
Cala Sirena
L’ultimo giorno di settembre è un sabato caldo e soleggiato, dal sapore estivo, forse l’ultimo prima di un lungo autunno che mi attende. Come sempre non ho un programma, ma questa volta non ho nemmeno pianificato la meta. Parto di primo pomeriggio con la moto verso la costa orientale, e mi lascio guidare dalla moto e dall’ispirazione per una di quelle infinite calette che costellano la costa da Torre delle Stelle fino allo spiaggione di Costa Rei.
La strada è deserta, a quest’ora i ragazzi sono appena usciti da scuola, le famiglie pranzano e i pensionati sonnecchiano all’ombra di qualche albero.
E io posso esplorare in totale solitudine.
Ammiro le calette che si aprono ad ogni curva della strada litoranea, con le diverse tonalità di blu che si mostrano ai miei occhi. Il vento caldo da sud mi porta l’odore fresco del mare che associo alla libertà, una libertà totale di poter scegliere la propria rotta e dirigersi verso ogni lido. Lo zaino sulle mie spalle è leggero, con lo stretto necessario per la mia piccola avventura: asciugamano, maschera da snorkeling e due borracce d’acqua. Tutto il resto è superfluo.
Passo Solanas e in cima ad una salita scorgo uno spiazzo abbastanza largo dove sono parcheggiate una moto e una macchina. Metto la freccia a destra ed entro. Sotto si apre la bellezza di Cala Sirena, con il mare cristallino che varia nelle diversità tonalità di celeste, azzurro e blu, inframmezzato dal verde degli scogli. A destra, su un promontorio, una delle tante torri d’osservazione per individuare i pirati saraceni nel Medioevo.
Questa è la mia meta.
Spengo la moto, lego il casco e mi avvio con un gran sorriso nella strada che porta alla torre, speranzoso di trovare un sentiero per scendere alla cala.
Si apre la portiera della macchina parcheggiata e una ragazza con leggings e canottiera nera mi ferma e inizia a parlare in inglese.
«Ciao, scusa, sai dove è il sentiero per scendere in spiaggia?»
Una turista straniera.
Io e l’umanità andiamo decisamente poco d’accordo ultimamente, e una turista straniera nel mio pomeriggio solitario di snorkeling è una vera seccatura.
Ma sono pur sempre un gentiluomo del sud, educato ad aiutare una fanciulla in difficoltà, mi stampo un sorriso gentile in faccia, allargo le braccia ed esclamo in un inglese dai molteplici accenti:
«Non ne è ho proprio idea, è la prima volta che mi fermo qui. E sì che sono di Cagliari, una vera vergogna che non sia mai stato qui prima d’ora, guarda che vista!»
La ragazza si mette a ridere e tira fuori il cellulare.
«È veramente spettacolare, chissà se si può scendere.»
Alzo le spalle.
«Scopriamolo.»
La ragazza mi guarda con un bel sorriso e poi annuisce. Si ferma a fare alcune foto mentre io mi avvio per la strada piena di crateri che lentamente discende la costa. Poco dopo sento i passi della giovane e allora mi fermo ad aspettarla. Speravo che attendesse suoi compagni di viaggio invece, apparentemente, oggi sarò io il suo compagno d’avventure.
«Così vivi qui?» mi chiede.
«Yep, sono Andrea, a proposito» mi presento allungando la mano.
«Bartha» replica lei.
«Sono norvegese, ma per metà albanese.»
«Oh, bella la Norvegia! Voglio esplorare i fiordi in canoa un giorno. E anche l’Albania deve essere bella, ho visto alcuni video con un mare stupendo.»
«Sì è vero ma onestamente questo è pazzescamente bello, guarda che colori!»
Alzo le spalle.
«Questo è normale qui…voglio dire, è un bello normale, trovi calette del genere ovunque.»
«Normale per te! Fortunato.»
Sorrido.
