
Caffè amaro e cravatta stretta
Un uomo sembra accarezzare con i polpastrelli lo schermo del suo iPhone come se le sue dita stessero danzando sulla superficie. Indossa delle sneakers rosse sbiadite con i lacci slacciati e incrocia spesso le gambe. Sarà un uomo sulla quarantina ma il cappellino messo al contrario e lo zainetto sulle spalle indicano attitudini appartenenti a tutt’altra età.
Il suo sguardo è intinto di una curiosità tipica della gioventù e guarda, guarda tutti e tutto muovendosi sinuosamente sul contorno di ciò che lo circonda.
Si è fatto la barba ma i peli della faccia continuano ad affermarsi non condividendo le sue volontà e la maglietta è fin troppo piccola per il suo corpo che un occhio onesto non potrebbe definire magro e slanciato.
Aspetta la sua fermata battendo il piede destro in modo ritmato così da rivelarci che la pazienza non è una tra le sue qualità.
In passato aveva una fidanzata della sua stessa età.
Lei si chiamava Sofia e la vita le plasmava gli occhi. I suoi capelli erano di un arancione facilmente attribuibile a quello dell’alba ed erano sempre acconciati così che la sua figura non facesse trapelare alcunché di trasandato.
Lui l’amava come amano i giovani: in modo passionale e cieco.
Ogni mattina si alzava tardi e si svegliava con la consapevolezza di trovarla lì, al tavolo per la colazione ad aspettarlo con il latte e i biscotti.
Lei lo lasciò dicendo di voler stare con un uomo e non con un ragazzino.
Questo lo tramortì e passó ogni giorno a pensare, ripensare e pensare ancora a come avrebbe potuto esserlo senza perdere sé stesso.
Si mise ad osservare i suoi coetanei con il loro lavoro d’ufficio, con la loro famiglia da cui tornare la sera e con i loro caffè amari.
Ed eccolo qui, sul pullman, in attesa di scendere alla fermata, battendo impazientemente il piede destro in modo ritmato.
Scorta la sua fermata, scende, diretto ai grandi uffici grigi con il curriculum stretto nella mano sinistra.
Lo assumono dopo un po’ e lui cerca di esserne felice.
Si prepara per il primo giorno.
Giacca e cravatta per lui oggi e caffè amaro. Aggiusta la sua andatura e la sua postura emulando quelle dei suoi colleghi e, durante il tragitto, compra anche una grande valigetta nera nonostante non sappia che cosa riporci dentro.
I giorni passano e la sua cravatta si fa sempre più stretta, il caffè più amaro e ogni giorno mette un foglio bianco in più dentro la valigetta per il solo gusto di non saperla vuota.
Un martedì di novembre, guardandosi allo specchio, ritiene di essere finalmente diventato un uomo, di essere diventato l’uomo di cui Sofia aveva bisogno.
Allora bussa alla sua porta con un mazzo di fiori nella mano destra e la valigetta nella mano sinistra.
Sofia, alla sola vista di quel ragazzo divenuto uomo in pochi mesi, meravigliata da tale inaspettato cambiamento, gli salta addosso riempendolo di baci.
Dopo tanto tempo la vita gli sorride di nuovo e le giornate passano in sua compagnia, lavorando più che puó o fingendo di lavorare in assenza di cose da fare per paura che qualcuno pensi che stia oziando.
Ma, un venerdì di gennaio, si alza alle luci dell’alba per andare a lavoro, lasciando Sofia addormentata sola nel letto, e trova la sua giacca ben stirata con accanto la cravatta.
Si veste e va in cucina a preparare la moka.
Il mondo sembra essersi tinteggiato di grigio quel venerdì e persino il Sole si rifiuta di illuminarlo.
Stretto in quel suo completo, con il respiro mozzato dalla cravatta e la valigetta straripante di fogli bianchi pronta sul tavolo, si rende conto, con sguardo rassegnato che, a lui, il caffè amaro non gli è mai piaciuto.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Racconto potente, della potenza che solo le immagini sanno sprigionare. Molto efficace la sintassi contratta, stretta proprio come il nodo di quella cravatta. Un tuffo eloquente nell’epica della quotidianità
Grazie mille! Io sono solita ad una sintassi tutt’altro che contratta per cui questo racconto è frutto di un esperimento. Mi fa piacere che sia ben riuscito!
Ciao Alessia, in questo racconto hai reso bene come la società ci obbliga a dei ruoli che non sentiamo.
Bello questo racconto! Mi hanno colpito le descrizioni…
Grazie tante!