Bruciate, rossi

Da pochi giorni era stata incoronata la nuova regina d’Inghilterra e a Los Angeles si respirava una bella aria.

Manfred camminava davanti ai ristoranti stellati e luccicanti, osservava gli alberghi e i casinò in cui l’alta borghesia americana si godeva la vita.

Gli faceva tutto schifo.

Con le mani nelle tasche del cappotto, andò a una cabina telefonica. Infilò il gettone, digitò il numero.

Dall’altra parte il telefono stava suonando.

«Pronto».

«Quattro minuti a mezzanotte». Manfred allora chiuse la telefonata.

Sapeva che dall’altra parte, il suo collega stava prendendo appunti.

Quattro come il numero di microfilm ottenuti. Minuti come lo status degli ordigni. Mezzanotte come il fatto che si era arrivati a quel successo.

Con le mani ancora nelle tasche del cappotto passeggiò fino al consolato svizzero.

Sapeva che quello sovietico o di un qualsiasi altro paese comunista sarebbe stato sotto attenta sorveglianza, invece quello svizzero non attirava alcuna attenzione.

Lì davanti, si appoggiò a una palma e attese.

Dopo cinque minuti uscì un impiegato. Attraversò la strada, passò accanto a Manfred e in quel preciso istante infilò una mano in tasca per rivoltarla. Gli cadde una moneta da un quarto di dollaro che rotolò fino a posarsi sulla polvere del marciapiede.

Non disse nulla, Manfred. Si avvicinò alla moneta e la raccolse, la mise in tasca e andò nel bar più vicino. «Il bagno, per favore».

Uno schiavo del capitalismo indicò una porta unta senza dire niente.

Manfred guadagnò il gabinetto e una volta in bagno abbassò la tavoletta del water. Si mise in ginocchio e aprì la moneta.

Dentro, c’era il quinto minuto a mezzanotte.

Adesso avrebbe dovuto richiamare quel numero, ma prima di tutto uscì da quel lercio gabinetto e andò via senza salutare.

Si respirava aria di primavera. Los Angeles non aveva nulla a che fare con il buco fetido di scarti industriali da cui Manfred proveniva. Era una cittadina vicino Dresda e quando Manfred era tornato assieme all’Armata Rossa aveva giudicato che il nazismo non aveva favorito la bellezza di quel luogo.

L’importante però erano i diritti dei lavoratori.

Ritornò alla cabina telefonica di prima. Rifece la stessa procedura di prima e attese.

«Pronto!».

«Cinque minuti a mezzanotte».

«E tu sei finito. Brucia, rosso… bruciate tutti…».

«Co-cosa?».

«Agente, vattene! Mi hanno arrestato…» si sentì una voce in lontananza dall’altra parte del filo.

«Fatelo zittire. E tu, chiunque sia, aspettaci che adesso veniamo a catturarti».

Manfred chiuse la telefonata, aveva i sudori freddi. L’FBI stava smantellando la sua unità di spie atomiche e l’MGB non gli aveva dato la pasta di cianuro. Era disperato, forse ci sarebbero stati coinvolgimenti anche con il consolato svizzero. Decise di raggiungere i binari del treno più vicini. Sapeva che di lì a poco ne sarebbe passato uno e il segreto del quinto minuto a mezzanotte sarebbe stato dimenticato da tutti.

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Discussioni

    1. Ciao Micol e grazie per il commento!
      Sai, ho sempre avuto la passione per i thriller patinati ambientati fra gli anni ’30 e ’50 del XX secolo, così ho scritto questo racconto… l’ispirazione mi è venuta ricordando una storia di Paperino riguardo la minaccia delle spie atomiche… un fumetto per l’appunto degli anni ’50!