«Sì, in effetti sono fortunato, vivo in un paradiso» e iniziamo a ridere.
Proseguiamo ancora la discesa, la vista della torre, prima troneggiante su di noi, viene nascosta dal roccione e il mare viene via via oscurato da arbusti e piante tipiche della macchia mediterranea.
«Che cosa fai Andrea? Lavori? Quanti anni hai?» mi chiede all’improvviso Bartha.
Rimango sorpreso e infastidito da quella curiosità ma rispondo ugualmente.
«Ho trent’anni e sono un ingegnere meccanico, alquanto noioso come lavoro ma ogni tanto c’è qualche progetto interessante. L’aspetto migliore è sicuramente lavorare qui a Cagliari e poter esplorare così posti del genere nel week-end. Tu?»
«Io faccio trent’anni da poco, e sono un medico. Neanche a me piace così tanto il mio lavoro.»
Sgrano gli occhi.
«Ma come? Pensavo ci fosse una vocazione, e il giuramento d’Ippocrate e tutta questa roba!»
«Sì hai ragione è che…il sistema in Norvegia è veramente orrendo, le persone poi sono diffidenti, insomma, è tutto molto deludente.»
Sorrido e internamente gioisco. Ancora una volta, coloro che credono che all’estero si viva meglio e prendono sempre da esempio i Paesi scandinavi, vengono sbugiardati.
La strada prosegue a destra e risale verso la torre, ma non c’è alcun sentiero che scende giù verso la caletta.
«E adesso?» mi chiede Bartha.
Alzo le spalle.
Faccio un balzo oltre un cratere, scivolo e mi appendo al ramo di una pianta.
«Scendiamo ovviamente!»
Bartha mi guarda come se fossi pazzo, poi fa un salto anche lei. Si aggrappa al mio braccio per non perdere l’equilibrio e insieme discendiamo la costa rocciosa, tra rovi, arbusti, rampicanti e spuntoni di roccia. Sento il mare sempre più forte, tra i rami scorgo un blu acceso ma la via ci viene preclusa a una ventina di metri dalla meta.
«E adesso?»
Alzo le spalle.
Esamino la situazione, intravedo un percorso, è rischioso, ma voglio a tutti i costi arrivare al mare.
«Ma come faremo a risalire?»
«Oh, ci penseremo dopo, in un modo faremo» e prendo un grande balzo. Mi aggrappo ad un albero mentre alcuni sassolini sotto le mie scarpe cadono di sotto. A zig zag tra la roccia discendo alcuni metri della scarpata, fino a trovare un punto d’appoggio saldo, e così invito Bartha a scendere.
«Questo è folle…» mormora prima di spiccare un salto. Segue il mio percorso e mi raggiunge, aiutandosi con il mio braccio. Copriamo gli ultimi metri di discesa ed erutto in grida di gioia, saltellando di scoglio in scoglio fino a quello prescelto per lasciare lo zaino.
Una piccola caletta ci separa dal mondo. Dall’acqua di un blu intenso qua e là spuntano degli scogli, e sorrido già al pensiero dei tuffi che farò.
Ho già la maschera in mano quando mi ricordo dell’esistenza di Bartha, mi giro.
Ancora incredula di trovarsi lì, tira fuori la sua maschera dallo zaino, sembra tutto surreale, come se fossimo usciti da un film.
«Secondo te ci sono pesci?» mi chiede.
Alzo le spalle.
«Scopriamolo» e scendo in acqua.
Cammino su una roccia, in cerca di un punto dove tuffarmi, ma perdo l’equilibrio e mi ritrovo con il sedere per terra, anzi, in acqua.
Scoppio in una grassa risata mentre Bartha mi chiede se sto bene.
Annuisco e mi rialzo, di nuovo in cerca di un punto dove tuffarmi.
«Andrea! La tua mano!»
Guardo la mia mano sinistra, è ricoperta di sangue.
«Oh!» esclamo sorpreso.
