Buco nero

Serie: Quello che chiamate perdono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sveva è prigioniera dei sensi di colpa e non riesce ad abbattere il muro di astio che la divide dalla figlia, né ad aprirsi alle attenzioni di Roberto per dimenticare il grande amore per Luigi.

Dicono che scrivere aiuti a metabolizzare il dolore, a digerirlo. Ho provato a farlo varie volte, ho scritto a Luigi e a Giorgia, ho spiegato loro come mi sento. Abbandonata, incompresa, tradita. A un certo punto, però, torna il senso di colpa, subdolo e opprimente, ingoia tutte le altre emozioni come un gigantesco buco nero. Le mie ferite non contano più, sono semplicemente una conseguenza da accettare. I giorni si susseguono e io aspetto che accada qualcosa, che mia figlia torni a vedermi come prima e io riesca a fare pace con Luigi, almeno nel mio cuore.

È sabato sera e, quando rientro a casa, Giorgia è già quasi pronta per uscire. Non mi sorprende, passa più tempo possibile fuori casa e, anche quando è presente, si fa vedere il minimo indispensabile. Stasera indossa un mini abito blu e ha un vistoso rossetto bordeaux sulle labbra. Sta passandosi la piastra davanti allo specchio nell’ingresso, non si degna di rispondere al mio saluto.

“Vuoi una mano?” mi offro timidamente e lei neanche mi guarda.

“Ho quasi finito, non serve.” Non avrebbe accettato comunque, lo so.

Poso sul tavolo in cucina il sacchetto della spesa e le torno vicina.

“Non pensi che così sia troppo?”

Socchiude gli occhi, finge di non capire.

“Troppo, cosa?”

Faccio un cenno con la mano nella sua direzione. “Il vestito, il trucco. Attiri troppo l’attenzione, Giò. Hai solo quindici anni.”

Lei piega la testa di lato, sembra che cerchi di tradurre una frase incomprensibile. “Sono con il mio ragazzo.” È la sua risposta stentorea, un modo per liquidarmi e tornare a concentrarsi sui capelli.

“Un ragazzo che non conosco” ribatto, decisa a non cedere.  Sono sua madre, per quanto sia arrabbiata mi deve rispetto.

” Tua nonna mi avrebbe cambiato i lineamenti a suon di schiaffi per molto meno.”

Giorgia fa un sorriso sarcastico. “Guarda che sei cresciuta in un’altra epoca e con una madre bigotta. E le sue regole a cosa sono servite, poi? Non ti hanno impedito di fare delle cazzate. Tipo prenderti un uomo impegnato e  rovinare una famiglia.” Sa di aver colpito nel segno e va fino in fondo, mi guarda dritto negli occhi. “Con il tempo ne hai rovinato anche un’altra.”

“Stai distruggendo la nostra famiglia solo per punirmi. Non te ne rendi conto?” Da qualche parte arriva la voce di Luigi, mi riporta a una delle nostre ultime discussioni e completa l’attacco violento di nostra figlia. Mi chiedo se abbia preso spunto da quelle parole per essere sicura di mettermi a tacere. Mando giù il nodo di lacrime che mi ha chiuso la gola, mi sembra difficile anche prendere fiato. Il solito buco nero mi inghiotte, mi ruba la capacità di reagire. Giorgia ha ragione. Abbasso gli occhi, sento la mia voce dire: “Non puoi tornare oltre le due”. 

 “Agli ordini!” ribatte con un sorrisino mia figlia, si esamina un’ultima volta allo specchio, poi prende il cellulare e la borsetta ed esce senza salutare. 

Chiudo gli occhi, respiro la traccia di profumo che ha lasciato e cerco un appiglio. Ho lo stomaco chiuso, ma mi impongo di prepararmi qualcosa. Ho perso altri due chili nell’ultimo mese e non è raro che mi vengano dei capogiri.

Accedo la tv, metto un programma a caso giusto per riempire il silenzio e mi preparo due piadine,anche se so che a stento ne mangerò una.

Mi sposto in terrazza con il piatto e una bottiglia d’acqua, cerco un po’ di fresco e di compagnia. Penso a Roberto e al suo invito, guardo il cellulare. Non gli scriverò, non farei né il mio bene, né il suo, ma pensare a lui mi fa sentire leggermente meglio. Forse, ha ragione Paola, potremmo provare a essere amici. Accarezzo solo per un istante l’idea, le parole taglienti di Giorgia tornano a galla. Alla lunga, rovino ciò che tocco, faccio del male agli altri.

Come immaginavo, riesco a vuotare solo metà del piatto. Mi spaventa affrontare la serata da sola, ma non posso chiamare Paola, il fine settimana lo dedica alla figlia o al suo compagno.

Il caldo e la lunga giornata di lavoro mi hanno appiccicato addosso la stanchezza, ho bisogno di una doccia. Quando passo davanti alla camera di Giorgia, però, un impulso  pericoloso mi attraversa la mente. Esito un istante, so cosa mi sta chiamando e quanto sia dannoso cedere. Ciò nonostante, abbasso la maniglia ed entro.

Tutte le foto di Luigi sono relegate a questa stanza, non potevo sopportarle di trovarmele sotto gli occhi costantemente.

Mi avvicino alla scrivania, il cuore pare battere più forte. Tanti ricordi prendono forma davanti a me, alcuni scatti risalgono a prima della nascita di Giorgia. Mi rivedo ragazza su una spiaggia della Grecia, i capelli lunghissimi e lo stesso vitino di vespa di mia figlia. È stata la nostra prima vacanza, lontano dai problemi, dal giudizio e dalla rabbia delle nostre famiglie. In un’altra foto, Luigi guarda con dolcezza me e il frugoletto rosa che ho tra le braccia, pochi giorni dopo il parto.

