci stabilimmo qui ad Atom Dum. Questo pianeta ha subito attenzioni indesiderate dei Darganiani…».
«Gli Starseaters!» esclamò Paladino.
«Esatto. Proprio loro. In genere aggrediscono gli astri che illuminano i pianeti e danno vita. Qui, hanno fatto altro».
«E cioè?» chiese avido Paladino.
«Stanno facendo marcire Atom Dum!».
«Marcire? I pianeti non marciscono!» asserì Paladino.
«Atom Dum, invece, sì. Da quando è scoppiata la guerra con i Lapolaki e gli Anfrakesi, noi Tank ci siamo dichiarati neutrali. Ma ai Darganiani ciò non è interessato e hanno iniziato a contaminare i raggi dei nostri soli. Questi raggi non sono più salutari. Marciscono la terra, causano tumori. Vedi tutto questo fango, qua intorno? È la terra che va a male. Dal marcio sono nate le anguille, che ci cacciano e ci uccidono. Noi Tank siamo intelligenti. Abbiamo le nostre armi, i nostri accorgimenti per resistere. Però siamo poveri. I nostri scienziati hanno teorizzato l’invio di cargo pieni di medicine per i nostri soli. Un’ottima idea. Ma nessuno riesce ad attuarla. Costano troppo. E poi dobbiamo pensare a sopravvivere. Questa continua lotta per la sopravvivenza quotidiana ci distrae.
«Oh, eccoci arrivati!».
Il motoscafo si fermò presso una palafitta di ferro. Esso andò sotto la struttura e lì si fermò. Sopra di loro fu aperta una botola e Paladino vide dei Tank femmina. Fu gettata una scala e i Tank si arrampicarono sopra per raggiungere la palafitta. «E io?» chiese Paladino. Lui era molto più grosso dei Tank, temeva che la scala non potesse reggere il suo peso.
«Non ti preoccupare. Sali pure. Ti reggerà» lo invitò Vickers, finora l’unico che dimostrava di sapere l’inglese e che comunicava con lui. Gli altri Tank erano seri e li avevano guardati parlare con curiosità.
A fatica, una mano che reggeva lo skateboard che era ingombrante, e l’altra sulla scala, Paladino si arrampicò e arrivò in cima. Fu accolto da una zuppa fumante che assaggiò: sapeva di pesce. Poi realizzò che si trovava in un ambiente molto grande, tutto in ombra, nascosto dal tetto dai raggi solari contaminati.
Vickers disse triste: «Questa è la vita di noi Tank. Viviamo nelle palafitte e all’ombra. Senza le palafitte saremmo uccisi dalle anguille, senza i tetti moriremmo di tumore».
«Ma poi uscite» fece notare Paladino.
«È vero. Ma per poco tempo. Se stiamo fuori per troppo i raggi ci farebbero ammalare. Il problema è che questi raggi si fanno sempre più forti, più dannosi. Prima o poi, se questo processo di deterioramento continua, la terra si farà sempre più fangosa e le palafitte sprofonderanno. E se non sprofonderanno, i raggi bucheranno i tetti. Noi Tank moriremo o sbranati dalle anguille di fango, o ammalati» spiegò Vickers.
«Immagino che se io sia qui, è perché mi avete chiamato. No?» chiese Paladino, dopo aver chiesto gentilmente, con un cenno, a una Tank un’altra scodella di quel brodo.
Vickers annuì, serio. «Abbiamo saputo delle tue gesta contro i Darganiani da alcuni Anfrakesi venuti qui per riparare una loro navicella. Un fatto raro, sai? Questo è un posto inospitale, e i più lo evitano. I nostri capi hanno inviato un’unità suicida a cercarti con l’indicazione che avevi un’armatura Lapolaka. A quanto pare ti hanno trovato, e solo dopo molto tempo hai potuto raggiungerci».
«Ehm… È stato un periodo strano. Diciamo che avevo lasciato perdere il mio mestiere di supereroe» disse imbarazzato Paladino.
«Capisco».
«Tu capisci, ma sono io a non capire. Cosa posso fare per voi? Non è una situazione facile. Non ho soldi per i cargo. Non so cosa fare per salvarvi!».
«Hai il tuo Lojkarja Lapolako. Lo vorremmo usare come modello per costruirne di simili e mandarli fuori dall’atmosfera per colpire i Darganiani».
«Non avete navicelle o astronavi per volare?».
«Le avevamo. Ma a seguito di una guerra interna le abbiamo perse. Noi Tank, molti secoli fa, eravamo molto litigiosi. Per questo siamo poveri: queste continue guerre ci hanno dissanguato. Dove una civiltà, in un determinato tempo, è cresciuta e ha prosperato, magari a spese di altri popoli, come i Darganiani, noi Tank ci siamo impoveriti. sappiamo che voi umani, sul pianeta Terra, siete divisi in tante nazioni e vi fate la guerra. È una cosa sbagliata. Se continuate così, finirete come noi Tank».
«Hai ragione Vickers. Vi capisco. Ma… un’ultima curiosità. Non ho colto il significato di una cosa che hai detto. Hai detto che avete inviato un’unità suicida a cercarmi. Io non ho visto nessun Tank. E poi, perché suicida?».
Vickers diventò imbarazzato. «Ecco… Noi Tank non abbiamo una grande tecnologia. Se possiamo inviare qualcuno in un altro mondo, possiamo farlo. Ma solo che non può tornare. L’unità suicida che ti ho detto è andata sulla Terra e lì è rimasta e senza sapere come sostentarsi è morta».
«Quindi vuoi dire che se loro non sono tornati su Atom Dum, io non posso essere in grado di tornare sulla Terra, no?» fece Paladino inorridito.
«Esatto».
Paladino gemette.
Serie: Semplicemente Paladino
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- Episodio 2: LIBERTÀ
- Episodio 3: I MERCANTI DEL CREPUSCOLO
- Episodio 4: CAPITAN SPLATTER
- Episodio 5: DINOSAURI
- Episodio 6: DUE ANNI DOPO
- Episodio 7: ATOM DUM
- Episodio 8: I SOLI DELLA SOLITUDINE
- Episodio 9: SFIDA AL FUTURO
- Episodio 10: LE NINFE E L’UOVO
In quest’episodio scopro interessanti analogie tra tank ed umani: faremmo meglio a seguire il loro consiglio.
Penso che Paladino troverà la maniera di ritornare: staremo a vedere.
Staremo a vedere 🙂
Ciao Kenji, risvolto interessante. L’avvio di questa avventura mi piace, come pure le tematiche “nascoste”: anche noi, poco alla volta, uccidiamo il nostro pianeta. Bella anche la descrizione dei Tank che incarnano i vizi e le virtù che attribuiamo nell’immaginario fantasy al popolo dei nani. Sono comunque sicura che Paladino troverà il modo di tornare a casa 🙂
Ciao Micol e grazie per avermi letto! E’ strano, settimane fa ero indeciso se postare questi racconti che risalgono al 2015 per timore che fossero illeggibili, e invece… Sì, li ho revisionati un poco per “ammodernarli” in base alle mie nuove competenze, ma non pensavo veramente che potessero piacere. Benissimo.
Poi non temere che in futuro continuerò a postare questi racconti. Sono trenta in tutto.