Caffè amaro

Serie: Male vite


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La scalata al potere di un nuovo boss.

Per Carmine Acetrano la sera non è ancora finita.

La ragazza ha la lingua delicata e la bocca calda, ma, all’improvviso, lui ha la testa vuota e una nausea che non concede distrazioni. «Smettila che mi dai fastidio!» La stacca da sé, malamente. Le manate di acqua che si tira sul viso si mescolano al sudore freddo. Ma gli danno una sensazione di fresco che non perdura.

Con fatica, raggiunge la poltrona del salotto. Valerie gli versa il solito liquore, mentre lui si pulisce la bocca con un fazzoletto di stoffa, tra un respiro affannoso e un altro.

«Stai male?»

«Non vedi come sto? Sei cieca, cazzo!»  risponde, mentre telefona. «Puttana di una vacca, Raf non è raggiungibile!»

Valerie lo osserva: ha la voce impastata, il sudore che dalla fronte gli cala sugli occhi, le mani che gli tremano, il corpo che non riesce a governare come vorrebbe.

«Ti senti una schifezza, vero?» Lui la guarda preoccupato: la voce di lei non è quella a cui è abituato, ubbidiente e sottomessa. È dura, aggressiva e soprattutto senza paura. Tenta di ricomporsi per dare di sé l’immagine risoluta del boss, ma gli viene a mancare l’energia per riuscirci.

Valerie gli si siede di fronte. «Ero proprio qui, in ginocchio, a chiedere pietà. Inutilmente! Già, ma come potevi avere compassione tu, che sei senza cuore?»

Valerie è una maschera di rabbia, rancore e rivalsa feroce. «Sei un bastardo, Carmine Acetrano! Un bastardo che io, la sciacquetta -come mi chiami tu-, ho avuto la gioia di fottere!» Gli ride fragorosamente in faccia. «Ti ho venduto al tuo nemico. Oh, lo avrei fatto anche gratis! Gli ho detto il giorno e l’ora in cui saresti venuto a farti la tua scopata, qui da me.» Sorride compiaciuta. «Ti ho servito il tuo solito drink, che però conteneva qualcosa di diverso…Sai cosa? Non lo sai?» Lo sbeffeggia. «Era corretto con quella magica sostanza che ti ha ridotto così, disponibile per l’uso che il Cobra farà di te.»

Il boss vorrebbe reagire con forza, ma non ci riesce. «Sei una puttana!» bofonchia, tra un colpo di tosse e l’altro. «È vero, sono una puttana; una puttana che ti ha fottuto. Che figura di merda per don Carmine Acetrano!» lo schernisce con disprezzo.

La lampada sul portone d’entrata del villino è spenta quando Carmine viene caricato sull’auto dagli uomini del Cobra. Ha gli occhi sbarrati, forse teme il destino che lo attende, o forse non ha paura, perché si aspettava che potesse accadere. Ma per quanto ci si possa preparare a una brutta fine, non lo si è mai abbastanza quando questa inizia a compiersi.

Il fiume scorre verso la sua foce lontana, lento e placido. Qualche auto ronza attraversando il lungo viale, costeggiato dai binari su cui si muovono quei pochi tram, retaggio del passato, ancora in servizio.

Finalmente piove! Se non altro, i marciapiedi bagnati danno l’impressione di essere lavati. L’aria è più fresca e il venticello soffia nella direzione opposta ai cattivi odori, portandoli da dove sono a dove non erano prima.

La via del cimitero ha i cipressi da ambo i lati. Come sentinelle ritte sull’attenti, sorvegliano che nessuno arrechi fastidio agli abitanti del cimitero. Infatti, suggeriscono silenzio, tollerando solo toni di voce sommessi. E sono talmente efficienti che nessun inquilino di quel luogo si è mai lamentato.

«È andata bene così» commenta lo Sfregiato, scegliendo dai vasi disposti sulla bancarella i fiori da dare a Giuseppe. «Ogni tanto qualche Santo esce dalla chiesa e compie il miracolo di far sporcare le mani a chi le ha già sporche e non a chi le ha pulite, come nel tuo caso» aggiunge sottovoce.

«Grazie, Gigi. Grazie per tutto. Sei un amico» gli dice Giuseppe.

«Nella mia vita ne ho fatti di errori – e ne farò ancora – ma non ho mai sopportato i prepotenti!» Si tocca la cicatrice che ha sulla guancia. «E questa è la prova.»

Arianna è ancora via. Giuseppe ha provato a chiamarla, ma dopo qualche squillo cade la linea. Risponde solo ai messaggi che non le chiedono come sta realmente e quando ha intenzione di tornare.

Ma lei non gli manca. Ultimamente è come se avesse riempito il vuoto della sua presenza con l’abitudine alla sua assenza. Non è più la moglie che non c’è, ma quella che c’era.

Da qualche settimana lavora di nuovo. Ha ripreso anche la pausa caffè, presso il bar di fronte alla bottega. Lo prende amaro: ormai si è assuefatto a quel gusto.

I clienti vanno e vengono per far riparare o sostituire le gomme delle loro auto. Al momento, tutto scorre tranquillo, ma Giuseppe sa che, prima o poi, arriverà un altro Raf a pretendere la tangente per conto di qualche boss.

FINE.

Serie: Male vite


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