ATOMIC MOONLIGHT

In radio non si parlava d’altro.

Il panico si diffuse come un virus, gettando città e poi intere nazioni nel caos più totale.

Il conflitto nucleare era alle porte, ma in un mondo abituato ormai alle guerre, tale evenienza appariva solo come un lontano epilogo.

Quando i primi missili partirono, c’era chi urlava al complotto, di fake news, di manipolazione da parte dei “potenti” per gettare il caos sull’economia mondiale.

Nulla di più lontano dalla verità.

Intere città rase al suolo, corpi la cui traccia della loro vita su questa terra ormai non esisteva più.

Il caos, l’anarchia più totale.

Qualsiasi negozio veniva preso d’assalto, fenomeni di sciacallaggio, rapine e violenza si diffondevano tra le strade delle grandi metropoli come un fiume in piena.

In ogni angolo si consumavano atti di oscena e gratuita malvagità, mettendo alla luce la vera natura umana, quella libera dall’etica morale, spogliata della sua virtù, lasciando il posto al vero Io, quello sganciato da ogni vincolo morale e represso in ogni singolo individuo.

C’era chi provava a fare scorte per la propria famiglia, chi aveva costruito o già possedeva dei rifugi, chi si riuniva nei grossi luoghi di culto ad ascoltare la predica di colui che da un momento all’altro sarebbe diventato cenere insieme agli altri.

– Stupidi –

Così Jane aveva concluso la sua ultima considerazione sulla maggioranza delle persone che componevano la società in cui viveva.

Aveva circa 40 anni, di famiglia benestante, si era sempre sentita estranea all’epoca in cui viveva, sognando di vivere secoli addietro, tanto da approfondire gli studi classici e storici.

Lei sentiva la tensione che vibrava nell’aria, percepiva la fine del tutto come vicina, ma nonostante ciò, sorrideva.

Il suo unico rammarico era il pensiero che tutto il bello che  l’uomo ha costruito, presto non ci sarà più, ma allo stesso tempo pensava che ciò non sarebbe stato un problema, dato che probabilmente non sarebbe rimasto nessuno a poterlo vedere.

– Questa società ignora la bellezza nella quale è immersa – le ricordava sempre il padre.

– Guardare uno schermo ha sostituito l’ incommensurabile bellezza di ammirare un quadro, un paesaggio o un opera d’arte – ribadiva lei di rimando, in quei pomeriggi passati con lui, prima che la prematura dipartita della moglie lo portasse con sé.

Chiuse l’appartamento dopo averlo pulito e tirato a lucido, lasciandolo senza mai guardarsi indietro.

La sua destinazione era una tenuta di famiglia, una grossa villa in stile ottocentesco, circondata da natura ed alberi in fiore.

Calò quella che sarebbe stata per tutti e per lei l’ultima sera.

In città le sirene d’allarme risuonavano sovrastando le grida di terrore, e gli occhi all’insù di chi ancora incredulo attendeva l’arrivo della fine.

Nel grande salotto centrale della sua villa, spogliato del suo arredamento, Jane aveva lasciato solo il suo pianoforte a coda.

Indossò un vestito che ricordava le nobildonne di coorte, regalatole dal padre, colore panna con richiami floreali, dalla lunga e gonfia coda che ricadeva fino al pavimento.

Si sedette al pianoforte, davanti alla grossa finestra la cui vista verso l’esterno era da togliere il fiato.

Sciolse i suoi capelli nero corvino, portandoseli indietro per non avere intralci.

Posò le dita sui tasti del pianoforte.

Sorrise.

Le note di Beethoven, della nota Sonata al chiaro di Luna, riecheggiavano per le stanze, inebriando con la sua melodia l’aria, le pareti e tutto ciò che la circondava.

Un’esplosione lontana, sullo sfondo della sua finestra, annunciava la fine, e le vibrazioni che si irradiavano ne erano il preambolo.

Ma Jane sorrideva.

Gli alberi si piegavano e scomparivano, schiacciati dalla potenza dell’onda d’urto.

Le sue dita continuavano a muoversi sinuose, delicate sulla tastiera, mentre assi di legno, foglie, rami, calcinacci cadevano tutti intorno a lei, nel gran salotto.

Tutto si muoveva rapidamente, ma lei continuava con il suo ritmo, quasi immune a ciò che le stava accadendo, come presente in una dimensione spazio-temporale diversa, lenta, precisa, leggiadra.

Una folata di vento le scompigliò i capelli ed i fogli con lo spartito iniziarono a volteggiare per la stanza in una curiosa danza senza schemi.

