Caduta

Serie: Ginevra


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il fotografo ha deciso di agire e questo avrà delle conseguenze

La tenda bianca sfiorò il pavimento quando l’aria della notte entrò. Ginevra non se ne accorse, immersa in un sonno agitato, coperta fino alla fronte e raggomitolata con un pupazzo stretto.

Stava sognando di scappare dalle urla di sua madre, percorrendo un lungo corridoio pieno di porte. Ogni volta che provava ad aprirne una spuntava un altro membro della famiglia che rincarava le grida e così lei si ritrovava a correre senza una meta precisa. Aveva quasi l’impressione che le pareti stesse urlassero per volerla schiacciare.

Mentre mugugnava nel letto il fotografo scavalcò la finestra e atterrò silenzioso sul pavimento di cotto. Osservò la stanza, sorprendendosi che quella bambina riuscisse ad averne una sola per lei, senza condivisioni di spazi; era piccola ma accogliente quanto bastava ad una bimba di quell’età: un letto abbastanza grande da poterla ospitare per qualche anno ancora e un tappeto a terra con giochi sparsi.

Procedendo verso di lei pestò qualcosa e si fermò, osservando la tessera su cui aveva posato il piede: Ginevra aveva provato a giocare un po’ con le tessere prima di mettersi a letto senza riuscire a calmarsi. La parola composta era fotografia.

L’uomo sorrise nell’oscurità pensando come a volte il fato si insinua nella mente delle persone senza che loro lo sappiano. Ginevra aveva da poco imparato quella parola ma non sapeva sarebbe stata l’ultima.

Due passi dopo il fotografo si trovava esattamente sopra il letto, la sua ombra amalgamata alla stanza, impossibile da individuare. Si era portato dietro il buio della notte.

Dal lungo cappotto marrone estrasse un pugnale dall’impugnatura intarsiata per quanto semplice: due scanalature strette alla base che si andavano ad aprire verso la lama. Nel loro punto più ampio vi era un simbolo: una stella stilizzata.

La sfiorò col pollice mentre guardava Ginevra abbassandosi su di lei. La osservò per bene, complimentandosi per averla scelta e fotografata così bene. Senza indugio le mise una mano sulla bocca e in fretta portò il pugnale alla gola, tracciando una linea dal mento al petto.

Ginevra spalancò gli occhi e cercò aria, senza capire cosa stesse succedendo, sentendo solo un dolore lancinante. Sembrava non esservi nulla ma mentre il dolore aumentava e sentiva il calore del sangue ricoprirla iniziò a scorgere una figura uscire dal buio: riconobbe il fotografo, quell’uomo che le aveva portato turbamento fin dal primo incontro.

Sto morendo, il pensiero fu fulmineo in lei e così adulto che le vennero ancora più spasmi. Le urla che aveva sentito in sogno tacevano, sostituite dal suo mugolio e dall’incitamento del fotografo al silenzio, con le sue labbra socchiuse mentre le sfiorava il volto.

L’ultima cosa che vide furono gli occhi di lui, come li fissava intensamente nei suoi e pregò che tutto finisse in fretta.

L’ultima cosa che vide furono quegli occhi senza anima.

La stella sul pugnale vibrò di una luce azzurrina mentre il sangue colava. Durò una frazione di secondo e così accadde anche alla sua gemella disegnata in un angolo della fotografia di Ginevra, ora conservata nella soffitta. Nel buio l’azzurro risaltò, facendo brillare per un attimo le travi.

Nessuno si accorse di niente.

La mattina dopo, dalla sala da pranzo, venivano le voci dei bambini e degli adulti.

Due piani sopra il padre di Ginevra stava andando a chiamarla, pensando che fosse insieme alla madre. Non l’aveva trovata nel letto accanto al suo, anzi era intatto. Quella donna a volte sapeva essere esasperante.

Quando aprì la porta rimase immobile con la mano sul pomello: respirava a stento, gli occhi fissi sul corpo esamine della figlia.

Il sangue si era rappreso in alcuni punti mentre in altri luccicava ancora. Si avvicinò in affanno e andò in apnea mentre allungava la mano per toccare la bambina: aveva gli occhi aperti, quelli che sua madre tanto ripudiava ma che a lui erano sempre segretamente piaciuti. Ora lo fissavano senza nessuna emozione.

La toccò e sentì freddo quando il sangue gli si attaccò alla mano.

Solo allora urlò, misto a pianto e rabbia.

Ai piani di sotto gli altri passarono paura e due cameriere corsero sopra: individuarono subito da dove era provenuto l’urlo, poiché la figura dell’uomo si stagliava oltre la porta.

Non riuscirono a vedere oltre fino a quando non entrarono e gli si misero accanto.

Lo sconcerto entrò nei loro occhi ed uscì dalle loro bocche.

La fotografia nascosta si stava nutrendo di tutto quell’orrore. Il fotografo si stava rigenerando, un sorriso rilassato sul volto. Ancora una volta il suo lavoro era stato svolto egregiamente.

Cercarono Anna ovunque. Dovevano dirle della figlia.

Nessuno però sembrava averla vista: setacciarono tutta la tenuta, i giardini ed i campi senza trovarne traccia.

Nella casa regnava un silenzio pesante, quasi fosse abbandonata.

Il padre era seduto sul balcone appena fuori dalla camera della figlia a parlare con un agente. Necessitava di aria, non voleva stare in casa eppure allo stesso tempo voleva assistere mentre portavano via Ginevra. Non voleva lasciarla.

