Britannici contro confederati

1861

Il veliero si era avvicinato alla costa di notte, col far della nebbia.

«Non capisco una cosa» borbottò William.

«Spegnete le luci» sibilò Charles.

I marinai obbedirono a Charles. «Subito».

«E sarebbe, William?».

«Cosa ci facciamo in America? Sono decenni che abbiamo rinunciato alle nostre ex colonie, non ritorneranno mai sotto la Corona».

«Lo so, ma sono gli ordini». Charles scese la scaletta di corda, la scialuppa lo accolse dondolando, le altre giubbe rosse lo imitarono. «E poi, William, questi sono gli Stati Confederati».

Sbuffò. «Sempre America è».

«Ai remi» ordinò il tenente.

Le giubbe rosse iniziarono a remare.

Le scialuppe si avvicinarono alle paludi della Louisiana.

Nessuno li accolse con uno sparo, né di moschetto, né di cannone.

Non appena si spiaggiarono, le giubbe rosse si riunirono. Le compagnie formarono un battaglione che marciò verso la cittadina meno distante, con loro i marinai che si occupavano dell’esplorazione, come pattuglie d’avanscoperta. Nessun tamburino, nessun flautista, restava il silenzio a parte i suoni della palude che era più una giungla, niente a che vedere con la brughiera inglese.

Il battaglione arrivò nei pressi della cittadina, pochi lumi accesi, tutto sembrava abbandonato. Si divisero in plotoni, cercarono fra le case ma non ci fu alcun risultato.

«Ehi, guardate qua».

Charles si girò a guardare William che trascinava per un braccio un uomo di colore.

«Sono uno schiavo» balbettò questi.

«Dove sono i tuoi padroni?» lo interrogò Charles dopo avergli mostratto il baffo di caporale che aveva sulle braccia.

«Scappati. Sapevano dell’arrivo di voi… rossi».

«”Rossi”?» borbottò Charles.

«Intende noi britannici. Visto il colore delle uniformi» segnalò William mostrando più acume del solito.

Charles brontolò, poi inarcò un sopracciglio. «Sì, vabbe’».

«All’attacco!» si udì un urlo.

«Viva il generale Lee!» un altro urlo.

«Riuniamoci» ordinarono gli ufficiali inglesi.

Charles corse, ordinò a William: «Portalo con noi, può esserci utile come fonte d’informazioni».

Le giubbe rosse si riunirono, si compattarono, per le strade comparvero come curiose fiamme le divise confederate.

Fiamme grigie.

«Pronti al fuoco» gridò un tenente inglese.

Si poteva dire tutto, di loro inglesi, ma che ci tenessero alla libertà degli schiavi di colore era una menzogna, Se era per quello pure per quanto riguardava gli unionisti. Charles, in linea con i commilitoni, inchiodò con un piede lo schiavo: «Poi ci sarai utile». Intanto caricava il moschetto.

Quando tutti ebbero concluso, il capitano disse:

«Fuoco».

«Fuoco!» gridarono i tenenti.

Le giubbe rosse tirarono i grilletti, assieme al fumo ci fu uno sciamare di pallottole che si abbatté sui confederati.

I confederati morirono.

I confederati reagirono.

Si affrontarono con la baionetta e Charles mantenne la posizione trafiggendo e sventrando, intanto teneva immobile lo schiavo che svuotava vescica e intestino.

Il nemico non resse alla disciplina inglese e cedette il passo, abbandonò la cittadina e ai britannici non rimase che avanzare per porre l’Union Jack in cima al campanile della chiesa.

Charles chiamò William. «Portiamo lo schiavo dal capitano».

Così fecero.

Il capitano, un bastardo cresciuto nella bambagia aristocratica ma forgiato in Afghanistan, li accolse dicendo: «E questo qua?».

«È una fonte di informazioni» osservò Charles mentre William lo strattonava.

«Ma caporale, non hai capito nulla» esclamò.

«Signore?».

«Noi siamo qui per strappare questa cittadina ai confederati ed è solo un simbolo, nulla più».

Charles capì che molti suoi amici erano morti per niente.

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