Capolinea?

Dove mi trovo? Sono circondato dall’oscurità, incapace di muovermi.

Mi risveglio da un sonno orrendo, con fitte lancinanti alla schiena e un rovente mal di testa. Dai tre fori di proiettile filtra il grigiore di quello che credo sia mattino, anche se non ne sono sicuro, dal momento che mi trovo sepolto vivo in questa bara di metallo da ormai parecchio tempo. Mentre i ricordi degli eventi iniziano ad emergere sempre più nitidi, mi accorgo di un forte bruciore sul fianco sinistro, che non avevo notato.

Cerco di portare la mano in quel punto, ma il formicolio del braccio ancora addormentato mi causa un forte fastidio a ogni tentativo di movimento, tirando dolorosamente i muscoli dell’avambraccio e i tendini della mano. Dopo qualche sforzo, riesco a portare la mano sul fianco e inizio a toccare, sotto la maglietta.

Qualcosa di viscido e appiccicoso cosparge una zona dell’addome grande quanto il palmo di una mano. Mi porto il dito sporco di quel liquido alla bocca e lecco la punta della lingua. Sapore dolciastro e ferroso. Riporto la mano nella zona interessata e faccio scorrere le dita sulla pelle, fino a trovare una piccola cavità della dimensione di poco meno di un centimetro. Al contatto con le dita, la ferita brucia.

Mentre compongo i pezzi di un triste e spaventoso puzzle, il cuore inizia a battere sempre. Stavolta non posso permettermi il lusso di perdere la testa, devo darmi una calmata. In preda a dolori lancinanti, inarco la schiena – per quel che posso dato lo spazio – e tocco ancora una volta la pelle, cercando di trovare il lato opposto della ferita che ho sulla pancia. Ecco il secondo foro.

La situazione non è terribile – almeno clinicamente – ma devo medicare la ferita. Rendendomi conto del bisogno impellente, inizio a elaborare pensieri uno in fila all’altro. Per non morire devo medicare la ferita: mi servono disinfettanti, garze e forse antibiotici; non ne ho con me, quindi dovrò cercarne nei dintorni; ovvero uscire da questa maledetta automobile. Il ragionamento mi ricorda una filastrocca che la vecchia mi insegnò quando ero piccolo, e ciò mi fa sorridere, nonostante la solita conclusione: sono bloccato, e questo mi ucciderà. Pensa, maledizione, pensa! Ci dovrà essere qualche fessura, qualche apertura su cui poter fare leva. È in quel preciso momento che lo sguardo ricade casualmente sui fori di proiettile e una lampadina si accende nel mio cervello. Tocco la fessura con la punta del dito, è arrugginita e presenta delle piccolo crepe. Faccio pressione e la lamiera inizia a cedere. Cerco il coltello nello zaino e provo ad allargare i fori girandone la punta al loro interno, ma non è abbastanza. Servirebbe un bastone, un piede di porco, qualsiasi cosa per sfondare la carrozzeria. In preda ai dolori, inizio a cercare, tastando con le mani e con i piedi, ma il baule è vuoto.

 

Mi fermo a pensare. Poi, inizio a sbriciolare la carrozzeria, partendo dai fori, con le dita. La lamiera è tagliente, ma vado avanti. Cede più difficilmente man mano che proseguo il lavoro, quindi aumento la pressione e lo sforzo, e con esso il metallo penetra sempre di più nella carne, provocando fitte lancinanti. Pezzo dopo pezzo, il foro di qualche millimetro ha assunto il diametro di un pugno, e sento l’aria fredda entrare da fuori. Mi trovo supino e con la testa piegata all’indietro, lo sguardo in alto per vedere cosa sto facendo; i detriti mi cadono negli occhi, spesso mi fermo per liberarli dalla polvere e dalle schegge.

 

Dopo ore a scavare dalle viscere di quella prigione metallica, le dita sono sanguinanti e bruciano talmente forte da non riuscire a fletterne le falangi. Dolori terribili salgono per le braccia, incendiandole, a ogni movimento. Ora, la fessura è grande quanto un pallone da basket, ma sempre troppo piccola per uscire. Le tenebre iniziano ad avvolgere la metropoli, e sono stremato dal dolore, dalla fatica e dalla fame. Vengo avvolto da una sensazione di intorpidimento e rilassamento; la pancia e le dita non fanno più male, ora. Sento di scivolare lentamente nell’oblio, come trascinato da una forza oscura, senza la forza di oppormi.

***

“Ragazzo”

 

“Si?”

