
Benvenuti in Nigeria
Serie: Tre anni in Nigeria
- Episodio 1: Cuore tricolore
- Episodio 2: Mai fermarsi
- Episodio 3: Benvenuti in Nigeria
- Episodio 4: Comprendere
- Episodio 5: Coccodrilli e libellule
- Episodio 6: Il club degli Alleati
- Episodio 7: Famiglia unita
- Episodio 8: Nuovo anno, nuovo mondo
- Episodio 9: Gomma alla liquirizia
- Episodio 10: L’amore di una madre e il dovere di un figlio
STAGIONE 1
Mi sveglio con quell’odore pungente dentro le narici. Sono passati alcuni giorni dal mio arrivo frenetico, eppure non mi sono ancora abituato a questo odore. Il sole passa attraverso la finestra protetta da spesse grate in ferro e riesco a scorgere il tricolore italiano ondeggiare sopra l’ingresso di casa. La casa dove vivremo per i prossimi tre anni è più simile al palazzo di un maraja, conforme all’incarico di rappresentanza di papà. È una grande villa su due piani con piscina e dependance nel giardino posteriore. Lungo tutto il perimetro si erge un alto muro con filo spinato e vicino al cancello, unica via d’accesso al mondo là fuori, c’è il generatore elettrico a diesel per via dei continui blackout, una cisterna con la benzina per la macchina e ci sono gli alloggi delle nostre tre guardie della polizia nigeriana.
David sembra il capo del trio, ha lo sguardo furbetto, la parlantina sciolta e quando lo chiami sembra che sia sempre indaffarato.
Samuel è tutto il contrario, taciturno e tranquillo ha l’aria bonacciona e affidabile sopra quel corpo esile.
Infine, c’è Rambo. Non ho capito il suo nome quindi lo chiamerò così. Non si vede e non si sente, sta sempre nel gabbiotto, di guardia, con i pantaloni mimetici e gli anfibi militari, T-shirt bianca a risaltare il fisico muscoloso e l’inseparabile fucile in mano. Dovrebbe essere una figura protettiva, di sicurezza, ma a me fa paura.
Loro tre, assieme all’autista Ibrahim, il cuoco Dominique e il tuttofare Brutus, sono il nostro tramite con il mondo reale, quello fatto di baracche e miseria che sta oltre i muri con il filo spinato e la cupola di cristallo del mondo diplomatico.
«Grazie, Dominique, faccio io» dice impacciata mamma appena mi vede entrare in cucina.
«Certo Madame» risponde il cuoco e attraversa la grande cucina per andare nella stanza della dispensa lì attaccata.
Mamma non riesce e non vuole abituarsi alla servitù in casa, però le piacciono i panini al burro di Dominique.
Con una scusa lo manda nella stanza delle Meraviglie, la sala che usiamo come cella frigorifera e dove ci sono le scorte per tre anni di viveri italiani come parmigiano, pasta, prosciutti e bottiglie di vino e olio extravergine d’oliva che abbiamo imbarcato assieme ai mobili e la maggior parte delle nostre cose in uno dei container organizzati dall’ambasciata.
«Nel pomeriggio viene papà e andiamo a vedere la scuola, contento?» mi annuncia mamma mentre mi passa la tazza con il latte e il Nesquik.
Annuisco mentre mi siedo sullo sgabello dell’isola al centro della cucina e prendo uno di quei panini al burro di Dominique da riempire con la Nutella.
In realtà la scuola l’ho già vista in foto prima di partire, le mie sorelle erano curiosissime e hanno subito cercato al computer. Quello di oggi è un colloquio conoscitivo con la preside. Andrò all’American International School of Abuja. Sono settimane che fantastico e mi chiedo se sarà davvero come nei film americani, non vedo l’ora di avere il mio armadietto personale anche se non so come dovrei usarlo se tanto ho lo zaino con me.
