Cambia-menti
Serie: Daydreamer
- Episodio 1: La rondine
- Episodio 2: Cambia-menti
- Episodio 3: Preludio e fuga n. 2
- Episodio 4: Safe and sound
STAGIONE 1
~Davide.~
Quel giorno a Roma faceva un caldo mai visto. L’avevano detto alle previsioni del tempo nei giorni precedenti: “Questa settimana le temperature saranno decisamente più alte delle medie del periodo”. Era la terza settimana di giugno, e camminavo rasente al muro per evitare di prendermi in pieno il Sole dell’una del pomeriggio: sudavo copiosamente, nello zaino avevo la maglietta che avevo cambiato a lavoro, e una volta a casa avrei indossato la terza per quella giornata. Mi sentivo vacillare per l’alta temperatura, ma strinsi i denti e andai avanti, verso casa mia: dopotutto se mi ritrovavo in quella situazione la colpa era solo mia, non dovevo rimproverare nessuno all’infuori di me stesso, quindi tanto valeva continuare a camminare a quaranta gradi all’ombra.
“Vuoi un passaggio?” mi aveva chiesto Vincenzo all’uscita da lavoro, aprendo lo sportello della sua vecchia 500 azzurra.
“No, ti ringrazio, faccio due passi” avevo risposto.
Un incosciente. Mi sarei fatto quei due chilometri che mi separavano da casa a piedi, da solo, perché in fondo era quello che meritavo, e ormai in duecentocinquanta metri avrei raggiunto casa mia: non mi restava che percorrerli e, una volta arrivato, cercare di rinfrescarmi come meglio potevo, oltre a prepararmi il pranzo. Pensai che in frigo erano rimasti una mozzarella, dell’iceberg e una bottiglia da due litri d’acqua leggermente frizzante: lasciando stare l’acqua, che mi sarei fatto durare per tutto il giorno, il resto avrebbe costituito il mio pasto, poi la sera sarei andato al discount con la mia Lancia Ypsilon nuova di zecca, unico lusso che avevo deciso di concedermi, e avrei fatto la spesa per la settimana. Arrivai nel palazzo dove vivevo, e facendo girare la chiave nella toppa della porta che chiudeva l’ingresso del mio monolocale pensai a ciò che mi diceva ogni santo giorno mio padre, buonanima: “Bisogna imparare ad accontentarsi nella vita. Per quelli come noi è l’unica scelta.”. Come aprii l’uscio, pensai che avevo seguito alla lettera i suoi dettami: in quel monolocale asfittico e mal ammobiliato non aveva lasciato uno spazio nemmeno per sognare un futuro migliore, nemmeno per poter credere in un prossimo riscatto. Accontentarmi, accontentarmi, accontentarmi. Sempre, e di qualunque cosa.
Buttai le chiavi in una ciotola di plastica posta su un vecchio comodino recuperato al mercato delle pulci da mio padre anni prima, quando avevo detto che volevo andare a vivere da solo. Ripensai alle parole che mi aveva detto prima di consegnarmi le chiavi, che in fondo non erano tanto diverse da quelle che mi rivolgeva in qualunque situazione: “Eh, Davide, ti devi accontentare”. Ero convinto di poter cambiare il mondo, quand’ero andato a vivere lì con la mia laurea in Scienze della comunicazione in tasca, pronto a sfondare nel mondo del giornalismo: anni di sacrifici e borse di studio, di pedalate forsennate dalla casa popolare in cui abitavo alla sede universitaria a bordo di una bicicletta mezza scassata, di lavoretti saltuari, e quel 110 e lode che per i miei era risultato dolceamaro. Mi dovevo accontentare, perché avevo fatto il massimo? Mi tolsi la maglietta e la lanciai sopra la mia lavatrice di seconda mano che avevo nel bagno, un catorcio che tuttavia funzionava ancora piuttosto bene, poi aprii il mio armadio di compensato e ne presi un’altra, con il logo dei Beatles, per indossarla. Fortunatamente non faceva troppo caldo: il monolocale non era esposto a Sud e non prendeva raggi di Sole, cosa che mi rallegrava d’estate, vista l’assenza del condizionatore, ma mi disturbava d’inverno, quando gettavo grandi palate di pellet nella stufa che in quel momento mi fissava beffarda dall’angolo accanto alla finestra, con le persiane rigorosamente serrate.
