Bildungsroman

Serie: Panchine


«Quel che provava dinanzi alle cose rimaneva indefinibile, ed egli ne soffriva [..] Leggere, allora, un libro sotto qualche albero! Non si affidava agli amici, e ne sentiva la mancanza. [..] Perché tentare invano di essere come gli altri? Come erano fatti gli altri? [..] Si confortava, sognando un’esistenza nuova e insolita. [..] E con quale gioia stravolta aspettava il giorno dell’incontro con quella ..

(F. Tozzi, Con gli occhi chiusi)

La prima immagine riproduce il ritratto di un giovane studente prossimo alla maturità scolastica seduto su una panchina vicina all’argine del fiume, in prossimità dell’ultima pescaia che regola il tratto urbano del suo corso e che conduce le acque fuori dal centro storico, ormai all’uscita della città e all’interno del grande parco pubblico, intento a scrivere il romanzo capace di conservare il ricordo di una vita che si immagina seriamente già compiuta, pur restando per la quasi totalità del suo tempo ancora da vivere, che si mostra grave e compassata, pur nella banalità e brevità del suo tempo vissuto appena.

Ma il primo ricordo, ecco, riconduce all’interno di un vasto cortile, capace di contenere centinaia di studenti tutti insieme, a fianco di un severo edificio scolastico dai muri anneriti nell’invecchiamento, che come un’ombra cupa del tempo riflettono la luce ancor scura del primo mattino autunnale, nell’aria densa di fiati del cortile, che ora anche X.. si trova a respirare, in attesa di essere chiamato ad entrare nella classe assegnata il primo giorno di scuola superiore.

Il giovane X. – che potrebbe ben essere inquadrato psicologicamente come un tipo senz’altro introverso, o più familiarmente presentato come un ragazzo molto timido, un cosiddetto adolescente complessato, o impaurito più semplicemente – ha già compiuto in queste prime ore del mattino un certo atto, inevitabile d’altronde, di coraggio, decidendo di varcare da solo il cancello del cortile affollato, congedando il genitore che lo ha accompagnato in auto sulla strada; e come sperduto adesso in un territorio sconosciuto si muove lentamente, con circospezione, come si dice, scivolando attorno ai gruppi di studenti già composti, cercando disperatamente con gli occhi al centro e in tutti gli angoli dello spazio circondato dal cemento un altro sguardo o la posizione di un corpo in grado di fornirgli un appoggio e un sostegno, per affrontare a suo fianco l’isolamento e il silenzio rimbombante nel mezzo di questa solitudine vociante; un altro individuo vivente escluso, insomma, in quel contesto di appartenenze che si ostentano come già consolidate, chiuse all’esterno come gruppi privilegiati; un altro essere umano di genere maschile, preferibilmente, cui poter senza paura avvicinarsi, con cui condividere i dubbi e i timori sulla procedura che ci si deve prefigurare; per immaginare insieme a qualcun altro, almeno, anziché ipotizzare con incertezza nella propria solitudine, che quella raccolta lì all’esterno, nel freddo cortile della scuola, sia organizzata in qualche modo per regolare l’accesso alle aule dell’Istituto secondo la composizione stabilita delle classi del primo anno, non ancora formalmente comunicata agli studenti, il cui compito fondamentale adesso è di attendere con attenzione la citazione del proprio nome, magari con la curiosità della scoperta e il gusto della sorpresa, per i tipi più estroversi e sereni, o con l’apprensione soltanto e il timore di perdere la chiamata per altri, tesi nello sforzo spasmodico di restare vigili con tutti i sensi, per rispondere con prontezza di movimento e di voce, presentandosi velocemente all’ingresso dell’edificio scolastico in base al proprio numero e lettera assegnata, e per non correre il rischio di rimanere nel limbo degli studenti senza classe, ossia di perdere il diritto ad essere aiutati dalla presenza degli altri compagni, che invece potranno a vicenda sollevarsi dalla preoccupazione di trovare il loro banco facendosi trascinare dal flusso del gruppo sulle scale uno dietro l’altro, mentre colui che sarà rimasto in fondo sarà costretto a chiedere ulteriori spiegazioni al personale di servizio, col sentimento della colpa di chi non è stato in grado di rispondere già al primo appello, di chi comincia la scuola con una mancanza già al suo primo atto.

