Aurora

Serie: La frontiera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lupo arriva nel paese dove sta Aurora

Marco mi accompagnò a una piccola ma accogliente camera: letto, armadio, comodino e scrittoio. Avrei voluto sdraiarmi e dormire ad oltranza ma il bisogno di lavarmi e la fame prevalsero sulla stanchezza di mente e muscoli.

«C’è la possibilità di darsi una lavata?»

«Mi vedi sporco?» rispose sarcastico, «In fondo al corridoio trovi il bagno. Nell’armadio, a destra della porta, ci sono gli asciugamani e, appeso all’anta, un accappatoio blu, è il mio ed è pulito, prendilo pure. 

Sei fortunato, questa settimana abbiamo l’acqua calda e il sapone!» 

la sua ironia tradiva l’irritazione dovuta al mio modo di chiedere, deciso e privo di gentilezza.

«Poi scendi che mangi qualcosa» disse, un po’ meno caustico.

Il bagno era spartano ma pulito: una doccia, un lavandino, uno specchio e un attaccapanni: quello che serviva, nessuna aggiunta superflua.

Mi lavai con cura, massaggiandomi cosce e polpacci, quasi a tranquillizzarli. Indossai le cose leggere e scesi.

Marco mi aveva preparato un tavolino in prossimità del caminetto e lo apprezzai. Arrivò dopo pochi minuti con un piatto di carne e patate:

«Selvaggina ne abbiamo sempre, pane no e neanche vino.»

Guardai il piatto e pensai che avesse esagerato:

«Credo che basterà,» poi cercai i suoi occhi, «grazie Marco!»

Questa volta capì il mio sforzo, sorrise.

Prima che terminassi tornò e si sedette vicino a me:

«Senti Lukas, qua se non ci chiariamo non ne usciamo più. Sono convinto che tu non arrivi dall’interno e se è così sono guai per tutti. Se sei quello che penso domani avremo droni in visita e se ti individuano non esiteranno a spazzare via questo buco di paese che già considerano un fastidio. Qua c’è anche una minoranza di tagliagole che, intuita la tua provenienza, non esiterebbero a sacrificarti per incassare la taglia. Stasera non scendere, sarà pieno di gente ed è meglio tu non ti faccia notare. Ti porterò la cena in camera e se arriva Aurora verrà lei da te.»

Non avevo molto da aggiungere e, senza avere alternative da opporre a ciò che mi consigliava, confermavo tutte le sue deduzioni. Capivo perfettamente la gravità della situazione in cui mi ero messo ed anche le sue giustificate preoccupazioni: ero un portatore di guai.

Terminato il pranzo tornai in camera cercando almeno di dormire per riacquistare forza e lucidità. Mi addormentai velocemente.

Mi risvegliarono forti colpi sulla porta chiusa a chiave.

Chiesi chi fosse:

«Sono Aurora, apri!» la voce era decisa e dura.

Appena dischiusa la porta la sua furia mi investì:

«Adesso mi dici chi sei, da dove vieni e cosa vuoi da me!»

Le raccontai tutto, senza tralasciare dubbi e paure.

«Perché dovrei crederti? La cosa più semplice per evitarci guai sarebbe legarti e portarti al confine così da evitare rappresaglie.»

«Ascolta, ascolta,» ricordai le parole di Orso, «la mia poesia preferita è Madrigale d’estate» sperai proprio significasse qualcosa.

Lei restò zitta, pensosa.

«Scommetto che non sai neanche chi l’ha scritta» il suo tono era però diverso, più preoccupata che adirata e ciò mi fece piacere.

La ragazza era di una bellezza strana: i capelli fulvi circondavano un viso dai lineamenti spigolosi che però erano ammorbiditi dalla luce che irradiavano i suoi occhi straordinariamente azzurri, il suo corpo, anche se coperto da abiti pesanti, si intuiva morbido e in armonia con la sua altezza. Notò l’insistenza del mio sguardo e mi richiamò alla realtà:

«Dobbiamo levarti il chip, lo hai fatto al tuo educatore, da morto, sai, quindi, ciò che ti attende. Lo farò io ma dovrai ubriacarti perché non abbiamo anestetico, e solo l’alcol ti permetterà di sopportare il dolore e, mi auguro, ti aiuterà a perdere i sensi. Vado a prendere strumenti e bottiglia.»

Restai in attesa, non ero agitato per l’operazione, sopportare il dolore fisico non era mai stato un problema, ma essere parzialmente invalido nei giorni successivi sarebbe stato pericoloso.

Appena tornata dispose gli strumenti sul comodino e, dopo averne bevuto un bel sorso, mi porse la bottiglia:

«Bevi! È un distillato di erbe, buono, ti costerà un proiettile ma lo vale tutto, bevi da bravo!»

Poggiai le labbra dove le aveva posate lei e provai un sottile, preoccupante, dolcissimo piacere… le ripassai la bottiglia sperando bevesse ancora.

