Capitolo I, parte II: quando nevicò a Perkins, Oklahoma

Serie: A White Tuesday Story


– Meglio andare adesso che si è calmato o a casa non ci torno più – disse il ragazzino, alzando la testa dal Gameboy. In un unico movimento si alzò, si mise sulle punte dei piedi, recuperò la giacca col colletto peloso e se la infilò agile e veloce come una saetta. Se c’era una cosa che la sua stazza gli permetteva e lo obbligava a fare, infatti, era essere veloce. O Eugene Nelson e la sua cricca lo avrebbero messo con la testa nel water ben più volte di quante riuscissero a fare. E sarebbe stato scelto nelle squadre sicuro dopo Whitley Watson, la schiappa della classe. Invece ora veniva scelto fra i primi, perché era piccolo ma correva come un fulmine.

Dopo aver indossato la giacca, si voltò verso la vetrina un’ultima volta. Era tutto ovattato dalla neve e se non l’avesse vista cadere dal cielo, avrebbe pensato che in quel silenzio innaturale il tempo si fosse fermato.

Effettivamente c’era un sacco di silenzio tutto intorno. Troppo, anche per quella giornata. Nessun ronzio dell’insegna al neon di Adam il barbiere. Nessuna bestemmia di Adam. Nessun suono della lama sulla barba dei clienti, quello sgrat sgrat a cui ti abituavi in fretta ogni volta che entravi nel negozio. Quel silenzio lo paralizzò all’istante. Sapeva che stava succedendo qualcosa, e qualunque cosa fosse non gli piaceva per niente.

Si girò verso la postazione di Adam e istantaneamente sperò di non averlo mai fatto: la testa del barbiere sembrava schiacciata dentro una morsa gigante dai lati, mentre l’uomo cercava di divincolarsi sospeso a mezz’aria com’era. Sulla postazione dei clienti, Jim il carrozziere era un lago di sangue, con il collo aperto in due per lungo come se Adam avesse fatto l’errore della vita.

Max cacciò un urlo che gli uscì di gola a tutto fiato, mentre cercava un posto per nascondersi da chissà quale minaccia. Si promise di non guardare più verso la direzione in cui Adam stava ancora penzolando nel vuoto in quella smorfia di sofferenza, mentre si accucciava a terra andando dietro il bancone della cassa. Ci si rannicchiò sotto per qualche istante, ciondolando su se stesso e cercando di fare mente locale sul da farsi.

Non sapeva minimamente cosa stesse succedendo, non sapeva quale fosse il pericolo e da dove potesse arrivare. Era ben peggio di quando scappava dai bulli a scuola. Lì bastava nascondersi in bagno, piedi sul water, e passare da un bagno all’altro fino a quando non si stufavano. Era la monetina nel gioco dei tre bicchieri che nessuno trovava mai, a parte in qualche raro caso. Ma solo perché sapeva dove nascondersi e da chi scappare. Non era così che voleva morire. Non che ci avesse mai pensato davvero. Ma la mamma gli aveva parlato talmente tante volte di morte che almeno sapeva come NON voleva morire. Ed era esattamente COSI’.

Respirò profondamente tre volte, cercando di ritrovare la calma. Come avrebbe fatto a scappare? Come?

L’unica cosa che gli venne in mente era la scena di Shining, che lui e Charlie Parker e Jo Morales erano andati a vedere l’estate prima, intrufolandosi di soppiatto nel cinema. Non era una prima visione ma a Perkins, Oklahoma, i film arrivavano talmente tanto in ritardo che spesso la sala per non rimanere chiusa dava pellicole anche di anni prima. In quel momento, però a Max del cinema non fregava proprio un fico secco, nossignore. E quella neve e quel silenzio avevano iniziato a fargli schifo, sissignore.

