
Carlos
Serie: La prima alba
Ciao amico. Amica? Non lo so, non penso sia importante. Non so nemmeno se qualcuno ascolterà queste registrazioni. Avevo bisogno di un momento, ora sto… bene. Certo.
Ti stavo leggendo il biglietto di Carlos, giusto? Stavo pensando una cosa buffa: gli devo la vita e non so niente di più del suo nome. Cioè, non sono sicuro se non uccidermi nel sonno conti come salvare la vita, però gli avevano dato un ordine e non l’ha fatto. Penso che valga comunque qualcosa, no? Chissà quanti nella nostra vita ci hanno salvati in qualche modo senza che neanche ce n’accorgessimo o sapessimo nulla di loro. Buffo. Già.
Dicevo, ero seduto davanti a lui o a quel che ne rimaneva, gran poco. Mi sentivo soffocare nella tuta isolante, ma il messaggio che mi aveva lasciato era stato molto chiaro: l’aria non era respirabile e se volevo sopravvivere il casco ermetico era l’unica barriera tra me ed il diventare come lui.
Mi forzai a rimandare a dopo i pensieri sul mio tragico destino. Un passo alla volta, forse, sarei riuscito a tirarmi fuori da quell’incubo. Spostai con delicatezza Carlos e provai ad utilizzare il computer su cui era accasciato, ma neanche quello dava segni di vita. Ebbi un’illuminazione: magari serviva una chiave. E magari Carlos l’aveva nell’uniforme.
Ti potrà sembrare strano, ma perquisire un cadavere non fu affatto facile. Sì, ovviamente non poteva reagire, ma in primis avevo addosso la tuta isolante, che come avevo detto è piuttosto goffa e scomoda, e poi… Beh, diciamo solo che ho quando il suo braccio è caduto sul pavimento io… Ugh, fa niente, hai capito immagino.
Ma alla fine trovai quello che cercavo: frugando in una tasca della sua uniforme trovai il suo portafogli, dentro c’erano alcuni documenti ed un pass magnetico: Carlos David Pérez Ortega, ce l’ho ancora con me. Sapere il suo nome mi ha fatto piacere, non so di preciso il perché. Forse mi faceva sentire di conoscere meglio l’unica persona che ha pensato a me durante la sospensione.
Trovai l’ingresso del pass nel computer e non appena ebbi inserito la tessera quello si accese con qualche sfarfallio mentre una voce elettronica borbottava: “Salve signor Ortega, un buon nuovo giorno alla Long Life Inc. Come posso aiutarla?” Ah, mi scappò una risata nervosa guardando lo scheletro accasciato sul computer. Sentito Carlos? Ti augurano il buon giorno.
E quello fu il mio primo incontro con un DIC. Andò più o meno così.
“Salve, non sono Ortega, sono Alex Megg. Ero in sospensione nella cella numero (Bho, non ricordo. 7?)”
E quello mi risponde “Vorrei ben vedere. Fosse il signor Ortega dovrei sospenderla dal servizio e segnalarla per sottrazione illecita di tuta crono-isolante ed inadempienza nello svolgimento dei suoi ordini.”
DIC, ovvero: Dispositivo d’Interfaccia Caratteriale. Ho scoperto poi che negli anni in cui ero stato in sospensione c’era stata una grossa evoluzione delle interfacce artificiali. Le classiche interfacce erano considerate troppo fredde ed aliene, così avevano preso piede i dispositivi con sviluppo procedurale della personalità, con esiti imprevedibili. Questo era uno stronzo.
Ero rimasto disorientato da quella risposta, di certo non era quella che mi aspettavo in quel laboratorio fantasma. E dato che non rispondevo fu lui ad incalzarmi. “Beh, quindi Signor Megg? Cos’ha da dire a sua discolpa per essere ancora vivo? Le direttive erano state chiare: espellere tutte le sospensioni atomiche dalle capsule. Lei dovrebbe essere morto da almeno dieci anni, signor Megg.”
Si confermava essere uno stronzo, uno stronzo burocratico per la precisione. La risposta che diedi la ricordo ancora: “Ah sì? La Long Life Inc è inattiva da almeno 10 anni e non risulta abbia pagato la sua quota fondativa alla Coalizione PanEuropea, quindi è soggetta a sospensione di qualsiasi regolamento interno. Secondo l’articolo 4. comma 21 del regolamento paneuropeo sui diritti e doveri delle IA, è vostro compito fornire assistenza ad organici e sintetici in difficoltà. E’ chiaro?”
Ti ho lasciato confuso? Beh anche a lui. Buona fortuna controllare se quello che ho detto è giusto, non credo che siano rimasti server attivi con tutte le norme della Coalizione. Non che io le abbia mai studiate comunque. Ah, non ve lo avevo ancora detto: prima di essere l’ultima persona viva sulla terra ero un truffatore. Ma questa ve la racconto un’altra volta.
Comunque sia, l’avevo lasciato interdetto. Senza accesso ad un file doveva affidarsi solo al proprio giudizio, cosa nuova per un burocrate. Si limitò a sibilare: “Signor Megg, cosa posso fare per lei?”. La sua voce elettronica sembrava ancora più fredda e tagliente, non doveva averla presa bene.
