Bisbigli – 03 – Turbamenti

Serie: Amori diafani


« Lei si è mai sentito ascoltato da qualcuno?»

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lo spritz è la bevanda tipica della prima serata padovana. Il perfetto Aperol spritz è composto da 90ml di prosecco, 60 ml di aperitivo e una spruzzata di soda, ghiaccio e una fetta d’arancia. Stesse proporzioni per lo spritz al Campari. Il guaio è che la gradazione alcolica risulta doppia.

Gli occhi castani della dottoressa hanno la potenza di un laser a fibra, disegnando una spirale perfetta nel mio cervello, come una firma del suo passaggio.

La mia risata esplosiva, divertita e incontrollata, mi fa battere una mano sulla coscia. .
La dottoressa appare sorpresa dalla reazione, aggrottando appena le sopracciglia e inclinando la testa di qualche grado.

«OhCaz…pita! Mi perdoni, ma la sua domanda mi ha travolto trascinandomi in alto mare… se devo essere sincero, dottoressa, ho sempre la netta sensazione che quando parlo, qualsiasi cosa io dica, la mia voce suoni alle orecchie degli altri in modo stravagante…» qualcosa che non confesso neanche a me stesso scivola fuori con una facilità sconcertante: «è come se la mia testa assumesse la forma di un tabellone da supermercato e le mie parole fossero un semplice ‘ora serviamo il numero…’ con la voce di un’annunciatrice robotica. Lei pensa che la voce che mi chiama rappresenti il mio desiderio di trovare una amicizia… vera?» termino la domanda con la percezione di aver aperto un pesante sarcofago in nenfro.
Silenzio.
Sposto lo sguardo dal pavimento, alla scrivania, al volto della psicologa.
È bianco, più simile al colore del gesso, ha lo sguardo fisso nel vuoto tra i miei capelli e l’orologio a parete.
Anche le labbra tremano come se stessero ricordando battute dolorose di uno spettacolo passato.
«Dottoressa?» la chiamo sentendomi a disagio: «Dottoressa!»
«Sete!» esclama dal nulla ritornando presente: «Non ha sete? Io ho sete.» il sorriso è tirato, la voce fin troppo acuta, si alza in piedi con uno scatto deciso.
«Che succede, abbiamo finito?» chiedo spiazzato, faccio per alzarmi, ma lei è più veloce, mi afferra per un braccio tirandomi con una forza inaspettata, urto la sedia con un ginocchio facendola ruotare rumorosamente.
«Betta! Noi andiamo a prenderci uno spritz, annulla l’appuntamento delle sette. Tu vuoi qualcosa?» usa un tono sbrigativo, frettoloso.
La segretaria, mi guarda con un sospiro contrariato: «No, grazie. Che dico alla signora Bertoli?»
«Dille che sono dovuta scappare per un TSO urgente e spostale l’appuntamento a domani, prima di Da Sacco» riesce a mantenere quel sorriso forzato, ma sento che la pressione sul braccio aumenta provocandomi un dolore da peluria strappata.
Usiamo le scale per scendere i tre piani.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?» provo a chiedere timidamente.
«Stia zitto.» secca, asciutta e autoritaria: obbedisco.
Facciamo la strada che porta in Piazza delle Erbe praticamente di corsa, tirato dal braccio non riesco a tenere bene il passo e finisco in ginocchio come un bambino capriccioso che non vuol seguire la madre: «La seguo, la seguo. Non si preoccupi, ma se mi tira così dovrà trascinarmi, sono messo tutto storto!»
«Siamo fuori, puoi darmi del tu.» mormora lei nervosa.
Mi rialzo massaggiandomi la rotula dolorante: «Non credo di averle detto qualcosa di così sconvolgen—»
«DAMMI DEL TU!» la dottoressa urla con la voce alterata e i suoi occhi scintillano. .
Si siede sul primo tavolino libero di un bar in cui non sono mai entrato: Bar Nazionale dice l’insegna.
Con una mano la dottoressa si copre gli occhi, tirando su col naso e asciugando un paio di lacrime ribelli.
Resto in piedi davanti alla mia sedia di metallo in stile Art nouveau bianca: «Tutto bene… dottoressa? Scusami non mi ricordo il tuo nome…»
«Franca, mi chiamo Franca» mi guarda con un volto leggermente più rilassato prendendo anche un profondo respiro.
«Non ho ancora capito cosa ho fatto per farti correre fin qui» provo a tastare il terreno mentre mi siedo.
«Da dove cazzo ti è venuto fuori? Mi hai completamente destabilizzata» fa lei sibilando le ultime parole per sottolineare lo stato d’animo.
«Che vi porto ragazzi?» Una cameriera giovane, in divisa elegante con una camicetta bianca e un gilè nero ci sorride amabilmente, pronta a prendere nota.
«Uno spritz Campari per me.» spara decisa Franca.
«Ah, così?» sorrido con una faccia che simula la sorpresa: «Per me un Aperol spritz.»
La cameriera scrive sul blocchetto e si allontana. .
La dottoressa aspetta prima di parlare: «Hai descritto in modo impressionante l’incubo che facevo da piccola…»
«Le ho solo riferito la mia versione della battuta del film con Brad Pitt e—»
«Ti ho chiesto di darmi del tu… e Edward Norton, Fight Club lo so: ‘quando la gente pensa che stai morendo allora ti ascolta veramente invece di aspettare il suo turno per parlare’» riferisce le esatte parole del film con una facilità ammirevole.
«È il tuo film preferito?» chiedo con un sorriso d’apprezzamento per il buon gusto.
Il suo sguardo non è più quello analitico e attento ai particolari, somiglia più alla meraviglia di un incontro casuale con una compagna delle medie.
«Uno tra i tanti, ma parla bene del disturbo dissociativo della personalità che rientra nell’area dei miei interessi professionali… Quella cosa del tabellone numerato al posto della testa e dell’altoparlante con la voce da annunciatrice da stazione? Da dove ti è venuta?» Franca ha gli occhi sgranati e attenti, ma angosciati da un qualche ricordo doloroso.
«È come mi vedo io quando provo ad aprirmi con qualcuno… parlo a ruota libera, rivelo ogni cosa e come risposta ottengo quasi sempre parole che non hanno niente a che fare con quello appena detto. Ti rivelo frammenti importanti di me e ottengo che l’abbronzatura della cugina di Chennesòio è proprio sexy… è frustrante.»
Guardo la piazza al di là dei portici, le bancarelle vengono alleggerite della merce e smontate, i grandi ombrelloni richiusi.
«Ecco a voi» la cameriera carina ed elegante poggia un grande vassoio sul tavolino, è carico di ciotole colme di salatini, patatine e stuzzichini scaldati al forno. Due sottobicchieri in feltro dove poggiare gli enormi calici: il primo di un bell’arancione carico ed il secondo di un rosso carminio vibrante.
«Mio padre è morto quando avevo sei anni. Mi ero accorta che soffriva, che annaspava per restare a galla, ma nessuno sembrava rendersene conto. Mia madre, i miei nonni lo vedevano sempre sorridente… ma era finito nel pieno di una ruminazione depressiva. Se provavo a dirlo a mamma o ai nonni ricevevo una carezza spazientita e un invito a tornare a giocare» riesce a bere metà del suo aperitivo mentre rivela il suo passato.

Continua...

Serie: Amori diafani


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