Comunque a Max venne in mente la scena in cui la moglie del tipo pazzo riusciva a scappare dalla finestra del bagno. E lui la rincorreva e moriva surgelato. O qualcosa del genere, ma non era importante. Solo che in quel dannato negozio del dannato Adam (disse dannato due volte, si sarebbe scusato con la mamma poi una volta a casa) non c’era una piccola finestra nel bagno. E nemmeno nelle vetrine. Per un attimo si diede per spacciato e piombò nel panico, ripensando alla morte per chissà cosa in quella posizione fetale, quasi da cane bastonato. Poi però ebbe l’illuminazione e si sentì un genio del calcolo come quando risolveva i test del signor Melvins nella metà del tempo dei suoi compagni di classe. Un cane, appunto. Adam aveva avuto un cane. E anche fino a non molto tempo fa. Era un bastardino fra un Beagle e chissà cos’altro, che un giorno si era presentato al negozio e non se ne era mai più andato. Nessuno gli diede mai un nome ma se qualcuno doveva chiamarlo lo chiamava vecchio diavolo. Perché Adam era nero, ascoltava il blues e quindi quello doveva essere per forza il suo piccolo diavolo personale, così dicevano a Perkins, Oklahoma. In realtà quel cane tutto aveva tranne che la tempra del diavolo. Adam ci mise una vita a fargli venire la voglia di giocare e lo costrinse quasi con la forza ad usare lo sportello che aveva fatto apposta sotto la porta per farlo uscire quando doveva fare i bisogni.

Era proprio quello sportello che Max aveva intenzione di usare. Se fosse uscito a quattro zampe, gracile com’era, ci sarebbe passato senza problemi. E quasi senza nemmeno doversi esporre dal bancone, se non per il tempo di un soffio.

Respirò profondamente, chiuse gli occhi e quando li riaprì si lanciò istantaneamente fuori dal nascondiglio. In quattro gattonate era vicino alla porta, quando una risata lo raggiunse fragorosa.

– Piccolo figlio di puttana, ci vuole ben altro per non pagarmi!

Adam lo stava indicando minacciosamente con un pennello pieno di schiuma, mentre batteva il piede a terra.

I rumori erano ripresi all’istante. L’insegna ronzava come sempre, le macchine passavano di nuovo in strada e anche senza il rumore della lametta sulla barba Max capì che tutto era come prima. Se era mai cambiato, in effetti.

– Io… eh… uhm – balbettò, mentre dubitava della sua sanità mentale e si alzava da terra pulendosi le ginocchia. Anche Jim il carrozziere lo stava guardando con occhi curiosi e il viso coperto di schiuma.

– Era solo uno scherzo, volevo vedere se mi avresti visto! – disse paonazzo, dandogli i soldi per il taglio.

– Questi giovani di oggi. Vi bruciate il cervello con… quelle robe! – gli rispose il barbiere, indicando il Gameboy che usciva dal lato della tasca. Mise i soldi del ragazzo in tasca e tornò bofonchiando al cliente, chiudendo la passeggiata con un:

– Io lo dicevo che ci avrebbero rovinato, lo dicevo anche quando… –

E il suono di Adam si perse, mentre Max Cook usciva dalla porta facendo tintinnare i campanellini e lasciando il negozio con un sommesso – ‘sera! -.

Sulla strada di casa avrebbe pensato di essersi immaginato tutto, di aver rimuginato troppo sui libri di Stephen King che Jo Morales gli passava sottobanco rubandoli al fratello, di essersi bruciato la testa a forza di usare il Gameboy.

Se non fosse stato troppo confuso dal succedersi degli eventi, però, Max Cook avrebbe forse notato due cose: prima di tutto, che vicino alla postazione del cliente, sul pavimento candido, c’era ancora una piccola macchia di sangue. Non enorme, è vero, ma grossa almeno come l’impronta di un dito.

E poi, sempre forse, Max Cook avrebbe anche notato una seconda cosa. Ovvero che il vento era tornato. Che la neve mulinava di nuovo. E che ogni tanto, nel suo mulinare, andava a sbattere contro la sagoma di figura molto alta. Non visibile. Ma che, senza ombra di dubbio, stava seguendo Max Cook sulla via di casa.

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