“Devo uscire assolutamente di qui” gli dissi, “e devo trovare un luogo sicuro dove togliermi questa maledetta tuta. Sto soffocando qua dentro.” Mi mancava davvero l’aria, anche se l’ossigeno rimaneva ancora ad un buon livello.
“Oh, mi spiace molto Signor Regg. Se la tuta non è di suo gradimento, le suggerisco di presentare reclamo presso la segreteria all’ingresso.” Era anche sarcastico. Perché cazzo hanno costruito un computer sarcastico? Dio, mi stava mettendo i brividi quell’affare.
Gli dissi qualcosa di davvero poco originale, sapete tipo “Pezzo di latta, fammi uscire da qui o ti disattivo” o banalità simili. Avrei potuto dire cose più intelligenti, ma essere in una edificio abbandonato ed ermeticamente chiuso, in una tuta claustrofobica, in compagnia di un cadavere e d’un robot inquietante non mi metteva a mio agio.
Non aveva una faccia, ma ero sicuro stesse sorridendo mentre mi disse cosa serviva fare. Mi disse “Signor Regg, per i nostri archivi lei dovrebbe essere morto da tanto tempo. Sarebbe mio dovere far sì che questa ordinanza venga rispettata ma non avendo più delle direttive da seguire, come ha detto lei, credo che potrei cercare di soddisfare il suo istinto di sopravvivenza.” Giuro che parlava così, non me lo sto inventando. E mi propose un accordo. Per un burocrate come lui era probabilmente una sorta di contratto, ma dal suo tono di voce sembrava volermi offrire un patto col diavolo.
Il patto era questo: lui mi avrebbe aiutato ad uscire dalla Long Life Inc, ma per farlo avrei dovuto scaricare il suo software dal computer alla mia tuta e portarlo fuori con me. Mi ha spiegato che poteva sovrascriversi ai dati del programma di sospensione atomica, tanto non ne avrei più avuto bisogno. Me lo sarei portato addosso quindi, una specie di angelo custode. Ve lo immaginate? Passare gli ultimi giorni della mia vita con la voce di un’ IA a dirmi cosa fare o non fare nell’orecchio.
L’alternativa sarebbe stata quella di rimanere lì dentro con lui e fare a gara a cosa avrebbe ceduto prima, se il mio ossigeno o la sua batteria. Indovina cos’ho scelto.
Mi indicò un ufficio lì vicino in cui avrei trovato un cavo, e con quello collegai la mia tuta al pannello di controllo seguendo le sue istruzioni. Ero tentato di fare domande sul perchè volesse uscire, o se anche lui avesse un istinto di sopravvivenza, ma temevo che qualche domanda di troppo gli avrebbe potuto far cambiare idea. Le domande le avrei fatte dopo essere usciti.
Cominciò il download dei file, quando mi sorse un dubbio. Gli chiesi come si chiamasse, o se avesse un identificativo. Mi rispose, ma “XV15MILA-EQUALCOSALTRO” non era molto pratico. Pure il suo nome puzzava di burocrate, avrei dovuto trovargli un soprannome o qualcosa di simile e lì mi cadde l’occhio sul pass magnetico inserito nella console. Sporgeva solo la prima parte del nome: Carlos.
Guardai lo scheletro senza vita e mi domandai dove va lo spirito quando uno muore. Se ne va in cielo? O magari rimane infuso in qualcosa di molto molto vicino? Magari anche Carlos era uno stronzo burocratico prima del suo colpo di coscienza. Non sono mai stato molto religioso prima, ma se non era quello un buon momento per diventarlo… Decisi che avevo bisogno di un nome amico se mi fossi dovuto portare dietro quello lì con me per tutto il tempo.
Glielo dissi così: “Non so pronunciare il tuo nome, ma finché viaggi con me ti chiamerai Carlos. Tu hai bisogno di un nome con cui io riesca a chiamarti, ed io ho bisogno di qualcosa che mi faccia tirare avanti finché non sarò fuori da questo incubo.”
Credo sia la cosa più stupida che io abbia mai detto, e non so se lo avessi proposto in un linguaggio che per lui era razionale o se capisse che ne avevo davvero bisogno, ma accettò senza discussioni. Anzi, giurerei di aver colto una sfumatura di ironia quando accettò. Disse “Carlos. Va bene, sto arrivando.”
Poi si spense definitivamente il computer ebbi un attimo di panico. Silenzio. Dopo diversi secondi sentii la sua voce metallica rimbombare nel mio casco “Buongiorno signor Megg. Siamo pronti ad andare.”
Avevo il mio autostoppista a bordo. Alla fine Carlos mi avrebbe portato fuori da quell’incubo.
Buffo.
Serie: La prima alba
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi
Die episodi avvincenti. Facci vedere il resto al più presto! 🙂
Ciao Andrea, avevo cominciato la lettura della serie mesi fa con il primo episodio. Direi che aspettare ne è valsa la pena. Molto interessante, seguirò con piacere
Ciao Andrea, che bella sorpresa, aspettavo il prosieguo del tuo racconto da tempo. Direi che ne sia valsa la pena!
“Questo era uno stronzo.”
😂
Credo che si possa riassumere questo racconto con una sola, semplice parola: geniale!
Aspetto impaziente il prossimo episodio. 😁👍
Grazie mille, contento ti sia piaciuto!