Buonanotte, Alberto

Serie: The Nightmare Keepers


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Barney racconta lʼorigine del mondo degli incubi.

Chloe si avvicinò in punta di piedi alla porta e tese l’orecchio. Non guardava mai dallo spioncino: le sembrava che, dall’altra parte, qualcuno avrebbe sicuramente ricambiato lo sguardo. E, una volta incrociati gli occhi di uno sconosciuto, non sarebbe più riuscita a liberarsene. Meglio fingere che in casa non ci fosse nessuno.

Sul pianerottolo non c’era anima viva. Scrollando le spalle, la ragazza stava per rimproverare Barney per la sua eccessiva ansia, quando sentì il rumore di passi che salivano le scale. Un istante dopo, davanti all’appartamento si fermò un uomo alto, di età indefinita, con una giacca blu scuro e una cartella nera. Togliendosi un berretto grigio di lana, controllò il numero dell’appartamento e bussò alla porta.

Chloe osservava il visitatore. L’uomo aspettò un minuto, poi bussò di nuovo, questa volta con più insistenza. Non ricevendo risposta, scrollò le spalle e aprì la cartella. Armato di penna, iniziò a compilare un qualche modulo. La ragazza abbassò la testa con rassegnazione: peggio di parlare con uno sconosciuto poteva esserci solo una convocazione che la obbligasse a passare almeno tre ore in un ufficio pieno di gente.

«Buongiorno!» salutò l’uomo spalancando la porta.

Barney, che aveva assistito alla scena, roteò teatralmente gli occhi: come aveva fatto a capitargli una ragazza così spensierata, pronta a mettersi a parlare con chiunque. Scivolando giù silenziosamente dal divano, si avvicinò a Chloe e si sedette ai suoi piedi. L’uomo guardò l’animale con cautela e fece un passo indietro.

«Posso parlare con Chloe Leandi?»

«Sono io.»

«Perfetto. Mi chiamo Alberto Russo e rappresento la compagnia assicurativa Osago. Vorrei farle alcune domande riguardo all’accaduto nella libreria. I proprietari sono nostri clienti e hanno richiesto un risarcimento assicurativo per rapina e danni alla proprietà. Posso entrare?»

Chloe stava per accettare, ma Barney la precedette. Scoprendo i denti, emise un ringhio profondo e si alzò sulle zampe. L’uomo impallidì.

«Va bene, possiamo parlare anche qui. Mi dica: si ricorda quanti erano i teppisti? A che ora è finita la giornata lavorativa e perché si trovava dentro dopo la chiusura? La porta d’ingresso era chiusa a chiave?»

«Io… Alle sette. La porta? Certo…» la ragazza riusciva a rispondere a fatica.

«Le registrazioni delle telecamere di sorveglianza?» continuò a incalzarla Russo. «È soddisfatta del suo lavoro? Del suo stipendio? Ha problemi con i suoi datori di lavoro?»

Chloe si guardò intorno, confusa.

«A cosa servono queste domande?»

«Vede, prima di approvare la richiesta di risarcimento dobbiamo assicurarci che la sua versione coincida con ciò che è realmente accaduto nel negozio.»

«Non capisco dove voglia arrivare.»

«I soldi della cassa non sono spariti. Nemmeno la merce.»

«E cosa avrebbero dovuto rubare? Dostoevskij?» lo interruppe nervosamente la ragazza.

Non capiva cosa fare. Di certo non poteva raccontare la storia del mostro vestito di bianco e della testa mozzata. Era passato solo un giorno dall’accaduto e non le era nemmeno venuto in mente che qualcuno avrebbe richiesto una spiegazione logica per la vetrina andata in frantumi.

L’uomo aggrottò le sopracciglia e annotò qualcosa sul taccuino. Chloe si sistemò nervosamente dietro l’orecchio una ciocca ribelle. Barney mostrò i denti. L’agente assicurativo guardò il cane con disapprovazione, ma non si mosse. Voleva “mettere alle strette” quella ragazza nervosa che chiaramente stava nascondendo qualcosa. Se solo avesse tolto di mezzo quel maledetto cane.

Barney si sollevò e iniziò a ringhiare. Solo pochi centimetri d’aria fredda separavano Alberto Russo dall’animale inferocito di settanta chili. Chiudendo nervosamente la cartella, l’uomo arretrò fino al bordo del pianerottolo.

«Sarò costretto a mandarle una convocazione.»

«La mandi pure!» gridò Chloe, sbattendo la porta.

Si portò le mani alla testa e rimase immobile per un minuto, poi si precipitò in cucina. Afferrando il cellulare dal tavolo, compose il numero del proprietario della libreria.

«Buongiorno, sono Chloe. Mi scusi se la disturbo, ma oggi è venuto da me un agente assicurativo. Sì, di Osago. Mi ha fatto strane domande su quello che è successo, ha parlato di risarcimenti. No, no, mi sono rifiutata di parlare con lui. Domani? Va bene. C’è qualcosa che non va? Sì, capisco. Arrivederci.»

Abbassando la mano con il telefono, la ragazza si massaggiò il ponte del naso. Il tono freddo del suo capo aveva seminato in lei inquietudine. Sbloccò il telefono e inviò un breve messaggio alla dottoressa Amelia, chiedendo una seduta straordinaria. «Domani alle 12:00» arrivò immediatamente la risposta. Chloe mise il telefono in modalità silenziosa e si lasciò cadere sul divano, affondando il viso nel cuscino.

Alberto Russo sbatté il portone del palazzo e si alzò il colletto della giacca. Di solito riusciva facilmente a ottenere più informazioni possibili, così che l’assicurazione avesse il diritto legale di rifiutare o ridurre il risarcimento. Guadagnava ottime commissioni e non gli importavano affatto le lacrime dei clienti ingenui. Inoltre, il caso gli era sembrato piuttosto semplice: la ragazza era asociale, seguita regolarmente da uno psicoterapeuta, mancavano le registrazioni video, e i passanti non avevano visto nulla. Si poteva facilmente far passare tutto come il crollo nervoso di una dipendente insoddisfatta del proprio stipendio. Oppure come un disturbo mentale aggravato, con allucinazioni che avevano spinto Chloe a distruggere il negozio. Se solo non ci fosse stato quel maledetto cane davanti alla porta…

Fu strappato ai suoi pensieri tesi da un passante che gli andò addosso. La preziosa cartella cadde sul marciapiede e Alberto si chinò per raccoglierla. Con la coda dell’occhio fece appena in tempo a notare delle scarpe rosse col tacco alto e percepì uno strano profumo, mentre una ciocca di capelli setosi gli sfiorava la guancia.

«La aiuto io» risuonò una voce femminile profonda e vellutata. «Le piacciono i suoi sogni?»

«Cosa… I sogni…»

«Si rilassi, Alberto. Buonanotte.»

I passanti guardavano con stupore l’uomo alto e magro, immobile in mezzo alla strada. Sul suo volto aleggiava uno strano sorriso, mentre il suo sguardo era rivolto al cielo. Il vento freddo spalancò la giacca blu scuro, dalla quale scivolò fuori, come una lingua di fuoco, l’estremità di un nastro rosso. Aggrottando la fronte, Alberto nascose il nastro e si infilò nel vicolo più vicino, lasciando il vento a divertirsi con le pagine fitte di scrittura sfuggite dalla cartella nera.

Continua...

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