Bum

C’è qualcosa dello squalo nell’essere umano, che o continua a muoversi in avanti oppure muore.

Se sei uno squalo e vuoi ossigeno, devi essere tu ad andargli incontro.

Lui, l’ossigeno, di suo se ne sta lì, fermo, lo sa che senza non vivi, si gode lo spettacolo di te che ti divincoli per raggiungerlo, guardandoti beffardo come certe belle donne.

Quello nel video è mio figlio, dopo aver lasciato Yale.

Lasciato, dico, non concluso.

E la frase dello squalo è sua, giunta alla fine di una notte insonne in videoconferenza passata a cercare di convincerlo a ripensarci, a laurearsi almeno, prima di mandare a puttane la sua vita.

Ma lui niente.

Ogni cosa che dicevo ribatteva senza pensarci come se stesse recitando un copione.

Quasi non sembrava lui.

Gli ho chiesto a un certo punto se avesse preso qualche droga.

Lui mi risponde che sì, era drogato di vita, di ossigeno.

E se ne è uscito con sta cosa dello squalo che ancora non ho capito se sia una profonda verità sulla vita oppure una stronzata.

Anche se mi sembra che il più delle volte la differenza tra le verità e le stronzate non sta tanto nella frase in sé, ma in quanto sei stanco tu quando la ascolti.

E io a quel punto erano le quattro del mattino, non me la sentivo di iniziare una puntata di Quark vita negli abissi.

Allora l’ho mandato a dormire con un “fai quello che vuoi, la vita è tua”.

Lui mi ha sorriso dall’altra parte dello schermo come se gli avessi appena dato una benedizione paterna, mentre io la frase l’avevo detta come insulto, e anche qui vedete quanto la stanchezza possa fare la differenza, quanto alla fine nessuno parli mai con nessuno, ma tutti non facciano altro che parlare da soli tutto il tempo.

Non vi dico quanto ci è costato, mandarlo a Yale.

Non avete idea delle liste di attesa.

Quanta gente da convincere.

Quante velate minacce.

Soprattutto per noi che americani non siamo, e nella lista occupiamo gli ultimi posti.

Anche se in un certo senso siamo più americani noi degli americani stessi.

A loro basta nascerci in America, per essere americani.

Noi invece l’America dobbiamo tenercela viva negli occhi, nel cuore.

Nei ricordi finti di tutte le serie tv.

Tutti gli Avengers e compagnia bella.

Che il mondo lo hanno diviso in due.

Da una parte quelli che l’America ce l’hanno.

Dall’altra noi che la sognamo.

Le loro speranze che diventano le nostre speranza.

I loro problemi che diventano i nostri problemi.

Tanto che i nostri non li riconosciamo più.

Le velate minacce, di cui dicevo prima, ad esempio venivano tutte da Breaking Bad.

Io non sono un tipo violento, tutt’altro.

Il linguaggio della forza, della sopraffazione, mi ripugna.

Nella vita però ho capito che se uno si limita a fare il proprio dovere, comportarsi secondo le regole, ed aspettare che qualcuno realizzi i nostri desideri, si finisce col cibarsi degli avanzi del banchetto che altri, peggiori di noi, sono riusciti a strappare dalle mani di quei pochi che hanno tutto, e se solo potessero se lo terrebbero tutto per sé, guardandoci morire di fame e scannarci tra noi come si guarda un reality.

Il giorno dopo gli ho chiesto, su whatsapp, che cosa pensasse di fare al posto dell’università, ma lui non ha risposto.

Ho visto per qualche secondo i tre puntini sfibrillare, poi più niente.

La risposta è arrivata, sempre di notte, sempre alle quattro del mattino, questa volta svegliandomi.

“Non so cosa voglio fare.

So solo che Yale non ha più nulla da darmi.

Non è quello che pensavo.

E’ una macchina che sforna ingranaggi che si incastrano perfettamente nella macchina.

Io non voglio far parte di una macchina.

Voglio vivere.

Ecco quello che voglio.”

