Azione e reazione

Serie: Male vite


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il boss è spietato profittatore della debolezza altrui.

La sala da pranzo è più disordinata del solito, ora che sua moglie se n’è andata. «Non ce la faccio più a restare qui, dove lo sento, lo vedo e non lo trovo. Ho bisogno di un posto dove lui non c’è mai stato» gli ha confessato Arianna, in un momento di lucida sofferenza. Nell’armadio c’è rimasto lo spazio lasciato dal vuoto della sua presenza. La foto sul comò che li ritrae assieme a Lele sembra in bianco e nero, come se anche i colori si fossero messi a lutto.

Quando suona la sveglia, Giuseppe è già in piedi, pronto a malavoglia ad attraversare un altro giorno senza fermarsi a viverne le ore.

Il cane, un meticcio nero di taglia media che incontra sul marciapiede, gli scodinzola, mentre la signora tira il guinzaglio per non farlo avvicinare. «Lo lasci, che non mi dà fastidio» le dice.  È la prima carezza che riesce a sentire, dopo giorni in cui le emozioni belle hanno avuto le porte chiuse.

Il cliente è già davanti alla bottega. Non gli lascia il tempo di aprirla che lo investe dei problemi che, secondo lui, hanno le ruote della sua auto quando sterza, quando l’asfalto è bagnato, quando viaggia in tangenziale. Sembra il paziente che riferisce al medico i suoi malanni. Giuseppe gli risponde, pescando le parole dal cassetto delle frasi automatiche.

L’orologio è a qualche minuto da mezzogiorno, quando la saracinesca viene abbassata a metà dall’esattore, entrato nella bottega assieme al suo capo. 

«Ammarata bello, come va, come va? Va di qua o va di là?» lo canzona il boss, avvicinandosi.

Giuseppe resta immobile, come chi si accorge che un ragno velenoso gli sta passeggiando sulla mano e spera che prenda una strada lontana dal proprio corpo.

«Ma come, non mi dici nemmeno buongiorno, dopo che mi sono scomodato a venire in questa topaia?» lo apostrofa, dandogli dei buffetti sulla guancia. «Un uomo che non paga è una schifezza d’uomo!» aggiunge sdegnato.

Giuseppe deglutisce saliva amara: «Ho sempre pagato e, finché ho potuto, ho sempre rispettato le scadenze».

«Oh, vuoi un applauso?» ironizza il boss, battendo le mani, subito imitato dal suo scagnozzo. «I patti erano chiari: rispettare le scadenze!»

«Veramente, non venne decisa una data!» osa rimarcare lui.

«Ti ricordi male, oppure hai problemi a capire! Le scadenze sono sentenze di pagamento che non possono essere rimandate!» ribadisce, prendendolo per il bavero del camice da lavoro.

«E con cosa pago, con i soldi falsi?» controbatte, fissandolo in faccia, cosa che l’altro non gradisce affatto: lo interpreta come un segnale di sfida che non può tollerare da uno che considera un “due lire” fuori corso; perciò si ritiene oltremodo oltraggiato.

«Tu, quando parli con me, devi far strisciare gli occhi sul pavimento e non devi fare domande a cazzo!» lo redarguisce, riprendendo a colpirlo con dei buffetti di scherno. «Riguardo ai soldi, pagherai con le tue proprietà» gli intima, spingendolo contro la parete.

«La casa? La mia casa vale molto più del debito!» obietta Giuseppe, ricomponendosi.

«Mi hanno detto che hai una moglie carina» risponde il boss, con un sorriso perfido.

Giuseppe reagisce con rabbia: «Lasciate stare mia moglie!»

Il boss gli è di nuovo addosso. «Perché, sennò cosa fai?» Lo stringe per la gola contro la parete. «Perché dovrei lasciarla stare, eh? Mi è stato detto che, come donna, merita una bella visita. È vero, Raf?» Il suo tirapiedi conferma:«Sì, ha un bel culo».

«Hai sentito?»

Giuseppe gli si scaraventa contro per colpirlo, ma il boss lo scansa e con uno sgambetto lo butta a terra. Il malcapitato si rialza, ma ora c’è Raf che gli rifila due cazzotti ai fianchi e uno al mento.

«Non lo uccidere, che mi serve vivo» gli raccomanda, fermando l’impeto aggressivo del suo mastino.

«Quanto a te, sacco di merda, stammi bene a sentire.» 

Lo prende per un orecchio e lo costringe a tirarsi in piedi. «Sai cosa facciamo, eh?» Gli si avvicina a un palmo dal naso. «Prima ti spezziamo le gambe, così da metterti comodo su una sedia a rotelle; poi ci divertiamo con tua moglie mentre tu ci guardi, magari contento di vederla finalmente godere! Ti piace l’idea?»

L’acqua, prima della cascata, naviga senza sobbalzi, ma quando cade si infrange con la forza proporzionale all’altezza della caduta. È un fenomeno di azione e reazione. Nella mente umana avviene lo stesso, con la differenza che la reazione si vede -se si manifesta- o non si vede -se è stata repressa- a causa di qualcosa che glielo impedisce. Ma, non appena le condizioni lo permettono, la reazione scoppia con maggiore deflagrazione.

Giuseppe non ha difese da contrapporre. Al momento, la sua forza soccombe a quella che è costretto a subire. Ma nella sua testa si crea l’energia sufficiente a fabbricare un ordigno da innescare quando sarà possibile farlo.

«Ho capito, ho capito!» ripete per togliersi dal ruolo di bersaglio umano. «Farò quello che devo fare, ma lasciate in pace mia moglie» supplica con la voce roca per le botte ricevute.

«Ora sì che mi capisci!» esclama il boss, soddisfatto.

La casa è diventata una nemica da quando è rimasto solo. Fuori, la pioggia rimbalza sull’asfalto e rigenera le pozzanghere; dentro di lui, c’è un vulcano in eruzione.

Le ruote lisce non tengono la strada, specie se questa è bagnata; quelle buone devono avere dei solchi che si adattano al manto stradale, come un mantice che aspira ed espira aria. È un po’ come andare sulle strade della vita: ci sono quelle dritte e altre con le curve, dove devi stare attento a non sfracellarti.

Non esiste solo l’equilibrio governato da una legge fisica scritta in linguaggio matematico; ma esiste anche un equilibrio che si basa sul calcolo soggettivo delle possibilità di sopravvivenza, per cui in situazioni estreme si agisce anche contro i propri principi morali.

Ne è cosciente Giuseppe. «Non devo farmi sotterrare vivo!» dice tra sé e sé, prendendo coraggio e slancio per attuare ciò che la sua mente ha partorito.

Continua...

Serie: Male vite


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Discussioni

  1. Una storia dura e realistica, di vita disastrata e di malavita spietata. A un uomo così solo e disperato, in condizioni simili, dubito possa venirgli in mente una vecchia canzone di Lorenzo/Giovanotti “Penso positivo”. E possa agire di conseguenza.