La pulisco con l’acqua e scopro due profondi tagli da dove zampilla il sangue.
Bartha si avvicina, mi prende la mano ed esamina le ferite.
«Ci vorrebbero dei punti.»
Guardo il mare e sorrido.
«Ci vuole un bel bagno!»
Torno allo zaino, dalle scarpe prendo un calzino, lo immergo in acqua e poi me lo lego a mo’ di benda sulla mano.
«Sei un pazzo» ridacchia Bartha che mi stringe bene la benda.
Finalmente ci tuffiamo in quel mare, nuotiamo lungo gli scogli, ci arrampichiamo su quelli che spuntano in superficie e ci tuffiamo tra i pesci. Seguiamo un branco lungo gli scogli, grattacieli per quei piccoli pesci argentati. Altri più grossi attirano la nostra attenzione e li seguiamo dall’altra parte della caletta. Attraversiamo il mare blu e profondo e risaliamo il promontorio dove si erge la torre fino al mare aperto. Lì la corrente si fa più forte, il mare così profondo da vedere solo una immensa distesa blu. Ci ripariamo su un gruppo di scogli che formano una piscina, e restiamo lì per qualche tempo, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri, ad ammirare la caletta a sinistra che lentamente sprofonda nell’ombra della sera, Cala Caterina e l’isola dei cavoli in lontananza davanti a noi, e il mare aperto alla nostra destra. Con un gran tuffo e dopo una bella nuotata tra i ricci torniamo alla nostra base. Ci asciughiamo chiacchierando ancora un po’e poi ci prepariamo per la salita.
Le preoccupazioni di Bartha erano infondate, scalare è più facile che discendere e dopo qualche minuto siamo in cima alla strada.
«Lo abbiamo fatto! Non ci posso credere!» esclama Bartha euforica.
Alzo la mano per darle il cinque, ma lei mi abbraccia.
«È stato pazzesco! Un’avventura che ricorderò per tutta la vita, grazie, da sola non lo avrei fatto.»
Devo ammettere a me stesso che effettivamente con lei è stato tutto più divertente.
Quando raggiungiamo i nostri veicoli si ferma e mi abbraccia nuovamente.
«Sei davvero un ragazzo in gamba, ti va di restare in contatto?»
Ecco, lo temevo.
Perché rovinare tutto? Abbiamo condiviso una bellissima esperienza e ci rimarrà un bel ricordo, perché rovinare tutto?
Ma cosa è la vita senza il rischio? Cosa è la vita senza il pericolo e l’adrenalina che esso ci dà?
Guardo gli occhi di Bartha e vedo gli scogli da dove ci siamo tuffati.
Buttiamoci.
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Quando leggo un racconto in cui “narri” il tuo mare provo un desiderio irresistibile di fare la valigia e partire per la Sardegna. Ho un conto in sospeso lì, l’ho visitata in un momento poco felice e desidero tornarci per poterla vivere come si deve. Credo che alcune esperienze, se condivise, acquistino un valore aggiunto com’è stato a Cala Sirena. Il dopo … Sarà il destino a decidere.
Ciao Micol! Grazie di aver letto. Quando vorrai venire, sarà un piacere farti rimettere in pace con questo mare!
Mi è partita una J di troppo ahah
Bello il finale. Mi è parso di essere lì anche se non sono mai stato in Sardegna
Grazie Kenjji, felice di averti fatto fare un viaggetto con l’immaginazione dalle mie parti 🙂
“Kenjji”? Si scrive Kenji, con una sola J
Mi è partita una J di troppo ahah
Ciao Carlo, credo che la bellezza dei tuoi racconti stia principalmente nella spontaneità con la quale ce li narri. Vengono da te e dalle tue esperienze, dal tuo vissuto. E questo è il valore aggiunto e il pregio che devi cercare di non perdere preoccupandoti magari di raggiungere altre modalità di scrittura che ti risulterebbero meno congeniali. Sento la freschezza della giovinezza nelle tue parole e la giusta punta di ingenuità, come deve essere. Sai come definirei un racconto così? Lo definirei ‘scanzonato’ perché così è il modo in cui prendi le cose, come un osservatore divertito che ha i giusti anni che tu hai. Spendo due parole dovute anche sulla capacità che hai di descrivere i luoghi che conosci così bene e qui, in particolare, hai reso le varie tonalità blu del mare reali a tal punto che pare quasi di respirarci dentro. Il finale lo trovo veramente geniale e quel ‘buttiamoci’ assomiglia tanto a un finale aperto, come di quelli che piacciono anche a me. Bravissimo.
