
Balera
Il sole calava pigro nella Romagna laboriosa degli anni sessanta. Tingeva di rosa arancio le case color pastello di quel semplice paese campagnolo circondato da grano e frutteti.
Lui rifiutò l’invito dell’amico, era solito stare in compagnia nei momenti dopolavoro o in quelli liberi durante il fine settimana, ma quella sera preferì recarsi in piazza, con la sua moto, da solo.
Si mosse e parcheggiò la Lambretta con aria trionfante pago di quella camicia e jeans guadagnati a mattoni e cemento che poteva sfoggiare per la prima volta.
Il borgo era immerso in un’atmosfera di luci soffuse e musica vivace, quell’aria di festa e allegria lo contagiava sempre, ma quel suo procedere adagio lento, verso le anime danzanti nella pausa domenicale, si fermò quando incrociò gli occhi di una ragazza.
Seduta su una panchina, circondata dalle amiche, un abito bianco con sfumature rosse le fasciava il suo fisico sinuoso, capelli neri intrecciati elegantemente erano la cornice del suo sorriso, del suo viso delicato.
Lei lo fissò intensamente con i suoi occhi castani, un colore che ricorda la terra lavorata da lui, dai suoi genitori e dai suoi avi.
Lo fissava con timida curiosità.
Lui arrestò il suo procedere adagio lento quando incrociò lo sguardo di lei, lei arrossì leggermente e in risposta abbassò il volto. Alzò nuovamente gli occhi, per un attimo si fissarono. Intensi. Magnetici.
Lei, inaspettatamente, calò ancora una volta il capo verso terra; fu in quel momento che lui, sostenuto dalla spavalderia dei giovani guidati da una forza irresistibile chiamata attrazione, si avvicinò.
“Le è caduto qualcosa?” chiese con un sorriso timido ma sicuro.
“No” rispose lei con voce flebile, dolce e melodiosa.
“Sicura?”
“Non mi è caduto nulla.”
“Balliamo”, una sola parola, una sola umile parola pronunciata con espressione felice che si estese verso quella mano che lui le porse.
Quella mano sicura divenne in breve un faro.
Un silenzio si creò tra loro, un silenzio carico di aspettative, un silenzio carico di un’intesa palpabile.
Lei, prima esitante annuì con una impacciata ma radiosa espressione, si alzò e trascinata da quella laboriosa mano della Romagna anni sessanta si fece coraggio e iniziò a fondersi a lui, fondersi alla folla danzante.
La loro unione, però, si distingueva, era il primo ballo: lui sgraziato nei movimenti si fece accompagnare dai passi leggeri di lei, improvvisamente furono entrambi graziati, belli da contemplare.
Lei, elegante nei movimenti si aggrappò alla mano sicura di lui.
Belli da contemplare.
Le loro dita si intrecciarono, i passi si incrociarono, e pur non conoscendosi i loro corpi si mossero in sintonia, a ritmo, all’unisono sui quei ritmi a tre quarti ormai dimenticati dalla Romagna del nuovo secolo.
Conobbero Orfeo, videro Morfeo.
Furono Orfeo, furono Morfeo.
Il tempo si fermò, ma come ogni notte si schiude nell’alba ed ogni giorno si chiude nella sera, anche la musica si fermò.
“Ti accompagno a casa?” disse lui con voce roca.
Lei rispose positivamente afferrandogli la mano.
Uscirono entrambi dalla balera sotto un cielo stellato, lui salì sulla sua lambretta non più trionfante ma sereno, non più pago per premi dovuti a cemento e mattoni, ma per altro.
Lei salì tenendosi a lui sorridente.
I pensieri di entrambi si fecero concitati in quell’abbraccio di ritorno.
Si avviarono verso l’abitazione della ragazza: casa color pastello, ai margini di un semplice paese campagnolo circondato da grano e frutteti.
Si salutarono e lei guardò dalla finestra il procedere adagio lento di lui.
Quella finestra fu l’incontro di tante volte.
Quella finestra, l’attesa di lei, fu il faro nella notte di lui, al ritorno da giornate di lavoro tra cemento e mattoni.
Quel faro si spense sessant’anni dopo.
Come fiorirono in una balera di primavera, ora loro sono primule, eco e voce della prima era.
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Delicato, toccante, una storia d’altri tempi, quasi appartenente ad un mondo immaginario.
Il tutto racchiuso in quell’unica parola, “Balliamo”, che è la vera chiave di volta di tutto il racconto.
Una narrazione semplice ed evocativa. Bravo!
“C’è l’eterna poesia dell’incont”
Infinite grazie!! Non i miei genitori, ma i miei nonni. Non c’è nulla da perdonare in ogni caso!!
Wow, bellissimo!
Grazie mille!!!
Posso dire “sticazzi”? Secondo me questa fotografia li merita tutti! Lo considero un tributo ai tuoi genitori, ma forse sbaglio e allora perdonami. C’è l’eterna poesia dell’incontro, c’è l’appagamento che da pace per un qualcosa che stavi aspettando, c’è amore per l’amore (e non è poco), c’è un’Italia che ha ritmi a tre quarti ormai desueti… c’è tutto ciò che amo sia scritto. Bravo!
È tuo il disegno?
Si e no, l’idea è mia e la mano è della mia ragazza. Sarà la copertina della strumentale musicale che uscirà venerdì, composta come sottofondo al racconto breve.
Che splendida idea. Lasciaci il link ai tuoi social per poterla ascoltare
Potrebbe essere un’arma a doppio taglio, perché ho sperimentato per la prima volta un liscio. È anche la prima volta che sperimento la sola strumentale senza parole, in ogni caso questo è il link della pagina: https://www.instagram.com/rigo.wave/
Nel mio profilo su questa piattaforma ho inserito anche il link YouTube
‘”Balliamo”, una sola parola, una sola umile parola pronunciata con espressione felice che si estese verso quella mano che lui le porse.’ È molto bella la semplicità di questa frase come lo è la semplice bellezza dell’intero racconto. Una sorta di amarcord che ha per ambientazione proprio i luoghi consoni e che ci aspettiamo dalle prime righe. Parole delicate e quasi sospese come la danza dei protagonisti. Complimenti
Grazie mille, appena ho tempo dopo scuola recupero qualche suo scritto. Appena approdato in questa piattaforma mi sono reso conto del tanto da recuperare.
In realtà sono sempre un passo indietro anche io ultimamente nelle letture. In Riviera, parlo della Romagna, del ballo e di quegli amori che quasi non esistono più. Anche io ce l’ho nel cuore 😊