Bela

«Diavolo di un demonio e che è, uno scannatoio?»

Ferma sulla porta, Giuseppina si concesse un sussulto di esitazione. Poi si riscosse immediatamente, chinandosi sulla donna a terra.

«Marì? Marì, mi senti?» le disse mentre con le mani premeva con forza sull’addome nel tentativo di fermare l’emorragia.

«Da quand’è che sta così?»

La domanda cadde nel vuoto. La bocca che avrebbe dovuto rispondere tremava di paura a dispetto del corpo rigido e teso.

«Carlo, se non riesci a rispondere vai almeno a chiamare il dottore.»

L’uomo non si mosse. Davanti a lui c’erano due occhi profondi che lo fissavano e un belato disperato che gli trafiggeva i timpani. Un agnello, saldamente legato ad un tavolo che di sangue ne aveva visto a fiotti, sembrava scosso da brividi di terrore. Carlo, poco più che bambino, lo guardava mentre suo padre fissava lui.

«Carletto, bada bene perché questa manovra la devi fare come Dio comanda.»

Poi, stringendo nella mano un coltellino, fece partire un colpo alla giugulare. La velocità del movimento, la circolarità e la naturalezza del gesto, lo fecero sembrare poco più di una virgola, una specie di sorriso sghembo, un gesto addirittura gentile.

Poi un belato di sorpresa fece vibrare l’aria e lo sgocciolio del sangue impastandosi ai suoni pigri dei pomeriggi d’estate, ne rivelò tutto l’orrore.

Carlo impietrì. Sentì le lacrime premere sugli occhi, pungergli le pupille eppure non si concesse al pianto. Lo sguardo di suo padre gli parve assai pesante da sostenere, anche più di quello disperato della morte o giudicante dell’ignavia. Nella rigidità dei muscoli però, c’era tutto il suo dolore. Nelle unghie conficcate nei palmi delle mani c’erano le carezze che avrebbe voluto dare. 

Con la sua esile figura tentò di riempire il campo visivo dell’animale agonizzante, sperando con tutto l’amore che aveva in corpo ch’egli vedesse la sua compassione, che fosse d’amore e non d’indifferenza l’ultimo sguardo prima di crepare.

«Carlo, sangue di Giuda, corri a chiamare qualcuno.»

Quelle parole lo strapparono al ricordo. Guardò la donna.

«Non posso Giuseppina, l’agnello mi guarda.»

«Ma che stai a dire? Di quale agnello parli? Questa è tua moglie, scemo di un maschio. Va a chiamare qualcuno che questa ti muore.»

L’uomo rinsavì uscendo di corsa.

«Questo è picchiato. Ma tra tutta la mercanzia esposta, proprio a questo scimunito ti dovevi prendere?» domandò senza aspettarsi realmente una risposta. Fece una breve pausa per assecondare con le mani una contrazione. Poi continuò.

«Marì, per fortuna ti ho sentita gridare, che se stavi ad aspettare a tuo marito stavi fresca fresca nella tomba. Invece la spremitura sta funzionando. E se Dio vuole tra qualche giorno starai bene.»

Il dottore arrivò che la casa era stata già rassettata riacquistando un aspetto modesto ma dignitoso. Non c’era più alcuna traccia di sangue o dolore. Maria era stata adagiata sul letto e lì dormiva serena. Giuseppina sedeva tronfia al suo capezzale.

«Alla buon’ora dottore!» gli disse con una secchiata di sarcasmo.

«Salute Giuseppina, come sta tua sorella?»

«Vedete voi stesso. Il sangue si è fermato.»

«Benissimo. E la creatura? » chiese il medico guardandosi attorno.

Lo sgomento trasfigurò l’espressione gongolante di Giuseppina.

«Gesù, Giuseppe e Maria. La creatura!» Scattò in piedi e in un attimo fu dal cognato.

«Pezzo di cretino, dove hai messo la creatura?».

Carlo strinse le spalle offrendo i palmi in segno di resa.

«Sta fuori, nel secchio. Morta era.»

In un attimo furono tutti fuori. Le facce tese in una smorfia di incredulità si sporsero cautamente al di là del secchio, quasi a volersi esporre lentamente ad un dolore che sapevano imminente.

Videro dapprima una poltiglia di sangue e umori, poi un cordone, annodato alla buona, che teneva assieme la placenta a una bambina con gli occhi chiusi, i pugni stretti e la vita nei polmoni.

«Dio benedetto, ma questa creatura è viva. Dottore, viva è?» urlo Giuseppina rivolgendosi al dottore.

«Accipicchia se è viva» confermo lui.

Carlo stavolta le lacrime non le trattenne. Di fronte al miracolo della resurrezione, piangere gli sembrò giusto se non addirittura doveroso. Si avvicinò alla bambina e con il dorso della mano le pulì delicatamente una guancia.

«Bela» sussurro.

«Come?» Chiese Giuseppina.

«La voglio chiamare Bela» disse con più convinzione.

«Bella» lo corresse lei.

«No, Bela, come il verso degli agnelli» chiarì lui.

«Gesù mio, questo è proprio scemo»

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Meno male, l’orrore che lascia posto alla vita…Io trovo che questo racconto non voleva essere credibile, quanto scioccante e secondo me ci riesce, chiudendosi però con un sospiro di sollievo (mio parere ovviamente). A me è piaciuto.

  2. Insomma, a me sembra poco credibile – e francamente esagerato- che si getti in un secchio il cadavere di un neonato. Allo stesso modo, mi ha lasciato perplessa che Giuseppina si accorga dell’assenza del bambino solo quando glielo chiede il dottore.

  3. Ciao Teresa, è un’immagine assai particolare quella che proponi, certamente interessante. L’unica connotazione ambientale che si ricava è l’epoca in cui si partoriva in cascina; così come in cascina si macellava. Ma serve rileggere qualche passaggio per mettere a fuoco. La chiusura lascia il dubbio se il messaggio voglia essere: “anche lo scemo del villaggio si riproduce”; oppure, una sconcertante insensibilità nei confronti di chi a quella vita non si è mai fatto avvezzo. Grazie per la lettura

  4. Non belo, ma bello. Mi sono immersa totalmente nella lettura di questo racconto intenso che ha fatto vibrare alcune corde che mi appartengono. E bello anche il finale, per me appagante.