Cartolina

Ci piace Milano, a settembre, con i suoi viali lunghi e larghi, la corrente liquida del traffico, il verde consumato delle foglie, il cielo azzurro solcato dal bianco filante delle nuvole. Ci piacciono le scale che scendono verso i tornelli della metropolitana, l’aria tiepida che odora di gomma e di persone, l’imprevedibile varietà delle facce che incrociamo e che sono come luci che si accendono e si spengono. La linea rossa è fatta di vento, velocità e rumore e da Wagner ci porta a precipizio fino in Centro. Seguiamo il percorso sulla mappa ATM appesa alla parete liscia del vagone. Parigi, Londra, Berlino, New York, Sydney. Il ricordo del tempo, del mondo e di altri viaggi è sottoterra. Potremmo essere in ognuna di queste città, adesso. Potremmo essere ovunque tranne che a Fano. La sensazione è questa. Ci piace. Va benissimo così. A tornare a casa ci si penserà più avanti. In Piazza Duomo troviamo il sole, i turisti, i maranza, le modelle, i milanesi, gli accattoni, i venditori di ombrelli e le transenne di OnDance presidiate dalla sagoma scolpita di Roberto Bolle. Di fianco al Museo del Novecento, le ballerine studiano i movimenti della coreografia con il legno chiaro e levigato della pedana che schiocca sotto i loro piedi scalzi. La Galleria, la Feltrinelli, il McDonald’s che negli anni 80 era il Burghy, dice Guido, e c’erano i paninari a fare epoca a colpi di Timberland, Best Company, Fiorucci e Moncler rossi e adesso niente. Non c’è più niente. Seguiamo flussi, correnti e traiettorie. Poi ci stacchiamo da terra. Per tredici euro di biglietto buchiamo il marmo, ci impenniamo e andiamo su. Voliamo dentro ad un soffio silenzioso che preme sullo stomaco e schizziamo attraverso una colonna d’aria verticale fino in cima. Ci piacciono le terrazze di pietra del Duomo di Milano, la vista sull’acciaio appuntito e il vetro scintillante di Gae Aulenti, la bela Madunina, che brila de luntan. Da quassù è tutto ridotto, schiacciato, distante ed essenziale. Tutto, tranne noi. Io, Jenny, Guido e Cecilia. Ci sporgiamo su questa cosa che davvero sembra non finire mai e siamo contenti così, nei nostri pensieri che diventano leggeri e che vanno verso l’alto e verso il cielo. «Sei fortunato, a vivere qui», dico a Guido. Ho lo sguardo perso tra i tetti e le torri di Milano e mi vengono in mente un sacco di cose tutte insieme. Guido non risponde, non dice niente. Si stringe nelle spalle, invece, perché credo che tutto sommato sia abbastanza d’accordo con me.

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Discussioni

  1. Bentornato Michele. È sempre un piacere per me leggerti e sentire i luoghi che sai descrivere così bene. Sentirmi lì, basta chiudere gli occhi e ascoltare i tuoi ricordi. Come dici tu, non importa dove vai e dove approdi, l’importante è andare, perché quello che ti resta attaccato addosso non si stacca più