
Azione: MI6
Gavin aveva un passaporto statunitense, era un gringo, ma se la polizia avesse saputo che era di York, non New, avrebbe fatto una fine orribile.
C’era molto da dire sui rapporti fra anglosassoni e dittature sudamericane, ma Gavin non era un giornalista: era in Argentina per altri motivi.
Passeggiò lungo le strade di Buenos Aires finché non si fermò di fronte alla sede di una multinazionale.
In Argentina nomi spagnoli e italiani si confondevano, si sovrapponevano, si mescolavano. Gavin aveva letto che per lungo tempo il Mezzogiorno era stato dominato dagli spagnoli, perciò non sapeva bene se “Franco” fosse un cognome italiano o della penisola Iberica.
Non era importante neppure questo, era un dettaglio da dimenticare.
Gavin incominciò il lavoro: si guardò attorno e finse di essere parte del paesaggio.
Dalla sede della Franco andavano e venivano camion che, Gavin forse lo supponeva perché suggestionato, portavano un carico pesante.
Armamenti.
Più a sud, nel cuore dell’oceano, gli Harrier di Sua Maestà bombardavano i soldati di leva argentini e i gurkha decapitavano e stupravano i prigionieri.
Gavin combatteva a modo suo la guerra delle Falkland.
Continuò per ore a stare al freddo di quell’autunno australe finché non vide arrivare degli uomini dalle facce molto poco rassicuranti.
Gavin aveva studiato dei dossier dell’Interpol, la Polizia di Stato italiana aveva fatto un buon lavoro trasmettendo i dossier a Lione. Forse di lì a qualche decennio un giornalista napoletano avrebbe dedicato un libro a quei personaggi, ma certo non Gavin: era lì per motivi più segreti.
Si avvicinò ai cinque personaggi che parlottavano in un italiano infarcito di neologismi – doveva essere il loro dialetto – che all’improvviso un furgone li affiancò.
Il furgone inchiodò, qualcuno aprì il portello a scivolo e i ragazzi afferrarono i camorristi neanche fossero delle creature unicellulari affamate di altre creature ancora più piccole.
Gavin vide che nessuno si era accorto di nulla.
Così come era arrivato, il furgone andò via.
Gavin aveva finito.
«Siete in Uruguay».
L’italiano sputò.
«Tu e i tuoi amici non vi trovate più in Argentina. Qui in Uruguay noi britannici abbiamo ancora una rappresentanza diplomatica».
L’italiano non voleva dare ascolto a Gavin, sembrava non interessarsi alla sorte dei suoi amici.
«Siete dei camorristi, vogliamo ottenere informazioni sul traffico d’armi fra Napoli e la dittatura militare».
L’italiano faceva finta di nulla, sopportava la posizione scomoda, le corde che gli scavano la carne: doveva essere un duro abituato a quelle cose.
«Ora. O sennò, faremo i ragazzacci».
«Non so nulla». Rise. «Va’ a bere il tè».
«Risposta sbagliata». Gavin gli diede un pugno in faccia, dopo uno all’addome.
Il camorrista si sgonfiò, ma sapeva resistere al dolore.
Gavin si predispose a essere ancora più cattivo che udì degli spari, poi delle urla.
Uomini in passamontagna penetrarono nel capannone, imbracciavano degli MP5A5 e non erano certo britannici.
Gavin fuggì e si radunò con i colleghi dell’MI6. «Hanno scoperto il nostro nascondiglio» disse uno di loro.
«I camorristi… Adesso gli argentini li libereranno e avranno capito che non siamo in Uruguay» borbottò Gavin.
Si ritirarono.
«Presto li cattureremo di nuovo» considerò uno degli agenti. «Senza contare che la guerra la stiamo vincendo noi».
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi stupisco sempre della tua conoscenza storica
Grazie, ma questo è solo un assaggio!
Bello, Kenji, mi è molto piaciuto e mi ricorda il romanzo che hai pubblicato e che avevo letto qualche mese fa. Una spy story con i fiocchi!
Grazie Cristiana! Sì, però molto differente da “Indagine sul Proceso”.
Questo sicuramente. Però io mi godo l’ambientazione!
Sono contento!