Bobby
Mario come al solito si tolse le scarpe prima di entrare nel monolocale. Infilò le pantofole, chiuse la porta e si girò verso la cuccia nascosta dal tavolo.
«Bobby, non si saluta più in questa casa?»
Da dietro al tavolo non arrivò nessuno. Mario spostò le sedie: nella cuccia il cane non c’era. Si fermò in mezzo alla stanza e si passò una mano sul mento. Poi si grattò il naso e sospirò.
Chissà dove si è cacciato. Forse avevo lasciato la porta aperta?
Cominciava ad avvertire quel fastidioso mal di testa, arrivava da lontano.
La ciotola con i croccantini era ancora piena, strano. E anche l’acqua. Praticamente non aveva bevuto.
«Bobby, dai vieni fuori» disse a bassa voce «lo so che sei qui, dai non fare lo stupido».
E intanto spostava il tavolo, metteva le sedie una sull’altra per fare spazio. Uscì dall’appartamento e controllò sul pianerottolo. Solo le sue scarpe sporche di fango sul tappetino. Scese le scale e arrivò all’ingresso del palazzo. Aprì la piccola porta che portava alla stanzetta dove c’erano i contatori. Accese la luce e guardò in ogni angolo. Soffocò quasi un conato di vomito per la pungente puzza di orina felina che sempre aleggiava lì sotto. Chiuse di scatto la porta e uscì.
Ma dov’è finito?
Salì le scale e invece di rientrare nel suo monolocale salì al piano superiore, niente. Salì ancora finché arrivò al sottotetto. Anche lì nulla. Fu abbagliato dal sole che splendeva oltre il grande lucernario. La finestra era sporca e impolverata. Da settimane non pioveva.
Scese nuovamente le scale e arrivato al primo piano rientrò a casa sua.
Ma che ci faceva il guinzaglio a terra?
Era in mezzo alla sala. Mario lo prese e lo appese al solito gancio dietro alla porta, non voleva perdere tempo a cercarlo quando portava fuori Bobby.
Il mal di testa si stava avvicinando, ormai lo poteva quasi toccare.
Aprì il grande armadio vicino al letto, l’unico mobile che aveva oltre alla cucina. Infilò le mani tra cappotti e giacche.
Ma cosa sto facendo?
Si guardò nel grande specchio dell’anta dell’armadio. I suoi occhi erano lucidi e arrossati. Poi si bloccò di colpo. Avvicinò il volto allo specchio e vide che aveva il naso sporco.
Marroncino. Non aveva mangiato cioccolato. Forse il cappuccino che aveva preso al bar? Guardò meglio. Si passò due dita sul naso ma si fermò un’altra volta. Anche le dita erano sporche, sempre di quel colore. Provò un moto di nausea. Si annusò le dita ma non sentì alcun odore.
Sì, sembrava proprio sangue. Vecchio. Rappreso.
Il mal di testa era ormai arrivato. Una tenaglia feroce che gli stringeva le tempie. Chiuse l’armadio con uno scatto e balzò all’indietro. Urtò contro il tavolo e per un attimo perse l’equilibrio.
Entrò nel piccolo bagno, l’unico posto che non aveva ancora controllato.
«Bobby!» quasi urlò.
Anche qui nessuna risposta, nessun movimento. Accese la luce accanto allo specchio che stava sopra il lavandino. Magari si era tagliato radendosi stamattina e non se n’era accorto. Aprì l’acqua e mise le mani sotto il getto. Subito una scura poltiglia andò a sporcare l’immacolata ceramica. Raccolse l’acqua nelle mani a coppa e se le passò sul viso. Strofinò a lungo, fin quando la pelle fu completamente arrossata.
E Bobby non c’era. La tenaglia sulle tempie ormai era insopportabile. Spalancò il mobiletto accanto al lavandino, fece cadere un paio di flaconcini fino a trovare una tachipirina. Se la ficcò in bocca e la trangugiò senza un goccio d’acqua. Rischiò di nuovo di vomitare.
Uscì dal bagno barcollando e si sedette sul letto. Si prese la testa tra le mani e rimase per un lungo istante a fissare la cuccia vuota. Infine si alzò e andò a inginocchiarsi di fronte alla piccola casetta di legno. Infilò dentro un braccio e tastò l’interno in ogni angolo. Le sue dita afferrarono solo aria.
Cadde indietro e si ritrovò seduto sul pavimento in mezzo alla stanza. Niente. Non c’era. Chiuse gli occhi.
Sentì una scossa improvvisa nella parte bassa del corpo. Ecco Bobby, gli stava tirando i pantaloni, lo faceva spesso. Respirò di sollievo. Senza aprire gli occhi allungò una mano per accarezzare la sua testolina pelosa.
«Bobby…»
La mano però trovò solo i pantaloni. Ancora una scossa. Capì. Il telefono che gli vibrava in tasca.
«Pronto?» disse con una voce che non gli sembrò la sua.
«Pronto… signor Mario?»
«Sì sono io».
«Ah mi scusi, sono l’autista del furgone, quello di poco fa. Volevo dirle che mi spiace tantissimo, non l’ho proprio visto… è saltato fuori di colpo da quel fosso col fiumiciattolo accanto alla strada. Non potevo fare niente. Comunque volevo dirle che ho già sentito l’assicurazione…»
Mario non sentiva piĂą. Il telefonino gli cadde dalla mano e rimase inerte sul pavimento. Lui non si muoveva. Continuava a fissare la ciotola dei croccantini.
«Pronto? Signor Mario? Mi sente?»
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
C’è una progressione, un lento ma inesorabile accumularsi dell’ incertezza e del dubbio, fino allo scioglimento: in questo climax, fai venir fuori la casa, i gesti del protagonista, il suo volto allo specchio, la macchia sul naso, il mal di testa che fa da colonna sonora, e tutta una sequela di dettagli che danno concretezza e corpo alla narrazione. L’ho letto molto volentieri.
Grazie per il bellissimo commento Francesca, felice che ti sia piaciuto 🙏
E’ molto bello questo tuo racconto che parte da una scena quotidiana e, passo dopo passo, crea un senso di inquietudine sempre piĂą forte.
La ricerca di Bobby è concreta, fatta di gesti semplici e dettagli precisi, ma qualcosa non torna e lo si sente. Il mal di testa accompagna bene questa tensione che cresce nel lettore.
Il finale arriva all’improvviso e mi ha lasciato addosso una sensazione pesante. Ho apprezzato moltissimo il fatto che non venga spiegato, quanto piuttosto ‘trattenuto’.
Grazie Cristiana del bel commento 🙏