Burn Out

31 Ottobre 2020

Arrivo in reparto puntuale, portando con me il minimo indispensabile: maschera FFP2, fonendoscopio, divisa pulita. In corridoio gli addetti alle pulizie, coperti da tute impermeabili e armati di visiere e guanti di gomma, stanno già lavorando ad una perfetta disinfezione. In alcuni reparti questo non è bastato: hanno dovuto letteralmente svuotarli per praticare una sanificazione radicale. Molti, del resto, sono stati convertiti in aree Covid nelle ultime settimane e questo ha richiesto il posizionamento di pareti divisorie in cartongesso. Ad aspettarmi, il mio collega del turno notturno: «Stanotte quattro, abbiamo dovuto metterli nella stanza 10 finché l’obitorio non smaltisce gli altri». Le schede Istat sono compilate? Chiedo al collega. Tutto a posto, mi risponde. Ne sono lieto; non che non mi dispiaccia certo, ma preferisco concentrarmi sui vivi. Sono loro il problema: durante il turno devi valutarne gli scambi gassosi, il coinvolgimento multiorgano, i segni neurologici o di scompenso circolatorio. La paziente del letto 2 per esempio, ci ha dato un bel da fare: 60 anni, zero comorbidità e una polmonite bilaterale al limite della ventilazione meccanica. Come si chiama? Ah sì, Rita. Se non sbaglio il marito è appena uscito dalla Terapia Intensiva.

Passano i necrofori; anch’essi protetti da tute impermeabili: i 4 vengono portati via in una body bag con chiusura a zip. Si tratta di enormi sacchi neri dotati di maniglie di plastica per il trasporto: lì finiscono le salme, coperte da un lenzuolo e cosparse di ipoclorito di sodio. Ci sono delle linee guida aziendali molto precise in merito.

Sacchi neri tutti uguali, uno, due, tre, quattro. Non pensarci.

 

Inizio il consueto giro del mattino. I pazienti si trovano in stanze da quattro. Ogni camera ha una propria anticamera per la svestizione dove linee di confine tracciate sul pavimento demarcano aree pulite da aree sporche. Siamo riusciti a creare una routine in questo. Entriamo nelle camere di degenza due volte al giorno, completamente bardati ovviamente, e vi restiamo il tempo sufficiente per valutare l’emodinamica dei pazienti ed eventuali segni di insufficienza respiratoria. Qualche anziano mostra segni di disorientamento, qualcuno non sa dove si trova, qualcuno è troppo occupato nello sforzo di respirare per dire qualcosa. Tra i degenti, valuto anche un signore di anni 68, affetto da cirrosi epatica alcolica complicata e polmonite bilaterale. Eseguo un’emogasanalisi. Mi dice che in passato era un poeta. Riscontro un quadro di acidosi respiratoria scompensata. Non ce la farà. Gli dico che mi farà piacere leggere qualche sua Poesia non appena starà meglio. Perché gli stai mentendo?

Teresa, 87 anni, mi domanda quando tornerà a casa. Non sa che il figlio é deceduto ieri pomeriggio.

Cosa dicevano i giornali l’altro giorno? 

“Gli anziani non sono indispensabili per lo sforzo produttivo del Paese”. 

“Gran parte dei deceduti é affetta da altre patologie”

 

Al termine del giro inizio a contattare i consulenti e a sollecitare esami. E’ sempre importante non chiederne di inutili perché il rischio di far circolare il virus all’interno dell’ospedale è elevato. Alcuni colleghi sono più reticenti, altri più collaborativi, ma la macchina è oliata e tutto procede. Come di consueto mi confronto con gli anestesisti per valutare, tra i casi più gravi, chi inviare in Rianimazione. Ne ho due: un sessantenne senza grosse problematiche, un altro diabetico. Azzardo a proporre anche il poeta nonostante la grave comorbidità.

«Non abbiamo più posti» mi rispondono «dobbiamo fare una scelta. Una cirrosi epatica è destinata ad andare male, vanno male i sani figuriamoci chi ha già un danno d’organo. Sarebbe puro accanimento e non possiamo permetterci trattamenti inutili.»

Annuisco facendo intendere di aver compreso. Poi inizio a contattare i familiari. Comincio dalla moglie del poeta. Va preparata.

«Pronto Signora, sono il Dottore. La contatto per suo marito. Al momento è vigile, ma non è una bella situazione. Gli scambi respiratori sono insufficienti e non sta rispondendo all’ossigenoterapia.»

« Dottore ma cosa mi sta dicendo… non si può fare nient’altro?»

«Signora purtroppo non c’è molto altro che possiamo fare, solo sperare che non degeneri in insufficienza multi-organo, ma dal punto di vista terapeutico ci fermiamo qui.»

