Capitolo 1

Serie: Non basta un autunno

  • Episodio 1: Capitolo 1

Che fosse stata di mio padre la scelta di trasferirsi in provincia, a me e alle mie sorelle era stato da sempre chiaro. Questo, per lo meno, era quello che mia madre ci teneva a ribadire almeno una volta ogni tre giorni con quella logorroicità che più di ogni altra qualità la caratterizzava, quando li sentivamo urlare da due piani più in alto se stavamo in salotto, o da due piani più in basso se eravamo nelle nostre camere. La casa in cui abitavamo era uno dei tipici edifici antichi che, prendendo parte a quel prezioso mosaico di mattoni vecchi in rilievo, andava a comporre uno degli svariati borghi umbri che tanto piacevano ai turisti stranieri, specialmente in estate, quando arrivavano in massa occupando stanze su stanze dell’unica locanda presente in paese. Quando avevo undici anni e passavo le giornate di luglio sul tavolino sotto casa a giocare a Shangai con Alberto, ci sporgevano sempre a guardare sfilare nel mio vicolo persone di ogni tipo con ogni tipo di macchina fotografica e, dal canto mio, mi chiedevo sempre più spesso cosa ci trovassero di così affascinante da vedere in quel posto che, a quell’età, cominciava a starmi sempre più stretto. Un altro che mal tollerava il paese era mio padre. Non era propriamente vero che la scelta di andare ad abitare là fosse stata sua. Mia madre continuava a ripeterlo come a mo’ di scusante per scagionare se stessa dalla colpa di averlo incatenato in quel luogo tanto lontano dalla vita che avrebbe voluto. Ma quando si hanno venticinque anni, pochi soldi, tanta voglia di fare e una fidanzata incinta, viene quasi da sé la scelta di andare a vivere in una casa in cui non c’è un mutuo da pagare e, temporaneamente, mobili da comprare. La zia di mia madre era morta da poco e le aveva lasciato in eredità la casa, a pochi metri da quella di sua sorella – mia nonna -, così mio padre, che allora sapeva adattarsi a qualsiasi evenienza, aveva lanciato l’idea di trasferirvisi per far fronte alla pura sopravvivenza. Mia madre era cosciente di quanto gli sarebbe costato rinunciare alla vita in città, dove stava organizzando il suo futuro tutt’intorno alla sua laurea in Biologia fresca di proclamazione. D’altronde la situazione non permetteva loro di fare altrimenti, così, tutto quello

che poterono fare fu rimandare a data indeterminata il futuro di Valerio per garantire a lui stesso e a Laura la nascita di una bambina che avrebbe avuto quattro pareti tra le quali poter piangere e due genitori amorevoli e altruisti la cui abnegazione le avrebbe aperto tutte le strade della sua vita. Mio padre non era solito lamentarsi di nulla, si adattava alle circostanze, perciò quando mia madre gridava i suoi monologhi tra l’odore stagnante di fritto del cucinotto, mio padre saliva le scale di legno scricchiolanti dai tarli e si chiudeva nel suo studio, dove rimaneva finché mia madre non si fosse calmata. Avevamo adibito la mansarda a studio in sostanza perché c’era una stanza di troppo, non perché mio padre facesse un lavoro per il quale sarebbe stato necessario uno studio. Dopo che ero nata io, si era impiegato per qualche anno in linea in uno scatolificio, otto ore al giorno più gli straordinari, a una ventina di chilometri dal Paese, che sopportava in silenzio con la risolutezza di chi ha capito che la vita non è solo lavoro e che ci si sveglia la mattina per ben altri motivi. Uno di questi, eravamo noi. Ma l’abitudine della routine giornaliera fusa all’inaffondabile propensione di mio padre ad amare troppo velocemente le cose che lo circondavano – che, purtroppo o per fortuna, ha trasmesso a me – fece sì che cominciò a prediligere con venerazione il bel borgo fiorito e colorato in primavera e dalle tonalità calde e cangianti d’autunno. Cominciò a fare sua l’abitudine della domenica mattina di alzarsi, scendere a comprare la colazione al bar da Paolo, risalire le scale di pietra e sedersi al tavolo prima con me e mia madre, poi con anche Silvia e per ultima Lisa. Ma quando nacque lei, era tutto già cambiato.

