Avvistata nave

Marco sbadiglia, alzandosi stanco dalla sua postazione ed attaccandosi all’interfono. È infastidito. Gli orologi della sala radio segnano l’una e cinquantacinque minuti. La voce della vedetta di prora rimbomba attraverso i tubi d’acciaio; dialetto, condotte e volgarità non favoriscono molto la comprensione delle parole.

“Nave, dici, Pietro?”.

“Sì!”.

“Ma ti tse certo di vederla sta nave?”.

“Ma tal dighi di sì!”.

“Sicuro?”.

“Sì! Devi chiamare in plancia…dare l’allarme!”.

“L’ultima volta m’hai fatto svegliare tutto l’incrociatore per una nave che non c’era! Mi hanno quasi degradato per quella storia”.

“Marco, dio bel. Se ti venga al dir che là fuori l’è una nave del cazzo, c’è una fottuta nave”.

“E che nave è?”.

“Ma che cazzo ne so”.

“Sono quasi le due…”.

“Senti, prendi un pezzo di carta. Scrivi, cazzo. Trenta gradi a dritta. Saranno…toh, dieci, dodici miglia”.

Marco non accenna neanche a prendere un foglio.

“Dieci o dodici?”.

“Ma che cazzo ne so? Ti sembro il navigatore? Piuttosto, chiama la plancia”.

“E perché?”.

“Perché l’è una nave là fora! E tu annota tutto, marconista dei miei stivali, che se no te ve ti qui sopra con questo vento. Ti ripeto la distanza. Dieci, dodici miglia. C’ha tutti i fanali accesi, lal par un faro”.

“Direzione?”.

“Ci da il culo. Vedo la poppa e la prua, penso che sia Nord-Nord-Est. Credo”.

“E’ ferma, o si muove?”.

“No no, là va! Uh! Varda comal fuma! La par na ciminiera!”.

Decidendo che tutto sommato la vedetta potrebbe anche aver ragione, Marco si trascina al suo posto, annotando ora e avvistamento di una nave, insieme alla sua direzione e alla sua possibile distanza.

“Probabile velocità?”.

“Non lo so, meno di noi di sicuro. Uh! L’è grossa, veh! E’…è una corazzata! Forse”.

La punta della penna di Marco si pianta nel legno. Il suo cuore accelera.

“Pietro…se è un cazzo di scherzo giuro che ti faccio mettere ai ferri fino al prossimo scalo”.

“Ma ti pare che scherzi?! Marco, c’è una nave da guerra a dieci miglia da noi!”.

“Stai calmo. Cosa dice la vedetta di poppa?”.

“Non dice”.

“Eh?”.

“È silenziosa! Callà sarà caduto in mare!”.

“Senti, guarda la coffa di poppa, no?”.

Silenzio. Pausa.

“Marco, non c’è nessuno a poppa”. Marco si porta le mani sul volto, e si stropiccia gli occhi.

“Ne sei sicuro?”.

“Sì”.

“Giuri?”.

“Giuro”.

“Chi è di turno di vedetta?”.

“Stefano”.

“Stefano chi?”.

“Rossi. La seconda vedetta di turno con me era Stefano Rossi stasera”.

“E tu mi assicuri che non mi stai facendo uno scherzo del cazzo con Stefano?”.

Silenzio. Pausa.

“Marco…io…io te lo giuro, non c’è nessuno a poppa”.

“E la squadra di guardia?”.

“Staranno giocando a carte imboscati dentro una scialuppa o in fondo la tuga. Fa un freddo cane qui fuori”.

“Magari Stefano è con loro…”.

“E io coglione qua fuori a gelare”.

“Senti ma…sta corazzata c’ha na bandiera?”.

“No, niente, né a poppa né sulle antenne”.

“Oh, ma lo sai che il nemico incrocia in queste acque, vero? Mica posso lanciare un allarme a caso”.

“Lo so, Marco, ma…”.

Marco sbuffa.

“Io…chiamo la plancia”.

“Chi c’è di turno adesso?”.

“Credo…Masini come ufficiale al comando, Ferruccio timoniere, Simoni secondo ufficiale…”.

“Masini al comando?”.

“Sì”.

“Oh ma…proprio lui?”.

“Oh, vuoi che lo chiamo sì o no?”.

“Sì sì! Solo che quello mi fa davvero finire ai ferri stavolta”.

“Te facevi meglio il tuo lavoro invece che di urlare al lupo come un coglione, e forse non ti faceva pulire le torri di prua con la lingua”.

“Oh, non la vedo più”.

Marco bestemmia. Bestemmia così forte da svegliare il compagno che sonnecchiava rilassato sul suo banco.

“Pietro, sei fuori di testa”.

“Ma tal dighi mi di no! Fuori c’è la luna piena, un bel cielo, e quella faceva luce e fumo a non finire! C’era una corazzata!”.

Piergiorgio Favalli, il marconista appena strappato al sonno, fa un brusco cenno del capo a Marco, come a chiedere chi sia lo scocciatore. Marco scrolla le spalle, prima di tornare all’interfono.

“Senti, Pietro, io non ti faccio mettere agli arresti, e tu eviti di lanciare un altro falso allarme. Ho quasi finito il turno. Non ci vado nei casini per te, non di nuovo”.

Silenzio.

“Marco”.

“Che c’è?”.

“È tornata”.

“Cosa?”.

“La nave”.

“A sto punto mi chiedo se c’è una nave…”.

“Adesso la vedo di nuovo. Solo che è più lontana stavolta. Saranno…quindici, diciassette miglia al massimo”.

“Ma ti tse ubriaco di sicuro”.

