
Bisognava parlarne
Serie: Gran Premio
- Episodio 1: Bisognava parlarne
- Episodio 2: Corre come un matto
- Episodio 3: Scelta
- Episodio 4: Tenebre
STAGIONE 1
“Dovresti parlarne, Herb. Tenerti tutto dentro non ti fa bene.”
Ma certo. Bisognava parlarne. Tenersi tutto dentro non andava bene. Le brutte cose si sarebbero accumulate, come i detriti sul letto del fiume. Prima o dopo sarebbe arrivato quel sassolino di troppo, e le acque sarebbero straripate. A quel punto … si salvi chi può.
Jack aveva fottutamente ragione: doveva parlarne, esternare tutto quel rancore. I pensieri, troppo intricati per essere compresi persino da se stesso, lo avrebbero mandato fuori di testa. Quante volte aveva pensato al suicidio?
Morte. Una parola corta, di uso comune. E tuttavia così potente. Una parola, stampata sulla carta, che funge da tramite tra gli esseri umani e un altro mondo, infinito, fatto di mistero, sofferenza e paura.
Doveva parlarne, insomma. Era ora che parlasse.
“Non ho mai sopportato l’idea che potesse andarsene.”
“Tutti abbiamo perso qualcuno, Herb” disse Jack, con il tono consolatorio di chi percepisce come una lagna il disagio altrui. Di chi pensa di capire. Ecco perché non gli piaceva parlarne: era così difficile farsi comprendere…
“Non è la perdita in sé. Quella l’ho superata, ma…” s’interruppe.
“Ma…?”
“I ricordi. Non riesco a dimenticarli.”
“Per forza che non ci riesci. Sono ricordi.”
“Senti, se vuoi prendermi in giro posso benissimo smettere di raccontarti gli affari miei.”
“Hai ragione. Ti chiedo scusa”, disse Jack. Sembrava sinceramente dispiaciuto per quell’attacco inopportuno, ma innocente, quasi involontario.
“Il fatto che lui abbia potuto, e io no. Questo mi tormenta.”
“Ti reputi incapace di compiere quello che invece lui è riuscito a fare, questo intendi?”
“Esattamente.”
“Tu però non hai mai voluto andartene.”
“Proprio così.”
“Allora perché ti tormenti per non essere riuscito in una cosa che comunque non avresti mai voluto fare?”
Herbert stava perdendo la pazienza. Era così evidente che non sarebbe riuscito a farsi capire.
Se non ne parli, è peggio. E poi, hai già pagato una cifra pari al tuo stipendio mensile, per questa conversazione.
“Non ho mai voluto andare via. Sto bene dove sono, non mi manca nulla. E il disagio che mi opprime non è legato alla perdita di chi amavo… al diavolo, di chi amo.”
Jack fece cenno col capo. Stava seguendo. Era così magro, tutto posato nella sua postura perfetta. E tuttavia così spontaneo. Così vero.
“Con questo non voglio dire di aver superato il vuoto che ha lasciato. Sia ben chiaro.”
“Certo, è chiaro. Non ne dubito.”
“Il fatto è che…” indugiò, sforzandosi di trovare le parole giuste per comporre una frase che facesse capire il senso dei suoi pensieri. Diamine, era così difficile guardarsi dentro. Il linguaggio che abbiamo dentro non è lo stesso con cui ordiniamo la cena al ristorante. “Non ci sono riuscito. Il fatto è che non ci sono riuscito.”
Jack non disse nulla. Continuava a fissarlo, sinceramente incuriosito. Herbert ne dedusse che doveva continuare.
“Mi paragono sempre agli altri. Costantemente alla mercé dell’opinione altrui. Anche quando questa non esiste, io me la invento.”
“Hai sempre detto di fregartene di ciò che pensano gli altri.”
“Verissimo. Ma è anche vero che temo il giudizio altrui.”
Jack si accigliò. “E… questo come sarebbe possibile?”
“Non lo so. È così e basta.”
“Vai avanti. Stai andando alla grande.”
Indugiò ancora per qualche istante. Le immancabili piante sparse per lo studio.