Tutti gli altri membri della famiglia si trovavano nel salotto, chi stava seduto e chi beveva un goccio di liquore per alleviare dolore e pensieri. Il più frequente era ‘poteva capitare ai miei figli’.

Nessuno degli altri era stato scelto: portavano con sé pochi traumi, erano benvoluti dai rispettivi genitori e rispettavano gli ordini del nonno. Solo Ginevra era stata una voce fuori dal coro e loro non vi avevano mai dato importanza.

Il corpo di Ginevra venne portato via lasciando al suo posto solo lenzuola bianche e rosse, l’impronta del corpicino ben delineata.

In seguito il nonno avrebbe dato l’ordine di bruciarle e di chiudere a chiave quella stanza, consegnandola a lui perché nessuno vi entrasse più. La nascose nel suo studio, pregando che venisse dimenticata e che lo spirito della nipote potesse riposare in pace.

Cercarono di capire cosa fosse successo e alla fine la colpa ricadde su Anna: era sparita proprio quella notte senza lasciare tracce.

Il buon nome della famiglia era stato infangato.

Pian piano i prodotti della loro terra vennero sempre meno richiesti: in città la voce si era sparsa e anche nelle zone circostanti nessuno voleva più averne a che fare. Le donne della famiglia si ritrovarono a dover lavorare in altre case, rimpiangendo quando quello era stato il loro posto e maledicendo e rinnegando quel ramo famigliare.

La foto di famiglia venne nascosta in soffitta e si decise, con un tacito accordo, di non parlare più di Anna.

Il caso venne chiuso con l’idea che fosse stata la madre a sbarazzarsi di lei per poi andarsene. Qualcuno si chiese se fosse ancora in giro o si fosse suicidata. Non vi era nessun dubbio però sulla sua colpevolezza: in fondo tutti avevano visto come trattava la bambina e adesso si sentivano liberi di farne un pettegolezzo.

Il capofamiglia si lasciò divorare dal dolore fisico e mentale: pensava di aver cresciuto dei bravi figli, di aver fatto un eccellente lavoro col maschio e di aver insegnato a stare al suo posto alla femmina, anche se aveva notato il suo lato ribelle e come imparava in fretta. Una parte di lui si era sempre chiesta se non fosse il caso di insegnarle di più ma il pensiero tradizionalista aveva avuto la meglio. Non poteva confessare a nessuno, neppure a sua moglie, che saper di aver allevato un’omicida era un pensiero dilaniante. Non riusciva a spiegarsi come fosse arrivata a quel punto.

Decise semplicemente di far finta che non fosse mai esistita, fino al suo ultimo respiro.

Il pensiero di Ginevra ossessionava il padre: preso dal rimorso di non averla considerata abbastanza quando avrebbe potuto andò a recuperare la sua unica fotografia in soffitta e l’appese nel salotto.

Rimase lì da quei primi anni del ‘900 fino a quando la villa non venne poi venduta col decadimento economico della famiglia ed il suo sfaldamento.

Nei numerosi anni a seguire venne poi riacquistata da una lontana nipote, inizialmente inconsapevole della tragedia, la quale lasciò gli arredi e gli oggetti come li aveva trovati, affascinata da quelle cose antiche.

Il bed and breakfast portò ai suoi avventurieri notti insonni: Ginevra non aveva mai lasciato la casa e voleva compagnia.

Il fotografo, la notte dell’omicidio, andò a sdraiarsi sul suo altare e vi si rimase per giorni, assorbendo le energie negative grazie all’oggetto che aveva lasciato nella casa. Si rigenerò: la sua pelle si tese, tornando alla bellezza della giovinezza, i suoi muscoli si rinvigorirono ed il suo sangue si purificò.

Non gli pesava il costo della sua eterna giovinezza: ringraziò ancora una volta sé stesso per aver stretto quel patto con l’essere che gli si presentò in tempi ancestrali, rendendolo prima un pittore di prestigio ed ora lui si stava evolvendo, affinando nuove tecniche. L’animo umano non aveva mai fatto per lui e non ne sentiva la mancanza.

Negli anni continuò il suo lavoro, migliorando le sue tecniche e continuando a collezionare anime tormentate. Era il terrore dei vivi di fronte all’inspiegabile soprannaturale a tenerlo in vita e con le guerre che erano seguite nel corso del secolo aveva potuto agire ancor più indisturbato. Quanti ancora ammiravano le sue foto di guerra!

Ginevra fu una delle tante vittime; se ne ricordò quando venne invitato a scattare delle fotografie per un catalogo in una vecchia magione.

Si trattava di una villa a lui famigliare.

Serie: Ginevra


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ciao Sara. Il tuo racconto è veramente molto originale e interessante la storia. A contorno ci sono tanti elementi classici di un buon racconto gotico. Se posso, però, e con particolare riferimento a questo ultimo episodio, ti consiglierei un editing per rendere il flusso della narrazione maggiormente scorrevole, in quanto essa a volte appare slegata e affrettata. Credo che così il tuo racconto possa essere perfetto.

    1. Ciao, grazie per questo commento, è sempre utile sapere dove si può migliorare. Vi sono momenti, qui come in altri racconti, in cui si sa quel che si vuole comunicare ma l’idea non viene bene come nella propria testa. Ci lavorerò sicuramente, poiché ho in programma un continuo, una “seconda stagione” di questa serie.

  2. Un finale degno per una storia molto interessante, che rielabora, seppure in maniera originale, il tema dell’eterna giovinezza. Hai trattato bene la figura del fotografo, un po’ Dorian Gray, così come l’intera vicenda che gli ruota attorno.
    Brava!