Ecco dunque X., che mentre continua la sua ricerca febbrile, con lo sguardo nello spazio di un possibile pur temporaneo compagno, per affrontare con un certo contegno quel pur breve tempo di attesa, comincia a sentire quella che ancora è abituato a chiamare soltanto paura, incrementare minuto dopo minuto, fino a tramutarsi in terrore nel momento in cui divenne certezza il dubbio della prima impressione: che nel cortile erano presenti soltanto delle ragazze, studentesse, esseri viventi umani di genere femminile.

Adesso, dunque, sarebbe stato ancora più importante non perdere la prima chiamata del proprio nome e rispondere immediatamente all’appello, pensa probabilmente X. negli ultimi istanti di lucidità, prima che il suo corpo venga definitivamente occupato da una entità estranea simile ad un liquido congelante, capace di annichilire progressivamente tutti gli arti del corpo e i pensieri della mente, proprio mentre la voce fioca dell’altoparlante comincia ad emettere i primi suoni, pur perdendosi ancora nel brusio delle voci persistente; ed ecco dunque, con le ultime forze residue e come in uno stato psicofisico di materia organica sottovuoto, che X. cerca di avvicinarsi facendosi largo con difficoltà tra la folla dei corpi ormai ammassati alla zona d’ingresso, dove dietro un banco il personale scolastico aveva cominciato a pronunciare nel microfono i nomi degli studenti e delle classi, e dove ad uno ad uno può ora veder sfilare davanti a sé i nominati, i chiamati, gli eletti, che sembravano non manifestare i suoi stessi problemi nel percepire chiaramente il proprio nome, pur nel brusio di fondo che pareva se possibile ancor più assordante, tanto che ad un certo punto gli era parso in effetti di sentire qualcosa che risuonava vagamente nell’aria come il suo nome familiare; ma no, si era subito detto nel dubbio, non era quello probabilmente, gli somigliava soltanto, e doveva invece essere certo, non poteva sbagliare ed inserirsi in un gruppo diverso, sarebbe stato imbarazzante, come del resto rimanere quasi isolato in fondo, insieme ad altri due o tre individui di cui ormai non è neppure capace di distinguere il sesso, che erano stati verosimilmente distratti o erano davvero giunti in ritardo, come doveva apparire lui stesso, a questo punto, nel cortile rimasto completamente vuoto, deserto.

Il povero X., adesso, è necessariamente obbligato a interessarsi, farsi avanti, scusarsi, in qualche modo giustificarsi, e domandare umilmente il numero della sua classe, chiedere cortesemente indicazioni, salire le scale e trovare l’aula per proprio conto, bussare alla porta ed entrare soltanto, attenzione, dopo aver udito il permesso dell’insegnante in cattedra: Avanti! Scusarsi ancora e giustificarsi per il ritardo, per l’errore, per non aver udito il proprio nome, presentarsi alla classe dove ormai l’appello era già stato effettuato, per poter sedere finalmente, dopo aver ricevuto l’indicazione rivolta all’ultimo posto rimasto vacante, e pian piano, con il passare dei minuti, finalmente cominciare ad alzare gli occhi dal banco, dalla penna sul quaderno, per osservare gli altri componenti della classe, i compagni con cui avrebbe dovuto condividere lunghi giorni mesi anni, forse, guardare i loro volti e il loro portamento, per cercare di intuire come erano o come apparivano, sicuri o impauriti, buoni o cattivi, prepotenti o docili, più o meno grandi o piccoli, sui banchi alla propria destra e poi alla propria sinistra, davanti a sé verso la lavagna, e dietro con la coda dell’occhio fino al vano della porta, per realizzare infine con un certo sollievo iniziale ma anche una nuova giustificata preoccupazione montante … che erano comunque tutti maschi.

Serie: Panchine


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