Bianco Litio (film mai completato di Renato Correzzana)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


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Renato Correzzana aveva un solo vero talento da regista, e non era la messa in scena: era la capacità di convincersi, e di convincere chiunque gli stesse vicino abbastanza a lungo, che Imola potesse pas­sare per Baltimora. Bastava girare di notte, diceva, bastava la pioggia artificiale e un paio di insegne al neon ordinate da un negozio di forniture teatrali di Bologna – una diceva “BADLEY’S”, un’altra “BEEWISE”, nessuna delle due che significasse qualcosa in italiano né altrove – per trasformare il centro storico romagnolo in un vicolo della East Coast americana.

Correzzana aveva questa fede sfacciata da al­meno dieci anni, spesa fino ad allora in cortome­traggi mai distribuiti, e la riversò tutta, nel 1994, in quello che considerava il suo vero esordio: un noir psicologico ambientato in vari cinema abbandona­ti, con un ex proiezionista schizofrenico che smette vo­lontariamente di assumere farmaci per “testare i li­miti della mente”, perdendo così, scena dopo sce­na, il contatto con la realtà.

Il film aveva bisogno di un volto internazio­nale che nessun budget emiliano avrebbe mai potu­to permettersi, così Correzzana risolse il problema a modo suo: aggirandolo.

Trovò Lorenzo Briantino, un commesso ven­tenne in un discount di Imola la cui somiglianza con una delle star più fotografate di Hollywood – un ragazzo inglese lanciato da una saga sentimen­tale per adolescenti e poi riciclatosi, con discreto successo, in ruoli sempre più cupi e nevrotici – era al tempo stesso perfetta e inquietante, il tipo di ma­gnetismo che fa voltare la gente per strada e poi, un secondo dopo, l’allontana senza sapere il per­ché.

Briantino, però, non aveva mai recitato in vita sua. Correzzana lo considerò un dettaglio tra­scurabile.

Le riprese cominciarono col giovane attore che, come prevedibile a chiunque tranne che al re­gista, si cimentò in un’interpretazione ingessata e sopra le righe, in un modo che il cineasta stesso, nei suoi appunti di produzione mai pubblicati, definì “tecnicamente presente, emotivamente altrove”. 

Nel tentativo di correggere il tiro senza rinunciare al volto che aveva costruito l’intera produzione at­torno a quella somiglianza, Correzzana commise l’errore che avrebbe fatto degenerare il tutto: assunse, per le scene più complesse, un secondo sosia – non della star originale, ma dello stesso Briantino, un sosia del sosia, reperito tramite un’agenzia di con­trofigure di Milano abituata a lavori ben più mode­sti.

Briantino, che fino a quel momento non ave­va mai avuto un ingaggio più prestigioso di uno scaffale di detersivi, si sentì improvvisamente una diva tradita nel proprio diritto esclusivo all’unicità, e abbandonò il set nel giro di un pomeriggio, la­sciando Correzzana con una copia della copia del protagonista, rivelatasi pure quella una vera ciofe­ca di attore.

Il regista, però, non si arrese: con un piccolo esercito di controfigure reclutate in fretta e furia – ciascuna delle quali la replica degenere della pre­cedente, e nessuna capace di sostenere da sola l’intero ruolo –, Correzzana proseguì le riprese.

Fu qui che il film, invece di fermarsi, comin­ciò davvero, nel senso più grottesco del termine.

Continua...

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