Finisco di fare colazione sotto lo sguardo pensieroso di mia madre poi esco dalla cucina e dall’enorme atrio dell’ingresso salgo la scala a chiocciola. Al piano terra, oltre alla cucina con annesse dispensa e lavanderia, ci sono il salone grande, l’atrio, la stanza delle Meraviglie, un bagno di servizio e una stanza che papà usa come ufficio che si affacciano sul lato di casa verso l’ingresso, mentre la cucina collegata da un corridoio fino ad una saletta più piccola dà sul giardino posteriore con la piscina. La casa è interamente circondata da un porticato che all’ingresso principale si allunga in una tettoia per la macchina. Al piano superiore si accede o dalla scala a chiocciola nell’atrio o dalla scala a forbice di servizio che parte dal corridoio tra la cucina e il salottino. Sopra ci sono cinque camere, ognuna con un ingresso e un bagno personale, che si affacciano al piano inferiore con una balconata lungo tutto il perimetro.
La cosa più bella, oltre ad avere un bagno personale, è avere un bagno personale con il bidè. In Italia avevamo un solo bagno in casa e la mattina era una lotta continua con le mie sorelle. Mi sono subito abituato a questa nuova comodità come a poter restare nella vasca da bagno tutto il tempo che voglio.
La mattina passa velocemente in piscina o gironzolando con la bicicletta in giardino o giocando all’esploratore tra le piante già alte dell’orto che ha piantato papà. Seguo le lucertole dai mille colori che si nascondono tra l’insalata, i pomodori, le zucchine e tanta altra verdura fresca che hanno sconsigliato di prendere da fuori. Qualunque cosa deve essere sempre sterilizzata e non possiamo bere l’acqua dal rubinetto. I virus qui non scherzano. All’inizio avevo sempre paura di bere per sbaglio l’acqua quando mi lavavo i denti ma adesso ci sono abituato. Altra cosa strana è che dobbiamo fare come Cenerentola, ma al posto di mezzanotte dobbiamo chiuderci in casa verso le cinque di pomeriggio, al tramonto, quando escono le zanzare che trasmettono la malaria. Anche i panni non li possiamo lasciare fuori di notte perché c’è un verme piccolo piccolo che si nasconde nel tessuto e poi entra dentro la pelle e una volta dentro è un casino toglierlo.
Papà a pranzo viene con i tre carabinieri assegnati al suo ufficio. Li abbiamo già conosciuti assieme alle loro mogli.
Mancini viene da Roma ed è simpaticissimo, fa sempre delle battute e lui e sua moglie, anche lei simpatica, ogni tanto giocano a calcio con me.
Boggio è sassarese con origini ligure e ha vissuto per molto tempo a Torino, è divorziato con una figlia poco più piccola di me che è rimasta con la madre in Italia.
Gasser e moglie sono della provincia di Bolzano, serissimi e con l’accento marcato, tra loro parlano solo in tedesco e la moglie ogni tanto deve chiedere a Gasser di tradurre in italiano. La prima volta che l’abbiamo visto, nell’ufficio presso l’hotel Sheraton, si è presentato come “quello stupido” del gruppo ed era l’unico in piedi senza una scrivania.
Benvenuti in Nigeria.
Serie: Tre anni in Nigeria
- Episodio 1: Cuore tricolore
- Episodio 2: Mai fermarsi
- Episodio 3: Benvenuti in Nigeria
- Episodio 4: Comprendere
- Episodio 5: Coccodrilli e libellule
- Episodio 6: Il club degli Alleati
- Episodio 7: Famiglia unita
- Episodio 8: Nuovo anno, nuovo mondo
- Episodio 9: Gomma alla liquirizia
- Episodio 10: L’amore di una madre e il dovere di un figlio
Bell’episodio, pieno di particolari descritti molto bene. Un po’ inquietanti i particolari delle zanzare, dell’acqua, del verme dei panni, sembra quasi un’astronave in un mondo alieno 🙂
Mi piace l’analogia, in effetti era un po’ come essere in un altro mondo. Grazie!
