Bugie

Provengo da una lunga stirpe di bugiardi ottimisti: mio nonno era il migliore di tutti. Venne ad Ovest per la terra libera e immagino che non si possa biasimarlo per essere un bugiardo, perché lui fu uno dei primi a credere alle bugie.

                                                         “Terra per tutti! Venite a prenderla!”

I manifesti raccontavano agli americani della loro opportunità di possedere terra da coltivare. Per ottenere sessantacinque ettari di proprietà, era sufficiente essere un cittadino americano e avere ventun anni. Dovevi pagare una tassa di deposito di dieci dollari e risiedere nella tua nuova fattoria nell’Ovest per almeno cinque anni. Ed ecco che la terra sarebbe stata tua, gratis.

La bugia della terra libera… beh, non ha mai pagato un centesimo per quella, questo è vero. Ma gli è costata due mogli e il suo primogenito. La sua prima moglie è morta per aver partorito il suo unico figlio troppo lontano da un ospedale, nel bel mezzo di una tormenta invernale. Quel bambino sarebbe stato mio zio Timothy; che ha sgobbato come un somaro e faticato per anni, per quello che lui definiva “lavoro e miseria”, e non ha nemmeno finito il liceo. Un giorno se n’è andato e basta, “perchè la mietitura non è nemmeno a metà”, aveva letto mio nonno incredulo sul biglietto lasciato dallo zio Tim. La sua seconda moglie invece, mia nonna, è morta per un colpo di calore in pieno giorno, mentre ammucchiava balle di fieno sotto il “glorioso sole della prateria”. Nonostante questo, mio nonno rimaneva ottimista: immagino a causa dei tanti, troppi anni in cui aveva creduto alle sue stesse bugie. “L’anno prossimo andrà meglio”, ripeteva.

Lo disse anche quando il settore del bestiame crollò. E ci ritrovammo a prendere in prestito denaro per nutrire bestiame che non valeva abbastanza nemmeno per essere venduto… se avessimo trovato qualcuno disposto ad acquistarlo. Anche il prezzo del mangime era alto, visto che negli ultimi tre anni avevamo avuto la peggiore siccità dagli anni Trenta. “L’anno prossimo”, disse mio nonno, “l’anno prossimo avremo così tanta pioggia che dovremo costruire un’arca.” Oltre ad essere un ottimista, mio nonno si considerava anche un umorista, e immagino fosse anche un po’ colpa nostra per questo perché ridevamo sempre quando diceva queste cose. “Anche i prezzi del bestiame torneranno a salire, spero”, aggiungeva a denti stretti.

Però ricordo una volta in cui ho capito che mio nonno stava dicendo la verità. Eravamo seduti sul gradino d’ingresso, io, lui e mio padre, poco dopo che mia madre se n’era andata. “Sono stufa del lavoro duro e della povertà”, disse un giorno a mio padre. E a me disse “Puoi venire con me se vuoi, ma io non resterò qui un minuto di più”. Se ne andò con l’unico autobus della zona che funzionava in modo decente. “Tornerà”, mi disse mio padre, “non preoccuparti figliola, tornerà”. Ma sapevo che l’unico modo in cui sarebbe potuta tornare era se l’autobus non fosse arrivato a destinazione. Una parte di me pregava che arrivasse fino in città e un’altra invece pregava perchè si rompesse, e lei fosse costretta a tornare indietro.

Comunque, come ho detto stavamo seduti lì sul gradino d’ingresso, a notte ormai inoltrata, e mio nonno ad un tratto mi disse: “Guarda quel cielo, bambolina.” Le stelle erano veramente enormi e cavoli, come scintillavano, alcune erano così vicine che sembrava quasi che potessi allungare la mano e toccarle. Fu l’unica volta che vidi lacrime sul volto del nonno. “Non vedrai mai stelle come quelle in città, figliola. Mai.”

Non le ho mai più viste… e questo era vero.

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