“Vorrei fregarmene, perché odio le persone. Non mi piacciono e quindi vorrei che sparissero. La realtà però è che esistono, e le loro opinioni pesano.”
“Ci puoi scommettere che è così.”
“Sì” disse laconico Herbert. “Vorrei una vita semplice, fatta di piccole cose. Libri, film, buon vino. Non viaggi, auto di lusso o ville immense. E allo stesso tempo io la temo, una vita semplice.”
“Perché la società sminuisce chi vive di piccole cose. Ride di chi è felice senza un orologio tempestato di diamanti al polso.”
“Esatto!”
“E lo stesso ragionamento vale tutti i dilemmi di cui mi hai parlato: studiare o no? Lavorare in banca o come operaio? Vestirsi bene o come capita?”
“Esatto” ripeté Herbert, meno entusiasta di prima.
Jack annuì. Stava davvero comprendendo?
“Ottimo, Herb. In realtà non è nulla di così complicato, solo… dovevi solo fare un piccolo sforzo per guardarti dentro. Bravo.”
Tutto qui?
“Ti andrebbe di parlarmi di quel giorno?”
Ah, ecco. Mi sembrava troppo facile.
Il volto di Herbert si incupì. “Va bene.”
“Sentiti libero di prendere il tempo che vuoi. Puoi anche smettere di raccontare, in qualsiasi momento.”
“Certo, certo…”
“Voglio solo che tu lo sappia.”
Un attimo di silenzio.
“Quella contraddizione di cui abbiamo appena parlato; il fatto che io voglia una cosa che però è screditata dagli altri, e io mi sento obbligato a cambiare secondo ciò che viene visto come desiderabile.”
“Si.”
“Ecco, mi trovo a scegliere, e le due le opzioni sono entrambe, ugualmente dolorose. Se scelgo quello che voglio, verrò tormentato dal giudizio esterno. Se scelgo quello che gli altri vorrebbero… beh, sto semplicemente male. Perché sto facendo qualcosa che non mi piace, e ciò è logorante.”
“Puoi dirlo forte.”
“E mi vedo tra vent’anni. Posso essere solo in due modi: o un fallito che se l’è presa comoda; o un uomo di successo, ma che indossa una maschera. E dietro alla maschera, quell’uomo è agonizzante. Muore giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo.”
“Però c’è una terza opzione. Terribile, spaventosa. Eppure, in una situazione come la mia diventa davvero allettante.”
“Farla finita.”
“Esattamente” disse Herbert.
“E il bere? Che mi dici?”
“Oh, l’alcol è anche quello una soluzione, ma temporanea. La morte, invece, ci mette una pietra sopra. Per sempre.
“Hai mai pensato a chi ti sta vicino? A chi ti vuole bene? A cosa potesse provare lui, per esempio. Non prenderla come un’accusa…”
“Certo” disse Herbert, troncando la frase di Jack. “Sarei stato un bel pezzo di merda. D’altra parte, non ci pensi, a queste cose. Il dolore ti offusca la vista.”
Negli attimi di silenzio precedenti alla replica di Jack, Herbert ebbe l’impressione di rivivere quel pomeriggio, come se un film gli fosse stato proiettato nella mente, velocizzato di un milione di volte.
Le chiavi della cassaforte, celate tra le sottili pagine della bibbia all’angolo della libreria. Un nascondiglio geniale, aveva pensato più volte. Quel giorno, però, le sacre scritture gli avevano consegnato la chiave della porta per l’inferno. Perché è lì che vanno i suicidi. Settimo girone, per l’esattezza. L’arma, pesante, caricata con nove proiettili. Lo scatto della sicura. Il clangore, secco e indifferente, del meccanismo di ricarica. Il gusto ferroso della canna, la lingua unta del lubrificante per armi. E aveva stretto i denti, fino a frantumarseli, ma il grilletto era talmente duro. Non riuscì a premerlo. Nessun colpo esplose. La testa non gli andò in frantumi come aveva previsto.
E si era tolto la pistola dalla bocca, sputando frammenti di denti e grumi di sangue. E poi eccolo lì, accasciato per terra, a piangere come un bambino. Non aveva nemmeno il lusso della morte. Nessuna via di scampo, dalla sofferenza.