Un ulteriore passo avanti e sono al mio matrimonio, raggiante e convinta che la mia felicità sia in buone mani.

Prendo in mano uno degli scatti più recenti, nonché il mio preferito. Tre visi abbronzati, Giorgia con un cappellino in testa e il sorriso enorme incurante dell’apparecchio, Luigi che riesce a stringere sia me che nostra figlia, le montagne della Val Gardena sullo sfondo. Ricordo perfettamente quel giorno, anche le parole di mio marito, meravigliose all’epoca, orribili ora.

“Tu e Giò siete la mia più grande fortuna.”

La rabbia esce prepotente e mi fa scagliare sul pavimento il portafoto. Il vetro regge, il mio stomaco no. Corro in bagno e butto fuori la cena. Magari potessi liberarmi così anche del dolore!

Capisco di dover uscire, mescolarmi tra la gente mi aiuterà. Mi spruzzo un po’ d’acqua in faccia e in un attimo sono fuori. Nonostante l’ora, il termometro della farmacia di fronte segna 30 gradi eppure l’aria mi sembra più fresca e respirabile rispetto a casa mia. Decido di andare verso il mare, dalla parte opposta di piazza Roma, dove dovrebbe esserci il concerto e, soprattutto, Roberto.

In una serata come questa potrei combinare un pasticcio.

Cammino veloce, mi accendo una sigaretta solo quando gli ultimi palazzi spariscono e vedo il mare. Attraverso la strada e raggiungo la passeggiata. La musica degli stabilimenti balneari si fonde con le risate dei ragazzini, con il tranquillo chiacchiericcio degli anziani sulle panchine e i gridolini dei bambini che si rincorrono vicino all’area giochi. Ci sono anche gli sportivi, chi pedala scansando le persone a piedi e chi corre con gli auricolari nelle orecchie.

Anche questo è un posto legato a Luigi, ma tutta questa gente sconosciuta e dall’aria serena mi rassicura, tiene lontano i brutti pensieri. Sono un volto tra tanti, una donna ancora giovane che potrebbe avere un marito e una figlia come no, prigioniera del passato o proiettata nel futuro, infelice o in pace con il mondo. Cambiare mi sembra possibile, almeno finché non compare un fantasma, uno dei miei, decisamente in carne e ossa.

La riconosco immediatamente, anche se di persona l’ho vista solo un paio di volte. È lei ad avermi tolto Luigi, ad aver travolto come un fiume in piena la mia famiglia. Ha lasciato macerie dietro di sé, eppure è a pochi passi da me che ride con un gelato in mano. È con altre ragazze, c’è pure un uomo al suo fianco. Lei è andata avanti, incurante di ciò che ha distrutto, di chi non c’è più. Vorrei scuoterla, urlarle contro la mia rabbia, dare a lei tutta la colpa. Invece, le mie gambe sono di colpo deboli, le orecchie mi ronzano e il cuore batte troppo veloce. Devo andarmene, mi manca l’aria.

“È più forte di te, vero Sveva? Il perdono non sarà mai il tuo forte. Ma dimmi, che senso ha tutto questo?”

Il sangue si trasforma in ghiaccio, mille spilli mi pungono la pelle. Rimango immobile, il respiro si fa corto e agitato. È la Sua voce e non viene dai miei ricordi. Non me la sono immaginata.

Mi giro e lui è lì, a portata di dita. Luigi è davanti a me.

I suoi occhi verdi mi fissano, contengono sorrisi e parole.

Il buco nero si spalanca e in un istante precipito nel buio.

Serie: Quello che chiamate perdono


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Discussioni

  1. Ciao Melania! Ottimo come sempre questo episodio😄 Stavolta ho notato qualche particolare in più inerente al luogo dell’azione, quasi come se il punto di vista della protagonista avesse lasciato un po’ di spazio tra la sua interiorità e l’ambiente esterno, permettendo di cogliere anche particolari della città in cui vive (mare, Piazza Roma, piadine. Romagna?😆). Bella anche questa doppia natura delle visioni di Sveva, che restano in bilico tra lo psicologico e il magico👏🏻

    1. Ciao Nicholas, grazie mille!
      Lasciare i fantasmi in bilico tra realtà e immaginazione era proprio uno dei miei obiettivi, in modo che chi legge possa trarre le proprie conclusioni.
      La città dove si muove Sveva è inventata, come succede in quasi tutte le mie storie. Mi piace mettere qualche dettaglio o nome che faccia pensare a un posto reale, per rendere più verosimile la narrazione. Il mare a cui ho pensato è quello di Genova, molto più vicino alle mie parti. Grazie per la lettura e il commento!

  2. Immagini dannatamente realistiche ed evocative, che scorrono via come in un film.
    Sono sempre più colpito e appassionato da questa storia, la sto leggendo con vero piacere. 👍😊

  3. Un episodio scritto benissimo, forse quello che preferisco. Una storia, quella che ci racconti, che mi prende e mi coinvolge. Riesci con la tua penna a creare emozioni, sensazioni, immagini, così forti che sembra quasi di guardare un film. Veramente brava

  4. È il primo capitolo che leggo di questa serie e già mi ha appassionato. Sai, mi ha colpito molto il personaggio di Sveva e, non so perchè, mi ha provocato un brivido lungo la schiena leggere queste righe. Il capitolo lo trovo molto bello, i miei complimenti. Andrò a recuperare i precedenti.