“Tal diga di no!”

“Pietro, ti tse ciapà la balla. Domani ti faccio mettere agli arresti”.

“Marco”. La voce di Pietro è così sepolcrale da far gelare il marconista.

“Prendi i tuoi appunti. Cambia ciò cai scritto. Fai…quindici miglia, quaranta gradi a babordo. Niente bandiere. Corazzata”.

Marco scuote la testa, e si stacca dall’interfono.

“Senti, Pietro, tra mezz’ora smobiliti. Hai le allucinazioni. Vai a vedere chi c’è in cambusa. Se ci sono Decimi o Ravaldini chiedi di farti fare un caffè. Dì che ti mando io”.

“Cristo, Marco! C’è una corazzata! E non vedo una guardia! Devi avvisare la plancia! Dobbiamo…”.

“No, noi non dobbiamo niente. Tu devi scendere, e adesso. Ti mando Favalli a prenderti”.

“Favalli?”.

“Il marconista di turno con me”.

“E perché me lo mandi?”.

Marco agita la mano a Piergiorgio, che brontola via ad eseguire, sbadigliando e assonnato.

“Perché tu stai dando fuori di matto. Ora, ti serve un po’ di riposo”.

“Marco! Sto bene! Ti giuro”.

Marco scuote la testa, e si sposta ad un secondo interfono con una bocca leggermente più larga, mentre gli insulti della vedetta rimbombano dal primo tubo d’acciaio. Marco li ignora. “Plancia, qui è sala radio. La vedetta prodiera del secondo turno di notte, Pietro Leoni…avrà la febbre, non lo so, sta delirando riguardo una nave, dice che non c’è nessuno di guardia…”.

Silenzio.

“Plancia?”.

“Plancia?”.

“Guardiamarina Simoni? Ferruccio? Tenente Masini? Giannini? Rispondete per favore”.

Silenzio.

Marco soffoca una bestemmia e torna alla prima bocca.

“Marco! Cazzo! Rispondi!”.

“Ci sono”.

Silenzio.

“Si è spostata di nuovo”.

“…come si è spostata di nuovo…”.

“…non lo so. Novanta gradi a dritta. Tiene la nostra stessa direzione adesso. La stiamo staccando, siamo più leggeri e veloci. E’…”.

“E’?”.

“È vicinissima. Saranno quattro miglia al massimo”.

“Ma nessun’altro la vede quella cazzo di nave?”.

“Ma che ne so, non c’è nessuno di guardia”.

“Magari credevo che tu non eri pazzo se sentivo l’allarme. Cristo, nessuna nave da guerra senza bandiera si avvicina così ad un incrociatore! Non in una zona di guerra!”.

“Sto impazzendo, Marco?”.

“Senti io ho chiamato la plancia”.

“Perché?”.

“Perché hai la febbre”.

“Dici?”.

“Sì. Stai delirando”.

Silenzio.

“Può darsi”.

“Senti, già che ci sei, dammi un’occhiata alla torre di comando. Non risponde nessuno. Si deve essere spaccato l’interfono, di nuovo”.

“Va bene Marco”.

Lungo silenzio. Lunga pausa.

“Marco…io…non c’è nessuno in plancia, né fuori…”.

“Vabbè, tu mi prendi in giro”.

“Ma ti pare?”.

“È uno scherzo del cazzo, Pietro”.

“No, Marco, lo giuro! C’è davvero una nave! E non c’è nessuno in plancia”.

Marco bolla le successive parole di Pietro come vaneggiamenti, ignorando i suoi deliri. L’uomo torna al suo posto, accartocciando il foglio su cui aveva appuntato avvistamento, data e orario. Il marconista ignora il fiume di insulti fino a quando non si esaurisce. Fino a quando, dopo un altro minuto, una voce diversa parla dall’interfono.

“Ciacca! Sono io, Piergiorgio”.

Marco decolla dalla sua sedia, balzando in piedi e raggiungendo l’interfono.

“Ohi! Favalli! Hai trovato Pietro?”.

Silenzio.

“Marco…qui non c’è nessuno in coffa”.

“Come non c’è nessuno…”.

“Senti…c’è una nave a dritta”.

“…”.

“…cosa facciamo? Io qui Pietro non lo vedo…”.

Marco si porta le mani tra i capelli, sul punto di cominciare a strapparseli.

“Piergiorgio. Ascolta”. Il marconista si stropiccia gli occhi. “Adesso vengo lì, va bene?”.

“Va bene, Marco”.

“Non muoverti, d’accordo?”.

“Va bene, Marco”.

“Promettimelo”.

“Te lo prometto”.

“Sicuro che mi aspetti?”.

“Sì”.

“Lo giuri?”.

“Te lo giuro”.

Soffocando una bestemmia, Marco schizza via nel corridoio e lascia la sala radio.

Il guardia marina Longhi sta scrutando l’orizzonte attraverso le spesse lenti del binocolo. Manca forse un’ora all’alba, e il suo turno di guardia è quasi finito. Il sottomarino a cui è assegnato sta navigando in superficie. L’uomo nota un luccichio sul pelo dell’acqua, prima di avvistare dei fanali, che vanno a disegnare la sagoma di una nave. Nota anche una bandiera a poppa; bande chiare e scure, pressoché indistinguibili a causa del buio. Longhi studia ancora per un attimo la nave, prima di chinarsi verso l’interfono.

“Plancia! Qui guardia marina Longhi, vedetta di torre. Avvistato incrociatore, trenta gradi a dritta…circa dieci miglia di distanza. E’ uno dei nostri!”.

Silenzio.

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