Roberta è certa che sarà l’ultimo trasferimento
Serie: La prima regola
- Episodio 1: Roberta è certa che sarà l’ultimo trasferimento
- Episodio 2: William Prescott ha un dubbio (prima parte)
STAGIONE 1
La preghiera, come al solito, l’annoiava. Perciò il mese precedente si era recata dal direttore dell’Istituto per protestare. Era entrata camminando lentamente, si era seduta sulla grande poltrona colorata al centro della stanza, aveva incrociato le gambe, indossato la mascherina e, digitato il codice della richiesta sullo schermo del bracciolo, aveva ripetuto al contrario i movimenti, con la stessa calma volutamente fastidiosa. Il direttore aveva letto il messaggio nel visore che indossava, aveva premuto un tasto sulla grande tastiera inglobata nella divisa, e da lì la richiesta era passata al terminale centrale. Un brulichio di luci colorate e un suono d’arpa avevano suggellato il momento.
Il codice 3301 era semplice: «procedura di trasferimento per mancata integrazione». Sapeva che era un codice prioritario, per cui si aspettava una risposta in breve tempo. Eppure dopo un mese era ancora lì a simulare una litania che la stordiva ogni giorno di più, decisa a far valere le proprie ragioni, anche a costo di tentare la fuga.
Ma non ce ne fu bisogno.
“Roberta Dumaro, seguimi nella stanza 207” le disse il sorvegliante meccanico, svegliandola nel cuore della notte. “Sbrigati!”
Scese dalla branda, si avvolse le spalle con un vecchio scialle, attraversò le sbarre aperte dall’automa e percorse il lungo corridoio che collegava le gabbie alle stanze. Le luci si accendevano al loro passaggio, e si spegnevano subito dopo. Non devo lasciarmi suggestionare, pensò mentre la porta scorrevole si chiudeva con un tlack sordo. E rimase sola.
Raggiunse la pedana al centro, sormontata da un specchio ovale. Cominciò a sdraiarsi, come le aveva ripetuto inutilmente il sorvegliante. Odio questo momento, si disse serrando il più possibile le labbra. Appena fu sotto l’ovale, la luce accecante si spense e una melodia si sostituì ai pulsanti e agli schermi che riempivano la stanza. Le sembrava di averla già sentita, ma non l’associava a nessuno degli Istituti in cui aveva abitato.
Appena si fermò, lunga distesa, il volume della musica si abbassò e sentì la voce di Omnia: “Benvenuta nel Centro Smistamento Richieste, io sono l’Operatore 207. Per la buona riuscita dell’interazione le consiglio di non muoversi, altrimenti dovremo ricominciare da capo. Conferma la sua richiesta inoltrata con il codice 3301?”
Roberta non rispose subito. Piegò il dito medio della mano destra per sfiorare il cornetto rosso che pendeva dal braccialetto al polso. Nello stesso istante fece un cenno con la testa, e l’espressione del suo volto divenne ancora più seria.
“Le ho chiesto di non muoversi, può rispondere a parole?” riprese la voce. La bocca di Roberta si aprì il minimo necessario affinché la fuoriuscita di aria, compressa via via nello stomaco, nella gola e nella cavità orale producesse quel suono che avrebbe evitato l’attivazione della procedura numero 5. Non avrebbe sopportato un’altra «rimozione forzata per insubordinazione». Tuttavia non si sforzò di scandire bene la parola di assenso, tanto sapeva che per la Macchina non avrebbe fatto differenza: i suoi sensori avrebbero captato la minima increspatura nel campo quantico sonoro, in ogni parte dell’Universo.
“Conferma registrata. A seguito della sua protesta con codice 3301 il Sistema ha individuato un responso possibile, ma non potrà più fare richieste per sei mesi se confermerà la nuova destinazione. È chiaro ciò che ha sentito?”
“Quale destinazione?” chiese Roberta scandendo le sillabe.
“Risponda alla mia domanda.”