Ancora ritrovo emozioni che conservo dentro di me: hai saputo evocare l’atmosfera di un mondo completamente diverso rispetto a quello che si è conosciuto, assieme al senso di “pericolosità” trasmesso da ogni cosa. In un certo senso, mi ha ricordato anche il periodo trascorso durante la pandemia, dove tutto quello che proveniva dall’esterno era considerato “letale”. Mi sto immergendo completamente nella “tua” Africa, certa che porterà con sé anche molte sorprese positive.
Esattamente. Questa è la mia esperienza, che può tranquillamente cozzare con quella di altre. E assolutamente non è una generalizzazione dell’Africa, come per esempio Roma non rappresenta tutta la realtà italiana e l’Italia stessa non rappresenta l’intera realtà europea. Certamente ci sono aspetti negativi e positivi, come tutto in questo mondo, ma volevo raccontare questa storia, pur filtrata con gli occhi di un bambino, in tutti gli aspetti.
Bello, questo secondo episodio, ancora piu’ ‘sciolto’ del primo.
Mi piace la consapevolezza della gabbia dorata che inizia a farsi strada in Alex, continuero’ a seguirti con immutato piacere!
Grazie Nyam! Sì, Alex piano piano uscirà dal suo guscio d’orato e avrà l’opportunità di crescere. Grazie ancora!
Quanta ricchezza di particolari! Scrivi in modo veramente accattivante e piacevole. Fin qui sembra tutto luminoso, ma percepisco nella narrazione una certa tensione che forse significa guai in vista…molto molto bello!
Grazie Cristiana! Gentilissima! Sì, hai letto bene tra le righe, una certa tensione c’è e ci sarà sempre. Più avanti con la storia ci saranno diversi momenti di crescita per Alex e scelte importanti che la famiglia dovrà prendere. Spero di non deludere!
Ciao Carlo, bellissimo episodio. Mi hai trasportato in Africa, mi sono sentita trapiantata li`, dove tante volte ho sognato di andare, sin da piccola, appresso ai missionari che avevo conosciuto in parrocchia, e poi da ragazza vedendo certi filmini (come li chiamavamo allora), che ci mostravano a scuola. E da grande, aspirando, senza mai trovare il coraggio, ad aggregarmi a qualche Onlus, a scopo umanitario.
Il tuo racconto e` avvincente, una descrizione molto realistica, come se tu avessi piena cognizione di quei luoghi.
Bravo Carlo! 👏
PS: Ho ritirato la rivista LibriCK e ho riletto volentieri La mareggiata. Un racconto appassionato e piacevole, non solo per chi ama il surf, ma anche per chi ama il mare, per bagnarsi, tuffarsi o immergersi totalmente nel verde smeraldo delle nostre acque.
Grazie due volte Maria Luisa! Sempre gentilissima! Il tuo animo altruista e generoso si percepisce sempre nei tuoi racconti e nei tuoi commenti, con un lato umano veramente raro e che ti fa subito entrare in simpatia alle persone. Per quanto riguarda l’episodio, quei luoghi descritti SONO familiari ancora oggi a distanza di anni, senza bisogno di riprendere foto o filmini fatti. Come tutti i luoghi e le cose di questo mondo, ci sono lati positivi e negativi ma l’importante è guardare senza pregiudizi 😉 dal prossimo episodio si entra nel vivo!
La frase sugli armadietti mi ricorda il fatto che quando ero alle superiori, a un’assemblea d’istituto, una ragazza aveva chiesto perché non si usassero gli armadietti come le scuole americane… Be’, in Italia non è che dobbiamo scopiazzare l’America perché i loro telefilm sono fighi.
È successo anche a me al liceo, qui da noi non ha senso dal momento che gli studenti stanno fermi in classe mentre sono gli insegnanti a girare, in Usa è il contrario. Grazie Kenji!