È tutto oro ciò che luccica (Parte 1)

Serie: AURA


Nacqui il primo novembre, il giorno di Ognissanti. Mia madre mi diceva sempre che era stata mia nonna Philomena, morta il giorno precedente, ad annunciarle la mia nascita.

Nonna Philomena era una donna minuta, ormai smunta dalla vecchiaia e dalle fatiche di una vita fatta di sforzi e sacrifici, ma da altrettanta fede e speranza in una vita migliore una volta morti. Sul letto dalle lenzuola bianche come la sua pelle, respirava a fatica. Mia madre sedeva al suo capezzale, stringendole la mano nodosa e segnata dall’artrite. Al crepuscolo, mi raccontò mia mamma, la nonna le strinse la mano, sgranando gli occhi, i quali si fecero improvvisamente lucidi. La smorfia di dolore e stupore venne subito sostituita da un sorriso.

“Nascerà l’indomani mattina, all’alba”, le disse la nonna, con le poche forze che le rimanevano. Mia mamma sorrise, mentre alcune lacrime le rigavano il viso a causa di un’emozione ibrida e anonima, che non sapeva come battezzare. Le carezzò la guancia rugosa e scavata, come se volesse ringraziarla e salutarla per l’ultima volta.

Nonna Philomena, però, non era tranquilla. Scrutò il ventre di mia madre e si fece improvvisamente scura in volto. Cominciò a scuotere la testa da un lato all’altro, spaventata da una visione oscura. Afferrò saldamente il polso di mia madre, e la guardò con gli occhi di una bambina che si è appena svegliata da un incubo e che non riesce ancora a discernere realtà e sogno.

Mia madre mi raccontò che prima di proferire parola la nonna stette a lungo in silenzio, guardandola negli occhi, quasi come se volesse proteggerla da una confessione altrimenti devastante.

“Mamma” disse, impaziente, protendendosi verso l’esile corpo.

Mia nonna chiuse gli occhi per scacciare via ciò che aveva appena visto. Le sue ciglia, strette nella morsa delle sue palpebre, lasciarono sfuggire alcune lacrime che però rimasero sospese, come in un limbo, senza seguire le leggi della gravità.

“Mamma, ti prego, dimmi” la incalzò mia mamma, ora con un tono più ansioso e agitato.

Nonna Philomena, la Profeta della famiglia Stonegold, deglutì gli ultimi residui di saliva.

Le sue sopracciglia si erano incurvate verso l’alto, accentuando le rughe della fronte, gli angoli della bocca erano rivolti verso il basso: ogni muscolo del suo viso emanava tristezza e preoccupazione.

“Paura e disgrazia, paura e disgrazia” confessò, con un filo di voce, quasi come se non volesse dirlo a voce troppo alta. Mia mamma allentò la presa della sua mano, basita. I suoi occhi cercavano risposte invano, cambiando direzione dello sguardo in modo repentino, senza uno schema. “Ti prego,” la implorò la nonna, “fa’ attenzione, Anna”. La voce ora era più corposa, tipico di un ammonimento che è indispensabile seguire. “Lo farò, te lo prometto” le confermò mia madre, improvvisando un sorriso rassicurante, ma senza riuscirci del tutto. Infatti, la sua preoccupazione era ancora leggibile nei suoi occhi spaventati, nelle guance sbiancate, nelle mani fredde e tremanti. La nonna le dedicò un ultimo sguardo e poi, sempre più debole, come se si abbandonasse a una forza superiore, si accasciò, come carta che brucia nel fuoco, implodendo su se stessa, azzerando ogni forza che abitava il suo corpo.

I miei genitori non riuscirono a interpretare correttamente la profezia della nonna: pensavano che la paura e la disgrazia di cui parlava fossero collegate alla sua morte, più che alla mia nascita. Il dolore che il lutto aveva lasciato nei loro cuori fu presto sostituito dalla gioia per la mia nascita: per loro era la prova vivente del volere di Dio. Decisero quindi di chiamarmi Aura, che significa “brezza”, “particolare luce” – un nome adespota, ma che onorava il miracolo della vita. Ogni domenica, a messa, in ginocchio davanti al Cristo in croce mia madre ripeteva “Illumina il nostro cammino, mio Signore”.

In effetti, la famiglia Stonegold aveva bisogno di qualcuno in cui sperare: il nostro cognome aveva perso valore molti anni prima, quando era morto mio nonno Moss.