 

“Vedo che non ti arrendi. Non capisci che sei morto?”

 

“Fanculo, non sono morto e non voglio andarmene. Devo vivere come non ho mai potuto fare; voglio respirare l’aria pulita; essere felice; amare.”

 

“Ah, sciocco ragazzo. In questo mondo hai l’ingenuità di pensare all’amore e alla gioia. Guarda dove ti sei cacciato: vedi qualche segno di amore e giustizia in quello che accade intorno a te?”

 

“Ci proverò, fino alla fine.”

 

“Ragazzo… ah, ragazzo. Ti servono cure, e non puoi trovarne. Senza contare che sei intrappolato.”

 

“Chi diavolo sei?”

* * *

Mi risveglio con il vento gelido. Le mani; bruciano terribilmente, sembra che stiano per prendere fuoco. Sento la carne viva pulsare. Fatti coraggio, mi dico, e con le mani doloranti inizio a rompere la lamiera, spingendola e tirandola. La sento penetrare nella carne, scavando solchi dai quali il sangue fluisce, scorrendo per gli avambracci e gocciolando sul mio viso. Urlo dal dolore; urlo forte, forse per tentare di sopprimere il dolore fisico, ma quello al cuore è ancora più forte. Un ragazzo giovane e intelligente, ridotto a un topo di fogna, costretto a maciullare le sue carni per uscire dalla trappola dove è stato costretto a rintanarsi.

 

Continuo il mio lavoro, spaccando la carrozzeria pezzo dopo pezzo, e nel mentre urlo e piango. Dopo ore di agonia, la determinazione e il dolore sono serviti a qualcosa, dato che l’apertura è ormai di parecchie decine di centimetri. Come un verme, striscio fuori dalla mia prigione, cado a terra ma non ho la forza di rialzarmi. Le mani sono ridotte a un ammasso informe di carne, ossa e sangue, e mi procurano un dolore insopportabile. Per la prima volta nel mio viaggio, arrivo a considerare la morte come una soluzione, un caldo letto in cui dormire per sempre, ponendo fine a tutto.

Mi raddrizzo appoggiando la schiena contro la ruota posteriore e chiudo gli occhi, godendo dell’aria fresca. Quando riprendo a guardare, noto quello che prima avevo ignorato, per lo shock e il dolore; Due corpi giacciono senza vita sull’asfalto, in un bagno di sangue. Sono entrambi nudi, e sulla cute pallida riconosco i fori dei proiettili mortali. La donna ne ha uno in testa, sulla quale i capelli biondi sono imbrattati con sangue e cervella ormai seccati. Dagli arti mozzati spuntano le ossa, tagliate di netto da quella che poteva essere una sega.

Mi accascio su un lato e rigetto quel poco che resta nel mio stomaco.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho scelto a caso uno degli episodi, tra i tanti presenti sul profilo di Nicola.

    Se è vero che una serie si può giudicare solo nel suo complesso, ha anche un senso prendere dei capitoli sfusi, senza conoscere un prima né un dopo, e vedere che effetto fa. Un po’ come certi incontri nelle nostre vite, che si aprono e chiudono nell’arco di un momento: un giorno, una sera. Una notte.

    Concordo con l’unica altra recensione presente, l’innesto della voce sconosciuta, ottimo spunto, permette a tutto l’episodio di acquisire una discreta levatura, che va oltre il momento orribile, quello della prigionia, peraltro lasciato in sospeso senza un perché. Un momento molto ben descritto, in alcuni suoi lampi particolarmente efficace.

    Non posso nascondere quanto io gradisca questo genere, in cui l’intensità si misura con la voglia di vivere, a fronte della morte del corpo. O dell’anima…

    Da come l’episodio è stato portato avanti, mi sembra un’atmosfera congeniale all’autore, a cui vanno i miei complimenti e un “in bocca al lupo” per il futuro, per questa sua passione di scrivere che promette grandi cose.

    1. Grazie mille per aver letto l’episodio e commentato, oltre che per i complimenti!
      Confermo che il genere post-apocalittico mi piace particolarmente, e proprio per questo motivo ho provato a scriverne una serie, anche se mi sono al momento fermato, per dedicare tempo a diverse idee che sto sviluppando, alcune delle quali sono già diventate LibriCK.

  2. Bello anche questo episodio: una descrizione cruda, senza giri di parole, presa direttamente dagli occhi del protagonista.
    Il mistero, introdotto con lo scambio di battute con quel personaggio misterioso, è un elemento particolare che, forse, darà modo di aprire una nuova sottotrama.