Dirigendomi verso il frigo sfiorai con una mano la pila di agende che avevo lasciato su uno sgabello, dove scrivevo articoli su articoli ogni volta che ricevevo una notizia degna di essere fatta conoscere al mondo: castelli in aria. Avevo ancora negli occhi l’espressione gongolante di mio padre quando, ad un anno dalla laurea, gli avevo detto che ancora non ero riuscito a trovare lavoro. “Questo è perché non ti accontenti. Guarda me e tua madre, io mi sono accontentato di fare il cuoco di una mensa, lei di lavare piatti, e continuiamo a campare, tu invece sei disoccupato” mi aveva detto con un moto di trionfo. Tutto quello che avevo provato a fare era naufragato miseramente: un blog che non seguiva nessuno, il lancio di un sito di notizie sul mondo dello spettacolo che era stato chiuso dopo due mesi, ed eccomi a lavorare come segretario in uno studio di fisioterapia, un lavoro che non sopportavo ma che mi permetteva di mettere il pane sulla tavola. Presi la mozzarella e l’iceberg dal frigo, li misi in un piatto e li tagliai: anche per quel giorno mi sarei fatto bastare quello che avevo.
Prima di sedermi per consumare quel magro pasto accesi la radio antiquata che fu di mia nonna e mi sintonizzai su Radio Sunshine, la stazione che seguivo dai miei quindici anni: a quell’ora andava in onda un programma di un certo DJ Marcovalerio, intitolato “Cambia-menti”, dove lui intervistava persone che chiamavano da tutta Italia per dargli il noto quarto d’ora di celebrità e farsi raccontare di quella volta che avevano deciso di cambiare qualcosa, dal taglio di capelli al luogo di lavoro. Quando mi sedetti, la sua voce allegra riempì la stanza.
“Amici, quella che avete appena sentito è la storia di Eliana da Padova, adesso, direttamente dal 2023, ascoltiamo Fulminacci con la sua Baciami baciami. Restate con noi per un nuovo racconto!” disse, e la musica partì. Misi giù la forchetta e ascoltai: amavo quella canzone e la sapevo a memoria, forse per consolarmi da quella vita sentimentale che mi aveva ugualmente imposto di accontentarmi.
“Guarda che se mi lasci mi butto da un ponte!” aveva urlato Luisa la volta che le avevo detto che la relazione stava andando solo dove voleva lei senza tener conto delle mie esigenze. Sapevo che era un ricatto, una manipolazione, che non si sarebbe buttata. E infatti erano passati due anni e lei era ancora viva, ma io ero solo. Era un anno che non sentivo Fulminacci, il mio cantante preferito, alla radio, ma il giorno la sua voce aveva un che di salvifico, qualcosa che mi portava a fantasticare su tutto ciò che avrei potuto fare per farmi del bene, a saltare su quel “treno che parte e che va lontano” per dare una svolta alla mia vita. La canzone finì e il conduttore riprese a parlare.
“Radioascoltatori, questo era Fulminacci! A volte basta poco per cambiare tutto, e adesso ne parliamo con Gioele. Da dove chiami?” chiese.
“Da Madrid” rispose quello sconosciuto. Ripresi a mangiare e ascoltai la sua storia, che fu un autentico colpo basso: anche lui era stato portato ad accontentarsi di qualunque cosa, finché non aveva deciso di svoltare e trasferirsi a Madrid, dove si era realizzato professionalmente e personalmente.