Questa cosa che hanno i giovani, che continuano a ripetere “io voglio vivere”, come se stessero dicendo qualcosa, io non la capisco.

In realtà non stanno dicendo niente.

Parlano della vita come se fosse un mestiere, come se bastasse essere vivi per avere uno stipendio.

Come se io dovessi pagare una mela per il solo fatto che è una mela, e non perché me la voglio mangiare.

Davvero senza senso.

Tutta colpa del reddito di cittadinanza, se vi interessa la mia opinione.

Ma non siete certo qui perché vi interessa la mia opinione.

Allora concludo la storia, che in realtà non è mai iniziata.

Due settimane fa, ricevo questo video, di mio figlio che fa il mimo.

E mi piange il cuore.

Tutti quei soldi buttati.

Tutte le speranze che diventasse qualcuno.

Sotto al video mi scrive che finalmente ha capito chi è, e cosa vuole fare nella vita.

Vuole portare il sorriso alla gente.

Il sorriso.

Ma allora non poteva fare il dentista?

Mi chiedo.

Dice che ha un nuovo nome adesso.

Si chiama Bum.

Dice che ai bambini fa un sacco ridere il suo nome.

E dice che l’idea gli è venuta quando è scoppiata la pandemia.

Quando il governo ha obbligato tutti a uscire con la mascherina.

Allora lui ha preso i colori e si è dipinta la faccia di bianco.

Ecco la mia mascherina, ha pensato. Ecco chi sono.

Posso uscire tranquillo adesso, ha pensato, guardandosi allo specchio e vedendosi come per la prima volta, mentre le sue labbra da sole formavano un suono.

Che suono, direte voi?

Bum.

Ecco il suono.

Poi nella chat i tre puntini sfibrillano un po’, ma questa volta la frase continua.

So che faticherai a capire, papà.

Ma non preoccuparti.

Non faccio nulla di male.

Sto solo uscendo con la mia mascherina.

Sto solo obbedendo alla legge.

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Discussioni

  1. In questo racconto affronti un bel dilemma. Il significato della felicità. Non si compra con i soldi, ma possono risolvere diverse questioni. Ad un certo punto della mia vita ho deciso di diventare uno squalo e non ho ancora capito se è stata la cosa più stupida o più intelligente che io abbia mai fatto 😀

  2. È una storia che stimola riflessioni sociali, soprattutto in tema di condizionamenti esterni. È difficile seguire la propria strada. È forse il compito piú difficile e che fa la differenza tra una persona realizzata ed una che si adatta a vivere una vita che non gli appartiene. Dice il saggio: “diventa ciò che sei”, ed è l’augurio migliore che si possa fare ad una persona.

  3. “se uno si limita a fare il proprio dovere, comportarsi secondo le regole, ed aspettare che qualcuno realizzi i nostri desideri, si finisce col cibarsi degli avanzi del banchetto che altri”
    Triste verità

  4. la cosa giusta da fare contro la cosa sentiamo di voler fare. un conflitto eterno iniziato quando la prima scimmia prese in mano quell’osso e doveva decidere come usare le sue capacità.
    io a mio figlio dico di scegliere sempre quello che gli piace, quello che gli uscirà. qualunque cosa. ovviamente che comporti una laura e possibilmente un lavoro sicuro da statale magari.

    1. Concordo pienamente.
      Come diceva Sant’Agostino, “prima ferie e malattie pagate, poi fa ciò che vuoi”.
      Un saluto sulle note di Strauss, con l’osso che rotola. 😉

  5. Il padre, pragmatico e disilluso, ed il figlio, che si dibatte (come uno squalo) per trovare una collocazione nel mondo. Chissà chi ha ragione e chi ha torto. Però, per ora, Bum ha scoperto che il suo ruolo è portare sorrisi, e questo ci basta. Almeno uno sappiamo che l’ha portato 🙂
    bel racconto!

  6. “quanto la stanchezza possa fare la differenza, quanto alla fine nessuno parli mai con nessuno, ma tutti non facciano altro che parlare da soli tutto il tempo.”
    Eh già. Bel passaggio, troppo spesso è così.