La voce di Jack lo riportò nello studio. Per fortuna, pensò, non lo stava guardando.
“Il dolore offusca la vista, impedendoci di cogliere con lucidità tutto ciò che ci sta intorno; e le persone a noi prossime lo comprendono. Perciò non devi dartene colpa” disse Jack, poi aggiunse: “Comunque, non credo che abbia mai voluto ferirti.”
“Lo so. Mi è stato vicino fino all’ultimo… ha anche provato a rallentare per me.”
La conversazione stava spostandosi sul confidenziale. Ora non stava parlando al Jack medico, ma al suo amico Jack.
“Non ha mai visto nulla di sbagliato in te. Nel tuo voler vivere alla giornata. Semplicemente, come dici tu.”
Le parole tuonavano nella testa di Herbert, sfreccianti come auto in corsa.
“Si, ma…”
“Ma…?”
“Alla fine se ne è andato comunque.”
“Vedi Herbert, non dovresti farne un dramma… Sono sicuro, per ciò che mi hai raccontato, che lui ha sofferto questa separazione almeno quanto te. E da un lato penso che un po’ lo abbia fatto anche per il tuo bene.”
“Per me? Abbandonarmi non è stato molto d’aiuto. Per poco non mi sono fatto saltare il cervello.”
“Non ti ha abbandonato, nel senso che credi tu. Ha deciso di cambiare aira, perché ne sentiva il bisogno; e lo ha fatto, secondo me, anche per sollevarti dal peso che ti causava, quando ti sentivi inferiore a lui. Si è sentito in colpa, non c’è dubbio, per averti fatto sentire piccolo.”
“No, non è giusto.”
“Rinunciare a una persona perchè ci si rende conto di arrecargli un danno è un grandissimo atto d’amore.”
“Già…”
Jack posò la cartella sul tavolino di vetro, segno che la seduta era giunta al termine. “Herb, ti faccio i miei complimenti. Non siamo mai riusciti, prima d’ora, a cavar così tanto da quella tua testa. Ho fiducia. Credo che tu possa risolvere la tua situazione.”
Si salutarono. Herbert scese le scale, attraversò la portineria e uscì in strada. Il traffico era minimo, nel tepore del mattino. La sua auto era parcheggiata proprio al di là della strada. Stava per aprire la portiera, quando i colori sgargianti dell’insegna di un locale attirarono la sua attenzione. La salivazione aumentò di colpo. Richiuse a chiave la portiera e attraversò la strada.
Serie: Gran Premio
- Episodio 1: Bisognava parlarne
- Episodio 2: Corre come un matto
- Episodio 3: Scelta
- Episodio 4: Tenebre
Un inizio di serie piuttosto intrigante. Anch’io, come Cristiana, avevo l’impressione che avessi impostato la narrazione sul monologo, per poi scoprire, invece, trattarsi di un dialogo.
Mi incuriosisce parecchio, perché credo ci siano diverse strade che potrebbe prendere questa storia.
Un buon inizio serie, che poi, conoscendo la tua scrittura, so già che non mollo. Inizialmente ho avuto l’impressione che si trattasse più di un monologo che non di un dialogo, fino al momento in cui lo psichiatra è tornato a essere l’amico, come un nodo che si scioglie. Amaro e intrigante allo stesso tempo.
Gentilissima come sempre!
Devo seguirti di più, per esprimere un parere. Il bello è che la tua scrittura invoglia a seguirla.
Troppo gentile! Non hai idea di quanto mi faccia piacere leggere il tuo commento 🙂
Quanta intensità
Ti ringrazio per aver letto; mi fa piacere che tu abbia apprezzato 😉
L’inizio mi porta a ricordare le scene dei film noir, dove il tipico detective è soppresso dalla vita e decide di aprirsi con quel unici e vecchio amico. Per quanto mi riguarda un +1 per il linguaggio brutalmente onesto, l’ho sempre trovato affascinante se messo bene nella narrazione, come qui.
Ti ringrazio per aver letto il racconto e sono contento che ti sia piaciuto il personaggio. Penso che i dialoghi debbano sempre essere appropriati al tipo di personaggio e al contesto in cui si trova.