“Il virus non esiste.”

“Le ambulanze sono tutte vuote.”

Ci fermiamo qui

 

Tra i vari parenti da aggiornare ci sono anche i familiari di Rita, la paziente sessantenne con polmonite bilaterale che ha sfiorato l’intubazione. Mi risponde la figlia, in lacrime, e mi riferisce che il padre è deceduto un’ora prima.

Complicanze inattese.

Mi prendo la responsabilità di dirlo io stesso alla paziente, contattando la psicologa ospedaliera. E’ essenziale stabilire una buona comunicazione in queste circostanze, determinante direi anche per il futuro decorso della convalescenza. In tal senso mi premuro di attendere ancora 24 ore: voglio essere sicuro che i parametri respiratori siano in effettiva ripresa. Concordo anche per una dimissione in quarantena a domicilio per l’indomani mattina, se tutto va bene.

Terminato il turno, vengo fermato da un’infermiera mentre sto per uscire.

«Dottore, il Poeta mi ha chiesto di darle questo».

E’ un foglio di carta ripiegato, di quelli dei block notes. Sono troppo stanco per affrontare ulteriori problematiche, quindi lo lascio nella tasca del camice ripromettendomi di leggerlo l’indomani.

Ritorno a casa, camminando fra le strade. Persone che passeggiano, persone che discorrono nei bar, persone che ridono, un brulichio di vita che mi sfugge. La osservo come si osserva un fenomeno del passato o il ricordo di qualcun altro. Rientro a casa, mangio, bevo una birra mentre guardo una serie TV. Faccio una doccia e mi addormento presto, come tutte le sere. Mi sovviene che oggi non ho sentito la mia famiglia. Poco male, li chiamerò domani appena avrò un po’ di tempo.

1 novembre 2020

Arrivo in reparto puntuale portando con me il minimo indispensabile: maschera FFP2, fonendoscopio, divisa pulita.

La confortante routine.

«Stanotte uno» mi aggiorna il collega «il cirrotico del letto 7.»

Mentre mi dice queste parole, vedo i necrofori portar via un corpo in un sacco nero. Istintivamente metto la mano nella tasca del camice e ritrovo il biglietto lasciatomi la sera prima:

Caro Dottore, 

lo so che per me non ci sono speranze. L’ho capito dai suoi occhi. Noi ubriaconi sa, siamo anche un po’ veggenti.

Le chiedo solo di riconsegnarmi alla Libertà, che non voglio morire come un uccello in gabbia. 

Firmato

Il Poeta

 

Post scriptum

Le dedico queste poche righe, con molto affetto:

 

Luci fummo e ora siamo ombre

Rinnegati, agnelli sacrificali

Consegnati al Fato funesto.

La nostra fine è conforto dei vivi

In sacchi neri sepolta è la memoria

Oh viandante, io ti invoco

La Verità consegna

Al mondo ebbro di menzogna

 

Ripiego il biglietto e lo ripongo nella tasca del camice, dopo di che ricomincio il giro. Ho la testa stranamente leggera e mi sento improvvisamente stanco. Inizio con Rita, in fondo devo dimetterla. La psicologa mi raggiunge, dopo aver indossato i DPI e si siede sul letto della paziente tenendole la mano.

 

«Signora, purtroppo abbiamo una brutta notizia. Suo marito non ce l’ha fatta. Sono davvero desolato» dico, mentre la psicologa inizia il suo colloquio. 

In quel momento, attraverso la visiera, ho la sensazione che gli occhi di Rita siano improvvisamente enormi. Come se la tristezza che vi si legge dentro non solo inondasse il suo viso ma in qualche modo anche il mio. 

 

Due stelle in espansione di infinita bontà e disperazione. 

 

Con una scusa esco dalla stanza.

 

Ti devi abituare. Non devi permettere alle emozioni di possederti. Non farlo.

 

Avverto i colleghi che mi devo recare in bagno. Mi chiudo dentro e inizio a fissare le mattonelle respirando a fatica. Sento il viso divampare mentre stringo sempre più forte il biglietto del Poeta. Non so cosa provo esattamente: rabbia, dolore, solitudine, paura. Le emozioni mi si riversano addosso come onde di un mare in burrasca contro una scogliera. Qualcosa in me si scioglie, qualcosa che non era più vivo da tanto tempo. Mi accascio a terra e mi abbandono alle lacrime.

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Discussioni

  1. Il punto di vista del medico che si intreccia inevitabilmente con quello dell’uomo che c’è sotto il camice… E hai trovato spazio anche per la poesia! Racconto eccellente.