Era stato proprio lui a coniare il cognome più mal visto della contea di Feckley: fino ai ventitré anni si chiamava Akkerman, un cognome ebraico che significa “contadino”. I nostri avi sopravvissuti alla Grande Persecuzione avevano trovato in Feckley il luogo adatto per la vita agricola a cui erano destinati, sebbene, in seguito alla Riforma Harshman, tutti i cittadini residenti in campagna erano stati obbligati a vendere il sessanta per cento dei propri raccolti al sindaco in piazza Bonsaco, la cosiddetta “piazza della fortuna”. Harshman aveva promesso che gli incassi sarebbero serviti per importanti cambiamenti a favore degli stessi abitanti, ma i dubbi erano parecchi. In quegli anni, tuttavia, era praticamente impossibile rivoltarsi: ogni sommossa era rapidamente soffocata con ricatti e, nei casi più avventati, torture e uccisioni. I confini erano rigidamente controllati e, in ogni caso, fuggire non era la scelta migliore: le altre contee cercavano a stento di risollevarsi dalla gravissima crisi che aveva colpito l’intera isola nel 2038. Feckley, proprio grazie alla tirannia di Sir Grant Harshman, era riuscita ad eliminare, almeno in apparenza, gran parte della povertà. Gli Akkerman, nel 2041, erano riusciti a vincere il bonus annuale che Harshman consegnava per il miglior raccolto: avevano ampliato i loro campi, nella speranza di guadagnare qualche mono in più. Moss Akkerman era il quarto ed ultimo figlio di Ezra e Pauline, l’unico della famiglia dai capelli nero corvino e gli occhi ambrati. I miei bisnonni avevano fatto numerosi sacrifici per poter vincere quell’agognato bonus, pertanto tutti i loro figli avevano interrotto gli studi per lavorare nei campi. Tuttavia, Aaron, il terzo figlio, era sempre stato un ribelle: fu l’unico a continuare la sua carriera accademica nonostante si dividesse tra la campagna e la città, dove riuscì a laurearsi in geologia con quasi il massimo dei voti. Essendo l’unico Akkerman ad essersi laureato, si riteneva in parte responsabile della vincita del bonus agricolo, dal momento che Sir Harshman aveva deciso di scegliere gli Akkerman come destinatari del bonus anche grazie ai suoi meriti universitari. L’orgoglio di Aaron era poco sopportato dai fratelli maggiori, causando numerose volte litigi e risse. Moss, invece, ammirava il modo in cui Aaron fosse riuscito a lavorare e studiare allo stesso tempo, quindi rimase l’unico a non mettersi mai contro le sue provocazioni quotidiane. A lui il cognome Akkerman stava stretto: sognava di andarsene per sempre da Feckley, e cominciare una nuova vita in Australia, nel Lighting Ridge, famosissimo sito di ricerca di gemme preziose. Moss era l’unico ad interessarsi a questa passione per le pietre, tant’è che Aaron talvolta gli prestava i suoi libri universitari, così poteva “rifarsi gli occhi guardando vera ricchezza”. Il rapporto tra Moss e Aaron, grazie a questo inaspettato interesse in comune si rafforzò, dando temporanea tregua al resto della famiglia.

Il 21 giugno del 2045, mentre Moss stava arando il terreno, vide improvvisamente una gazza ladra posarsi davanti a lui, come se fosse interessata a qualcosa nascosto nella terra. Moss si avvicinò incuriosito e scoprì che l’aratro aveva portato alla luce quella che sembrava una pietra giallastra. Cacciò via la gazza, la cui insistenza nel cercare di prendere il sasso troppo pesante per lei gli aveva messo il dubbio si trattasse di qualcosa degno della sua attenzione. Rimosso l’eccesso di terra attorno al masso, dedicò qualche minuto all’osservazione del colore, forma, consistenza, proprio come gli aveva insegnato suo fratello. Improvvisamente, un’immagine del libro di Aaron gli balenò in testa. Euforico, corse in casa ad annunciare l’incredibile scoperta.

Serie: AURA


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Alice, la prima parte è emozionante grazie alle vive sensazioni da te lucidamente descritte, con stupende espressioni come “si accasciò, come carta che brucia nel fuoco, implodendo su se stessa, azzerando ogni forza che abitava il suo corpo.” La seconda parte lascia spazio alla necessaria storia della famiglia di Aura, delineata con buona trama narrativa in grado di immergermi nelle vicende del loro passato. Riflettendo, credo che possa dire che la sventura sia radicata da un ritrovamento fortunato… chissà se sarà così?! Lo so, lo scoprirò leggendo! Un saluto!

    1. Ciao Antonino, scusami se ti rispondo con questo enorme ritardo. Grazie davvero per le tue parole, sono molto felice che tu abbia apprezzato il mio modo di scrivere. Esatto, lo scoprirai leggendo!! Alla prossima,

      KH