Mi piace molto come lo hai definito, scanzonato, perchè riassume bene il modo in cui vivo, e di conseguenza scrivo, i racconti in prima persona. Sono molto felice di averti portato dentro quel mare, per il quale assolutamente non esistono parole per descriverlo. Il finale è aperto sì, non era importante come si sarebbe evoluta la storia dei protagonisti, era bello raccontare l’intesa e il legame che si sono formati condividendo insieme un’avventura, lontani dal mondo e isolati grazie a quella caletta. Il dopo, fuori da quella magia, nella realtà, è irrilevante, può andare bene come male, ma i ricordi di quell’avventura resteranno comunque. Grazie ancora e a presto!
Ciao Carlo, che sorpresa e che gioia ritrovare un tuo racconto. Una di quelle storie che riconciliano mente e cuore, in armonia. Visualizzare lo scenario che descrivi e` stato come esserci, con tutti i sensi accesi, anche se in quel punto esatto non mi sono mai avventurata.
L’ unica Albanese che conosco e che frequento si chiama Bardha: una d al posto della t. Le inviero` questo tuo racconto e non ho dubbi che piacera`anche a lei.
Grazie Carlo per`le queste tue narrazioni che trasmettono un senso di armonia e di bellezza, attraverso gli sguardi, non solo sul mare o sui panorami che in tanti (stranieri e non), apprezzano, ma anche per la bellezza degli sguardi verso altri occhi e anime che si incrociano e si intendono, in una sintonia che puo` durare un’ ora soltanto, o un giorno intero; oppure, chissa`… Con la voglia di continuare l’ esplorazione oltre le calette sul mare, verso la conoscenza di altri lidi o di abissi piu` profondi, ricchi, belli e in parte torbidi, dove l’ essenza di ognuno si cela e solo a pochi si rivela.
Grazie Maria Luisa, un bellissimo commento, come sempre. Sai meglio di me le brutture del nostro mondo, con la scrittura si può sognare ma anche ricordarci che ci sono persone buone e cose belle oltre alla cattiveria e alla crudeltà. Cerco di vivere così, sempre allegro e di conseguenza questa mia gioia e speranza nel futuro si ripercuotono anche nei miei racconti. L’esplorazione, poi, è la parte più bella della vita! Mi piace l’immagine che hai creato, l’essenza delle persone nascosta dalla profondità del mare. A presto!
Ciao Carlo, bentornato alla scrittura, è davvero un piacere rileggerti. Bello. Mi piace questo continuo chiedere di Bartha, le risposte di Andrea, un invito all’esplorazione. Mi è piaciuta la parte in acqua, la risalita ed il finale. Forse la prima parte andrebbe riletta, per farla scorrere meglio. Insomma, che voglia di mare ! Un caro saluto
Grazie Nyam! La scrittura è sempre nei mie pensieri, anche se non scrivo così tanto come prima, bisogno anche vivere per trovare l’ispirazione no? L’immaginazione è bella e doverosa, ma ad un certo punto bisogna anche vivere in prima persona le avventure che si vogliono raccontare 😉. Il pezzo iniziale forse è troppo lento a causa dei dialoghi. Volevo si capisse bene il legame nato tra i due per dare maggior valore al finale. Grazie e buona domenica!