Caronte
Un fischio impertinente ed improvviso lacerò la cortina di silenzio che in quell’ora antelucana avvolgeva il piccolo porto. Il sole non aveva ancora fatto la sua apparizione in cielo a bordo del ligneo carro, ma si poteva intuire la sua presenza alle spalle della bassa collina che chiudeva la marina sul lato ovest e bagnava i suoi piedi in mare.
La vecchia barca si avvicinava borbottando a passo lento, si stava dirigendo verso il molo più grande, quello costruito appena dieci anni prima, dove erano attraccati solo altri due pescherecci che quella notte non avevano potuto prendere il largo perché avevano entrambi un’avaria al motore.
Il cielo verso est aveva ormai smesso la sua veste notturna e stava preparando i colori per dipingere l’imminente alba; s’era poco alla volta diradato anche quel residuo di umidità che aleggiava appena sopra il filo dell’acqua. Stava per iniziare una giornata limpida e probabilmente molto calda.
Dal campanile del paese rintoccò mestamente la campana piccola, a richiamare i fedeli alla messa prima, che d’inverno si celebrava alle sei e mezzo e nel periodo estivo alle sei in punto.
Il peschereccio, che qualche minuto prima aveva preannunciato il proprio giungere con quell’acuto stridio, aveva appena terminato le operazioni di attracco e Sergio stazionava già innanzi all’imbarcazione, pronto a posizionare la pedana di legno, inesorabilmente consunta e in buona parte scheggiata, che avrebbe permesso di transitare dal molo all’interno della barca e viceversa. Con l’aiuto di uno dei pescatori, egli fissò per bene l’asse di legno che reggeva in mano, ci saltò sopra con meno slancio di quello che pensava avrebbe avuto, tanto che per poco non scivolò in acqua, e salì a bordo.
I tre uomini che costituivano l’equipaggio della barca si guardarono velocemente per un attimo e si fecero vicendevolmente un cenno affermativo con il capo, perché sapevano già che cosa era venuto a chiedere loro e sapevano già anche ciò che avrebbero dovuto rispondergli.
– Buongiorno Sergio. Puntuale come tutte le altre mattine, vedo. – Parlò per primo il capitano del peschereccio, un uomo smunto in viso ma dal fisico piuttosto robusto; aveva appena abbandonato il timone e stava controllando che i suoi due marinai fissassero correttamente le cime di ormeggio.
– E allora? – Chiese Sergio, senza ricambiare il saluto e spalancando gli occhi come se stesse supplicando una risposta positiva.
– Mi dispiace, nulla neppure oggi. –
– Ma come? Ero certo che oggi sarebbe stato il giorno giusto, me lo sentivo, – replicò Sergio, mosso da un impeto di stizza, subito smorzato da un forte senso di delusione che gli soffocò in gola ciò che voleva dire ancora.
– Ti dico che è così, Sergio, non è colpa mia. Chiedi anche loro, ti diranno che non hanno visto nulla, – disse il capitano, rivolgendosi ai suoi due uomini.
– E’ vero, neanche noi abbiamo visto nulla e nessuno. E’ così? – Esclamò uno dei due accennando all’altro.
– Sì, è così, – confermò quest’ultimo.
– Non devi prendertela, – incalzò il capitano, – prima o poi arriverà quel giorno, devi solo pazientare. –
– Va bene, ci vediamo domani alla stessa ora. Ciao. –
– Ciao, Sergio, a domani. – I tre pescatori salutarono l’uomo.
Sergio attraversò la passerella in legno e con un salto fu di nuovo sul molo; da lì si incamminò pensieroso, guardando dritto avanti a sé il vecchio mercato del pesce, che lentamente si stava animando di persone e di merce da vendere.
C’erano occasioni in cui giungeva al molo sicuro, con lo sguardo risoluto, convinto nell’animo che quello sarebbe stato il giorno buono; altre volte invece si destava con lo sconforto e la rassegnazione nel cuore e, mentre percorreva il breve tragitto che separava casa sua dal porto, si chiedeva di continuo se fosse valsa la pena interrogare i pescatori anche quella mattina.
Il capitano e i suoi due mozzi intanto iniziarono a scaricare dalla barca numerose scatole di polistirolo contenenti le diverse varietà di pesce pescato solo poche ore prima, già ripulito dalle alghe e pronto per essere esposto sui banchi del mercato del porto.
– Mi fa pena, sapete, quel ragazzo, – disse il capitano rivolgendosi ai suoi marinai.
– Anche a me fa molta pena. Ogni mattina mi piange il cuore dovergli dire di non sapere nulla e di non aver visto arrivare nessuno. Ti guarda con quegli occhi languidi e percepisci subito la rassegnazione che lo assale in quel momento, – commentò uno dei marinai, mentre guardava da lontano Sergio ciondolare tra un banco e l’altro del mercato ittico, perso dentro a quegli abiti troppo ampi per la sua esile corporatura.
– E cosa possiamo farci? Dirgli una bugia? E poi, che facciamo? – Disse l’altro marinaio.
– No, certo, non possiamo farci nulla. Continueremo a dirgli la verità, cioè di non aver visto nulla. Ora però basta parlare di Sergio, ci sono le reti da riordinare e il ponte da ramazzare; forza, prima finiremo e prima ce ne andremo a letto. –
I due mozzi si accinsero ad eseguire gli ordini impartiti dal capitano, mentre quest’ultimo si rintanò nel pozzetto a riordinare le sue carte prima di recarsi all’ufficio portuale e fare i conti di quanto aveva fruttato quella nottata di pesca. Intanto Sergio, dopo aver un po’ bighellonato tra i banchi del pesce ancora mezzo spogli della loro merce, imboccò la direzione di casa, braccia ciondoloni e sguardo fisso sul selciato.
L’indomani sarebbe tornato di nuovo al porto, alla stessa ora e con la medesima domanda da formulare; non sapeva però che i pescatori, cui si sarebbe rivolto per l’ennesima volta, gli avrebbero dato la medesima risposta del giorno precedente e di sempre, cioè di non aver visto neppure quella mattina il demonio Caronte venire a prenderlo per portarlo, a bordo della sua barca, fino all’inferno.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Un racconto molto interessante, che accompagna il lettore fino alla fine con la curiosità di capire il motivo che spinge il protagonista a recarsi al porto ogni mattina.
Bravo!