Era proprio a questo che stavo pensando mentre scrutavo dalla finestra la strada di pietra che serpeggiava sotto casa mia, individuando il profilo esile di Edoardo attraverso la nebbia fitta delle sei. Ancheggiava ciondolando verso il mio portone, col bacino sporto incurante in avanti e i piedi che avrebbero disegnato orme con le punte rivolte leggermente verso l’esterno se ci fosse stata la neve; ma era fine ottobre e l’unico residuo delle strade erano le foglie morte. Sotto la mia finestra alzò lo sguardo nella mia direzione, sicuro di trovarmi lì, come sempre, e i nostri sguardi s’incrociarono, carichi d’inquietudine. Scesi le quattro rampe di scale che mi separavano dall’ingresso senza fare rumore e gli aprii la porta, portandomi l’indice alla bocca facendogli intendere di stare in silenzio. Poi salimmo le scali senza parlare e tornammo in camera, dove mi chiusi la porta alle spalle. Edoardo si sedette in punta, come faceva sempre, del mio letto rifatto, in una posizione che a non conoscerlo avrebbe quasi lasciato intendere che era pronto ad alzarsi in qualunque momento. Lo guardai, aspettando che dicesse qualcosa. Si strofinò le mani tremanti sui jeans, come per asciugarle da un sudore che il 25 ottobre non poteva esserci.

– Niente. Non c’è né lui né una qualsiasi sua traccia.

Lo disse scuotendo la testa, con gli occhi gonfi di rassegnazione mista a rabbia. Non ero stupita, immaginavo che non avremmo trovato Alberto alla Quarantadue né da nessun’altra parte al Paese ad aspettarci.

– Me lo aspettavo.

Gli dissi soltanto, e mi avvicinai al caminetto che emanava ancora un minimo di calore dalle ceneri della sera prima. Presi l’attizzatoio e smossi le braci, facendone uscire una ardente che brillava di rosso vivo. Vi sistemai sopra qualche legnetto secco incrociato e a coprire un tronchetto più grosso. Soffiai sulle braci che fecero scintille e stetti accovacciata così, a guardare la fiamma che dipanava pian piano con tante linguette di fuoco e che alla fine si prendeva il tronco con una sfiammata più grande. Spettatrice di un sipario alzato che avevo già avuto la disgrazia di vedere, anni prima, ma di dimensioni nettamente più grandi. Edoardo mi lesse nel pensiero, così lo sentii arrivare dalle mie spalle e sedersi dietro di me.

– Dobbiamo trovarlo. Dobbiamo capire cos’è successo, Teresa.

Mi girai verso di lui, guardandolo negli occhi scuri.

– Sappiamo già cos’è successo, Edo. È colpa nostra. Lo vuoi capire o no?–

Edoardo piegò la testa aggrottando le sopracciglia. La sua espressione era torva.

– Che significa che è colpa nostra?

Sospirai e mi alzai in piedi, tremando. Arrotolai le maniche del maglione di angora rosa che avevamo comprato insieme, io e lui, in un negozio dell’usato in città. Io e Edoardo ci andavamo tutti i mesi, il primo sabato del mese, e ci provavamo i vestiti messi e rimessi da chissà quale personalità stravagante o classica che aveva deciso o avuto bisogno di vendere i suoi capi. Ma quegli attimi spensierati erano lontani in quel momento, inafferrabili; eravamo solo io e lui e tutto ciò che non ci eravamo detti in quegli anni di amicizia profonda, inavvicinabile da chiunque altro se non Alberto, a cui avevamo dato una fetta di quella torta che per lui sarebbe risultata sempre più amara e per noi sempre più dolce. Ma in quel preciso momento, quando ero a un passo dal vuotare il sacco e raccontargli ogni cosa, mi chiesi per la prima volta se il nostro rapporto fosse davvero così robusto se avevo tenuto per me tutte quelle cose che riguardavano Alberto, ma in parte anche lui.

– Oh, quindi?

Mi chiese, incrociando le gambe. Il naso cominciò a pizzicarmi e subito dopo, gli occhi a bruciarmi. Buttai la testa all’indietro cercando di non far sgorgare le lacrime che stavano spingendo da sotto le palpebre. Edoardo mi aveva vista piangere un sacco di volte, non mi sarebbe importato tanto che mi vedesse perdere il controllo in quel momento, quanto che dalla frenesia del pianto non sarei riuscita a spiegarmi bene, a raccontare quella storia della durata di vent’anni che lui conosceva solo a frammenti. Se avessi avuto un VHS con registrata sopra tutta la nostra vita sarebbe stato più facile da spiegare, anche se sarebbero serviti due decenni, ma avevo solo la mia voce e lui la sua comprensione e sperai che entrambe le cose sarebbero bastate per non mandare all’aria tutto quello che era e sarebbe stato di noi.

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