  2. è bene continuare a ricordare e a raccontare, con tanta efficacia, quei giorni terribili. Sebbene non sempre se ne sia consapevoli, l’epidemia ha cambiato qualcosa di profondo in molti di noi se non in tutti. E non ci ha reso migliori, semmai più rabbiosi e impauriti. Ma la cosa peggiore è che ci ha sottoposto a una sorta di esperimento collettivo che ha fatto emergere senz’altro il meglio, che tu descrivi benissimo, ma anche i moventi più oscuri e irrazionali latenti nella nostra società fatta di individui. Egoismo, induzione del sospetto reciproco, irresponsabilità, polemiche assurde e soprattutto un mare di chiacchiere da parte di che avrebbe dovuto governare il Paese con ben altra attenzione.

  3. Scritto in maniera dannatamente accurata, toccante. Ormai sembra che tutti abbiamo dimenticato quanto sia cambiata la nostra realtà, stiamo cercando di far finta che sia tornato tutto alla normalità, ma i morti restano e noi non abbiamo imparato nulla.

  4. Ciao, questo racconto merita un plauso. Non solo per come lo hai scritto, tenendo lo stesso registro dall’inizio alla fine, non facile quando c’è tanta carne al fuoco come in questa narrazione, intendo dire senza mai anticipare gli eventi ma presentandoli rigo per rigo. Bravissima. Merita un plauso per tutto quello che contiene, nudo e crudo. Rende omaggio a tutto il personale sanitario che ha vissuto la devastazione fisica e mentale ogni santo giorno di quegli anni, per salvare vite. Un focus sul dolore di chi ha perduto amici o familiari, su chi se n’è andato consapevole come il Poeta. Siccome la memoria è corta, grazie per avercelo ricordato. Un saluto.

  5. Cara Zelda, grazie di questo racconto, a quasi 4 anni da quando la nostra era è cambiata, tant’è che ora quando non ricordiamo bene un fatto od un episodio ci chiediamo se sia successo prima o dopo il Covid. Sei riuscita a scrivere un vero racconto, rendendo omaggio al personale sanitario che ha dato tutto quel che poteva dare in quei tanti mesi di una lotta feroce e per tanto tempo senza nessuna arma con la quale combattere. E l’ha fatto dovendo combattere non solo contro la pandemia, ma soprattutto contro i cialtroni ed i complottisti vari che si ostinavano a negare la tragica realtà di quel virus. Quindi, grazie. Ma oltre al ringraziamento, mi desidero complimentare con te per essere riuscita in un’impresa difficilissima: scrivere un vero racconto su di un fatto di attualità senza cadere negli slogan (come invece ho fatto io poche righe fa) nè nella retorica celebrativa. Ecco, questo io lo trovo difficilissimo. E tu ci sei riuscita. Brava.

  6. Ho davvero avuto un momento difficile mentre leggevo il tuo racconto.
    Poetico, struggente, evocativo. Troppo evocativo.
    Per diversi motivi ho passato del tempo in ospedale, anche in post-intensiva. Da paziente solo in reparto. Insomma ho avuto proprio un dejà-vu. Oggi è stata dura leggerti. Ma bellissimo.
    Altro che “Doc nelle tue mani”. Qui ho percepito una testimonianza in forma di elegante racconto.
    https://www.youtube.com/watch?v=sEvg6vnuad0
    E una mimosa a tutte le donne, soprattutto alle infermiere che hanno perso vita, salute, affetti in quegli anni terribili.

    1. Grazie caro, spero se ne scriva sempre di più, abbiamo bisogno di metabolizzare quello che è accaduto , di parlarne. A me sembra sia tutto sepolto in un’amnesia collettiva, anche per questo l’ho scritto

  7. Un racconto struggente che hai descritto con la competenza di un medico e l’ umanita` di chi ha rischiato di farsi travolgere dal tormento emotivo e di essere colpito a morte, attraversando il campo minato della pandemia, stando al fronte. Una tecnica di scrittura, tra poesia e prosa, che ancora una volta mi incanta. Un inchino alla tua bravura e buon otto marzo.

    1. Grazie mille M Luisa, non sai quanto sono importanti per me questi apprezzamenti, è stato difficile scriverlo ma alla fine sono contenta che persone sensibili come te l’abbiano gradito

  8. Un racconto che mi ha colpito e toccato davvero. Pieno di umanità, scritto molto bene: mi sembra davvero di essere lì, presente, assieme al protagonista della vicenda. Attraveso lo scorrere delle parole si avverte il suo senso del dovere che viene pian piano fiaccato – seppur senza venir meno – dalla frustrazione e dal senso di impotenza.
    Un bellissimo omaggio a tutto il personale sanitario che nelle fasi peggiori del COVID si è letteralmente trovato a combattere una guerra.