“Voglio dire una cosa a tutti quelli che sono in ascolto e vivono una vita come non la vogliono: prendete tutto e partite, se ne avete la possibilità, smettetela di togliervi giorni di vita accontentandovi di poco, chiedete di più, vivete al massimo!” disse con tono accorato. Quelle parole colpirono nel segno, e lasciai cadere la forchetta nel piatto: Gioele stava parlando a me? Eravamo lontanissimi, eppure infinitamente vicini. Dovevo partire anch’io: il mio accontentarmi, che alla fine stava diventando una punizione per aver dato retta a mio padre quand’era ancora in vita, mi aveva portato a risparmiare una discreta somma, che non osavo intaccare per paura che quell’uomo che mi aveva sempre condizionato così massicciamente, e che in quel momento riposava dietro una lastra di marmo, venisse a disturbarmi nei sogni per dirmi che non era giusto che io volessi di più quando lui e mia madre non avevano puntato in alto. Avevo sbagliato a dargli retta per così tanto tempo, e la colpa era mia, perché non avevo avuto il coraggio di ribellarmi. Potevo partire, potevo andare dove volevo.
“Fatelo subito, se potete” disse la voce di Gioele dalla radio. Ero ancora in tempo. Presi la mia decisione: dal telefonino cercai un aereo last minute che partisse da Fiumicino la sera stessa, e dopo aver fallito con Parigi e Berlino, prenotai il mio volo per Santorini. Mi alzai per sedermi sul vecchio divano di pelle scricchiolante, e mi chiesi se fossi più pazzo o più incosciente: avrei lasciato quell’esistenza che non mi dava più soddisfazioni per abbracciarne una nuova, per fare un salto nel buio che avrebbe potuto inghiottirmi per sempre come avrebbe potuto farmi spalancare le ali per volare verso un destino migliore.
Gioele aveva finito di parlare, e DJ Marcovalerio annunciò la canzone successiva: “Passiamo al pezzo che dà il titolo alla trasmissione, Vasco Rossi con “Cambia-menti”!”. Cambiare vita è quasi impossibile, d’accordo. Quasi. Non impossibile.
Serie: Daydreamer
- Episodio 1: La rondine
- Episodio 2: Cambia-menti
- Episodio 3: Preludio e fuga n. 2
- Episodio 4: Safe and sound
Quanto è potente, in senso negativo, il condizionamento degli altri sulle nostre vite, soprattutto se sono più grandi di noi o hanno più esperienza… Incredibile come il racconto sia passato da un momento di vita ordinaria alla decisione di lasciare tutto e partire!
Grazie di cuore! Mi fa piacere che tu abbia sottolineato la dicotomia tra la piattezza infinita della vita di Davide e il suo slancio verso il futuro 🙂
Da lettore, è proprio quello che voglio: informazioni in rapida evoluzione, un biglietto verso una destinazione già sviluppata nel capitolo precedente e quindi per me già teatro di immaginazioni future sui co-protagonisti. Unica passami il termine “pecca” è che in alcuni pochissimi momenti ci son delle frasi molto lunghe che ti portano ad inserire molte virgole che, per quanto messe bene, nella frase complessiva risultano posticce e falsano un pò la realtà del pensiero dimostrando appunto che prima è stato scritto, poi pensato. E non viceversa. Ma è una piccola macchia d’inchiostro in un foglio totalmente pulito. Ora sono decisamente curioso su cosa succederà nell’isola greca, posso soltanto allegramente immaginarmelo. Grazie, ancora complimenti. Continua così 👌
Grazie davvero! Seguirò senz’altro il consiglio per i prossimi capitoli! 🙂
Un inizio lento. con un tono che sale piano e diventa sempre piú deciso e coinvolgente. Ci sono vari spunti di riflessione, un po’ di amara ironia nella descrizione di una vita grigia e rassegnata, di un giovane che pare giâ vecchio nell’aver rinunciato ai suoi sogni. E poi la spinta improvvisa al cambiamento che modifica anche il ritmo della narrazione. In questo secondo episodio della serie (il primo non l’ho ancora letto), ci sono, quindi, vari elementi importanti che possono essere sviluppati con i prossimi racconti.
Grazie mille per la lettura e il commento!