Jane chiuse gli occhi e terminò il brano.

Sospirò.

Un attimo dopo non esisteva più.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi è piaciuto molto come sei riuscito a mantenere la luce del palcoscenico sulla protagonista al pianoforte, nonostante tutto ciò che accada intorno. Una buona idea quella di mantenere l’attenzione del lettore concentrata su di lei, effetto che tra l’altro ti è riuscito molto bene. Se posso, ti consiglierei una revisione del racconto su alcuni punti che sono sicuramente sviste. Un buon lavoro.

    1. Ciao Cristina, apprezzo sempre i tuoi commenti e i consigli. Spesso l’euforia per un’idea la fa da padrone e prende il sopravvento portando a degli errori.
      Mi piace il fatto di essere riuscito a focalizzare l’attenzione sulla protagonista e del contrasto con ciò che accade intorno, la calma contro il caos.

  2. mi ha sorpreso che l’ultima frase (“non esisteva più”) sia un’evidente rimando alla morte di Madame Bovary che-per lo meno nella traduzione italiana- Flaubert descrive con le stesse parole. E anche l’immagine di Jane che suona il pianoforte come colonna sonora della fine del mondo ha qualcosa delle determinazione e dello strano coraggio di chi non si difende dalle circostanze avverse ma, piuttosto, si fa distruggere o si distrugge.

    1. Ciao Francesca, sempre felice dell’apprezzamento, mi fa piacere che siano passate delle immagini forti, di quel coraggio dettato dalla consapevolezza che ci sono cose che non possiamo controllare o meccanismi per i quali una volta messi in moto non ci si può fare nulla al riguardo.
      Un abbraccio

  3. Bello il titolo legato alla sonata e interessante il focus, che lascia un senso d’angoscia al lettore.
    Sottolineo con piacere il tuo riferimento ai complottisti, quelli che “non cielo dicono!”

  4. Sei stato bravo a focalizzare la storia non sull’evento apocalittico in sé, rischiando di cadere nel banale, ma sulla singola persona e su come ella affronta gli ultimi istanti.
    Immagini evocative e molto forti. Il finale sembra quasi quello di un video musicale.
    Molto bravo.

    1. Ciao Giuseppe.
      Felice del tuo apprezzamento, significa tanto per me. Proprio la scena finale ha ispirato tutto il resto, avevo bisogno di una struttura che portasse alla fine proprio a concentrarsi su quella.
      Sicuramente la passione per la musica e gli anni passati a vedere video musicali che spesso enfatizzano la bellezza di una canzone hanno influenzato il modo in cui visualizzavo la scena.
      Grazie mille sempre ed al prossimo racconto.

  5. “Una folata di vento le scompigliò i capelli ed i fogli con lo spartito iniziarono a volteggiare per la stanza in una curiosa danza senza schemi.Jane chiuse gli occhi e terminò il brano.Sospirò.Un attimo dopo non esisteva più.”
    Un bel finale, di effetto, per un racconto ben scritto. Mi piace.👏

    1. Ciao Giancarlo.
      Come sempre sono felice che il racconto sia piaciuto e ringrazio per il commento.
      Diciamo che in questo caso è stata proprio questa immagine finale che si è materializzata in mente a dare il via alla scrittura di questo racconto, costruendo il resto per arrivare a questo momento.
      Spero di poter dare altri finali ad effetto.
      Come sempre un abbraccio.

  6. Mi piace la tua ricostruzione degli ultimi istanti. Non la condivido perché la mia visione ottimistica sul genere umano e la fiducia che eviterà l’autodistruzione non traballano (ancora). Se così dovesse essere però, mi piacerebbe avere il tempo e la necessaria calma rassegnazione per sdraiarmi a letto, mano nella mano con la mia compagna, e farmi accompagnare nell’infinito da un incazzatissimo Dies Irae del Requiem di Mozart. In attesa di altri scritti ti abbraccio.

    1. Ciao Giuseppe.
      Ho cercato di portare agli estremi l’attuale situazione, questo costante clima di tensione, di conflitti.
      L’uomo purtroppo ripete sempre gli stessi errori, e la storia ciclicamente si ripete, ma come te ho ancora fiducia che tutto ciò resti una lontana visione. Mi piaceva tanto il contrasto tra la calma espressa dal brano e ciò che invece accadeva fuori, ma il Dies Irae di Mozart è una validissima alternativa.
      Come sempre ricambio l’abbraccio con affetto.