Cambieranno mai queste stupide macchine? Non poté fare a meno di pensare a denti stretti, un attimo prima di rispondere di sì incrociando le dita della mano sinistra poggiata sotto la schiena, per poi aggiungere: “Quale destinazione?”
“Metropoli di Milano.”
Sa già la mia risposta, si divertì a pensare, Omnia mi conosce da prima che nascessi. Le macchine non possono che obbedirle, gli operatori obbediscono alle macchine, i sorveglianti agli operatori, e noi apprendisti siamo comandati dai sorveglianti. Se le dico di no prepareranno cicli di preghiere estenuanti, cibo liofilizzato e terapia K. Se accetto mi concederanno una settimana d’aria, prima delle preghiere, delle pillole e della terapia. Ma sì, meglio sperare. In fondo c’è ancora la fuga.
“Va bene, accetto la destinazione della Metropoli di Milano. Quando partirò?” Trentasei, fece in tempo a pensare Roberta muovendo appena le labbra.
“Tra trentasei ore. Si diverte ancora a prevedere cosa le dirò?”
“In verità vorrei imparare a vedere dopo. Dicono che porti serenità.”
“Chi lo dice?” la voce di Omnia si era fatta più ovattata, quasi premurosa. Al che Roberta: “Non ricordo il nome. Avevano la mia età. Me ne parlarono due anni fa, prima di arrivare qui nell’Istituto di Londra.”
“Metropoli di Londra” precisò la voce. “L’avevano sentito dire dai grandi”, riprese Roberta senza curarsi dell’interruzione. “La sera noi bambini ci raccontavamo tante storie, alcune vere altre inventate. Lo facevamo prima di andare a dormire, così si sono mischiate con i sogni. Alcune, se mi sforzo di ricordarle, sono davvero strane. Come i sogni.”
Un rumore metallico le fece capire che era riuscita nell’intento di andare via da lì il prima possibile. Guardò l’immagine impressa nell’ovale sopra di lei. Magari fosse solo un sogno anche questo momento, pensò mentre la realtà riappariva. Il luccichio dei suoi occhi tondi e verdi si addensò nell’immagine riflessa poco prima di scomparire, mentre il corpo della giovane dodicenne distendeva le membra per uscire dalla pedana.
La porta si riaprì, la musica svanì del tutto e la luce passò dal violetto al rosso, la tonalità ordinaria negli Istituti. Roberta venne riaccompagnata nel suo alloggio dietro la grata d’acciaio, dove faticò a prendere sonno.
Mi ha assecondata, è stato tutto troppo veloce, qualcosa deve essermi sfuggito, rifletté mentre le ultime voci si spegnevano assieme alle stelle artificiali dentro la grande finestra elettrificata. Istintivamente infilò la mano sotto il materasso e tirò fuori un foglietto di carta. Lo aprì e lesse a mente le prime parole che le capitarono sotto gli occhi: «La superstizione porta sfortuna, se usata male; fortuna, se usata bene.» Poi passò oltre: «Il bene e il male non esistono, fintantoché non si prende parte al divenire dei fatti del mondo.»
Richiuse il foglietto e lo mise sotto il letto. Trentasei ore, pensò mentre già stava contando le pecore oltre il vetro elettrificato e il respiro si alleggeriva.
Serie: La prima regola
- Episodio 1: Roberta è certa che sarà l’ultimo trasferimento
- Episodio 2: William Prescott ha un dubbio (prima parte)
Un racconto che fa una certa impressione, temendo che le macchine, un giorno, possano avere il sopravvento sull’ uomo.
Ciao Luigi, sembra quasi che la Terra sia un campo di punizione per altri mondi e che quindi noi tutti stiamo scontando una pena, o che tra noi ci siano degli esseri puniti. Aspetto il prossimo capitolo.
Un po’ inquietante. Hai mantenuto alta l’attenzione e la tensione. Bravo👏
Mi piacciono molto “le storie che s’intrecciano con i sogni”, attendo il seguito.