«Non sono io che mi devo ubriacare!» disse, ma ebbi netta la sensazione che avesse compreso il mio gioco, mi guardò negli occhi e bevve.

Mai collo di bottiglia mi fu più gradito: mi ci aggrappai con le labbra, immaginai il sapore di pesca della sua lingua e in una decina di minuti la bottiglia fu vuota. Non passò molto tempo prima che il mondo cominciasse a girare in maniera anomala, non conoscevo ciò che avevo bevuto ma ne avrei voluto ancora. Mi sentii che sussurravo parole d’amore che nemmeno pensavo di conoscere senza neanche avere idea di dove mai le avessi imparate ed ho un ricordo nitido di una sua lunga risata, dolce come un seno materno… poi un dolore indicibile mi sovrastò e persi i sensi.

Sognai di Marta, del tempo vissuto assieme, della mia gelosia e dell’aggressione per cui ero stato condannato. Marta era mia, come fosse una cosa: non la vidi più e di lei mi mancò solo il sesso e dopo aver conosciuto le principesse del Mulino più neanche quello. Sognai Aurora e, nel sogno, sentii un’emozione mai provata prima.

MADRIGALE D’ESTATE

Unisci la rossa tua bocca alla mia,

o Estrella gitana!

Sotto l’ora solare del mezzogiorno

morderò la mela.

Fra i verdi ulivi della collina

c’è una torre moresca,

colore della tua carne campagnola

che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente

il divino nutrimento

che dà fiori al ruscello quieto

e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?

perché mi desti pieni

d’amore il sesso di giglio

e i seni sonori?

Fu per la mia tristezza?

(Oh, miei goffi passi!)

Forse destò pietà in te

la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti

le cosce sudate

di un San Cristoforo contadino

pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.

Femminile Silvano.

I tuoi baci odorano come il grano

secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.

Sciogli la tua chioma

dispiegata e solenne come un manto

d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata

un cielo d’amore,

su un fondo di carne, la stella

violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso

dei tuoi occhi aperti,

e volerà desolato e assorto

quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei

per il tuo sguardo cupo

come l’allodola ama il giorno nuovo

per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,

o Estrella gitana!

Lasciami sotto il giorno chiaro

consumare la mela.


( Federico Garcia Lorca , 1920)

Serie: La frontiera


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ciao Giuseppe! E dopo tanta violenza mi sforni un episodio poetico👏🏻 Qui finalmente ci mostri la parte ancora salvabile del protagonista. Mi torna in mente una canzone del Liga: I duri hanno due cuori😄

  2. Una splendida Aurora, non boreale ma reale, in carne e ossa; in verità la immagino più in carne che ossa, rossa vedo la capigliatura. Donna fatale da far dimenticare Marta e le principesse del Mulino, più che Bianco direi Rouge. Scusa Giuseppe se mi sono concentrato più su Aurora che sulla poesia, ma anche questa è poesia. Apprezzo molto il tuo modo di scrivere asciutto, sempre diretto e senza fronzoli. Ottimo lavoro.

    1. Averti come lettore è per me un grande piacere caro Fabius e il tuo apprezzamento mi da una grande soddisfazione. Non posso che ringraziarti e impegnarmi a fare meglio… si ma senza faticare troppo che sono in pensione e ho un mare di cose da fare!

  3. “Marta era mia, come fosse una cosa: non la vidi più e di lei mi mancò solo il sesso e dopo aver conosciuto le principesse del Mulino più neanche quello. Sognai Aurora e, nel sogno, sentii un’emozione mai provata prima.”
    Bellissimo questo pezzo, mi ha colpito l’effetto di “contrasto” con la poesia cje segue. Davvero di effetto.

  4. “ed ho un ricordo nitido di una sua lunga risata, dolce come un seno materno… poi un dolore indicibile mi sovrastò e persi i sensi.”
    Bello, Giuseppe, bellissimo. Io in queste parole ci sguazzo:)
    Mi piace molto quando, in racconti di questo genere che apprezzo, ma non so scrivere, l’autore ci mette quel tocco di ‘umanità’ e leggerezza che, d’altronde, che lo voglia o no, lo caratterizzano. Davvero bravo.

  5. Tutto scorre veloce e chiaro come le scene di un film. Molto bene, Giuseppe. Questo episodio di passaggio introdurrà dei dialoghi interessanti, immagino.

  6. Ah, quell’istinto materno delle donne forti, quello che le porta a correre per uno sconosciuto in pericolo rischi che mai correrebbero per sé stesse. Quello che un tempo si è chiamato istinto della crocerossina, perché è quello che le eroiche infermiere applicavano per salvare vita e anima di soldati feriti. Loro sanno come convincere un uomo a fare ciò che deve, anche giocando con l’istintivo complesso di Edipo che colpisce l’uomo in inferiorità, ferito, in pericolo, quando viene soccorso da una donna (bellissima e forte, come lo sono un po’ tutte).
    La storia continua liscia come l’olio, logica conseguenziale e attraente. Quando compare un nuovo episodio devo leggerlo subito. Bravo.