CASSANDRA – parte II

Serie: The Herald from Tevinter


Uscirono all’esterno. La forte luce improvvisa privò per qualche istante Visenya dell’uso della vista. Quando fu in grado di aprire gli occhi e vedere, Cassandra vi lesse un sincero stupore misto a sconcerto. Rivolse anch’essa lo sguardo verso la montagna del Tempio.

Il cielo su di essa era squarciato da quello che sembrava un vulcano di luce in eruzione. Una verde spirale simile a un velo mosso dal vento partiva dal punto in cui fino a pochi giorni prima sorgeva il Tempio delle Sacre Ceneri, stagliandosi eretta verso l’apertura nel cielo. Un’enorme cicatrice che pareva inghiottire tutto attorno a sé, da cui sempre più spesso esplodevano scintille di fiamma disperdendosi a distanze sempre più lontane nell’etere.

“Lo chiamano il Varco. Un imponente squarcio nel mondo dei demoni che cresce con il passare delle ore. Non è l’unico squarcio, ma solo il più grande, tutti causati dall’esplosione al Conclave”.

Visenya abbassò per un attimo lo sguardo su Cassandra, per poi riportarlo sul Varco. Nonostante quello che aveva passato negli ultimi giorni e lo stupore causato dalla visione dello squarcio non aveva perso la sua flemma. “E un’esplosione può causare quello?”.

“Questa sì. Se non interveniamo il Varco crescerà fino a divorare il mondo”. Non appena Cassandra finì di pronunciare queste parole un bagliore di luce accecante provenne dal Varco, seguito dal fragore di un’altra esplosione. Il marchio sulla mano di Visenya fece lo stesso. Si lasciò sfuggire un gemito di dolore, portandosi la mano ferita verso il grembo piegandosi a terra.

“Ogni volta che il Varco si allarga il tuo marchio diventa più grande e ti sta uccidendo. Potrebbe essere la chiave di tutto ma non ci resta molto tempo”.

“La chiave di tutto? Per fare cosa?”.

“Chiudere il Varco. Non ci resta che scoprire se la cosa può essere fatta oppure no. E’ la nostra unica speranza. E anche la tua”.

Visenya fissò Cassandra negli occhi, indagando sulle sue intenzioni. “Avete pensato che abbia causato tutto questo? Fatto questo a me stessa?”

Non era il momento per rivelarle che nutrivano forti dubbi sulla sua colpevolezza. Cassandra non desiderava che la prigioniera si sentisse troppo al sicuro da ripercussioni. Il suo giudizio su di lei dipendeva da come avrebbe agito da quel momento in avanti. “Non volontariamente. Qualcosa deve essere andato storto. Se vuoi provare la tua innocenza questo è il tuo unico modo”.

Visenya si lasciò andare a un mezzo sorriso. Sembrava quasi divertita. “Anche se avessi avuto possibilità di scelta non avrei esitato a offrire il mio aiuto”. Guardò verso il Varco. “Non credo sia possibile per nessuno ignorarlo. Farò ciò che devo”.

Cassandra si avvicinò per aiutarla a rimettersi in piedi, ma Visenya la allontanò. “Prima di seguirvi, devo chiedervi una cosa. Si è salvato qualcuno dall’esplosione?”. Era la prima volta che sentiva la sua voce tremare. Cassandra capì a chi si riferiva. “Dal Tempio? Solo tu”. Visenya bloccò il respiro, lottando per mantenere un contegno di dignità. Cassandra stava studiando le sue reazioni, ma non ebbe cuore di continuare troppo a lungo quel tormento. “Ma delle persone che si trovavano nelle vicinanze qualcuno è riuscito a scappare. A tutti è stata offerta la nostra protezione, inclusa Niobe. E’ stato difficile tenerla lontana da te in questi giorni, ma non potevamo rischiare con il nostro unico sospettato”.

Visenya tornò nuovamente a respirare, ansimando.

“Vi sarà permesso di ricongiungervi al nostro ritorno”.

Avevano trovato l’altra donna prima di Visenya, intenta a cercare fra le macerie, insieme a molti altri in cerca di qualche superstite a loro caro. Dovettero intervenire con i soldati per evitare che altre persone rimanessero ferite o uccise nel tentativo di salvataggio, impedendo l’avvicinamento di questi ai resti ancora fumanti del Tempio.

Una di loro vestiva con gli abiti del Tevinter, con i colori vibranti e i tessuti di pregio. I soldati pensarono che facesse parte della delegazione del Tevinter e si avvicinarono per aiutarla. Si trovarono davanti a una donna di cinquanta anni dai tratti del volto raffinati, che non mostrava nessun segno dell’età se non per delle piccole rughe ai lati degli occhi, attenti e scrutatori, che invece di penalizzarla le donavano fierezza. La sua maturità era messa in risalto dalla bocca severa e dal suo portamento nobile. La sua altezza non era particolarmente importante, ma si presentava slanciata e ben proporzionata con un’attitudine tipica di coloro che erano abituati al comando; la sua pelle ancora fresca indicava che non aveva mai dovuto esporsi alla luce del Sole o affrontare lavori pesanti: era ancora tonica e vellutata, con il marchio della padrona ben visibile inciso alla sinistra del petto. Una schiava.

Si era scoperto essere la nutrice di Visenya, ora sua schiava personale. Come da tradizione nelle famiglie nobili le nutrici seguivano le creature la cui custodia era stata loro affidata per tutta la vita, amandole come figlie proprie, quasi più delle loro stesse madri.

Cassandra non aveva mai compreso la fedeltà degli schiavi nei confronti dei loro padroni. Cassandra Pentaghast, figlia della casa reale di Nevarra, settantottesima nella linea di successione al trono nevarriano. Si era unita ai Cercatori della Verità in giovane età, servendo l’ordine fino alla sua scissione dalla Chiesa. In seguito divenne la Mano Destra della Divina, esaudendo infine la sua volontà di riformare l’Inquisizione. Cassandra avrebbe detto che non c’era nient’altro da dire sulla sua vita. Era certo una reale nevarriana, ma aveva la sensazione che mezza Cumberland avrebbe potuto dire altrettanto. La Casa dei Pentaghast era parecchio numerosa e lei aveva più parenti di quanti la sua mente avrebbe mai potuto ricordare. Far parte della famiglia reale per lei non aveva più importanza della stuoia da soldato sulla quale si abbandonava esausta ogni notte. Era un fatto accidentale, quasi fastidioso che nessuno sembrava voler dimenticare. Non faceva mistero del suo nobile lignaggio, ma era ben contenta della vita che si era lasciata alle spalle. Era una vita meritevole di essere abbandonata. Era orgogliosa di aver rinunciato alla sua prigione dorata ed esserne uscita, di aver effettivamente visto e vissuto il regno che prima poteva solo ammirare dal suo palazzo e che da quel palazzo la sua famiglia governava. Non aveva esitato un momento una volta avuta l’occasione per liberarsi dall’oppressione derivante dal suo lignaggio e nei suoi quarant’anni di vita non se n’era mai pentita. Ricordava ancora troppo bene l’infanzia passata a corte sotto la tutela dello zio, un mortalitasi per il quale i morti nelle loro cripte magiche avevano più importanza dei cuori caldi e pulsanti della sua famiglia. Non riusciva proprio a comprendere in che modo gli schiavi amassero i loro padroni, come dei cani che leccano con amore la mano che ora si sporge per offrirgli del cibo, ma che è sempre pronta a impugnare il bastone per punirli se osano liberarsi dalle catene alle quali sono legate.

Aiutò Visenya a rimettersi in piedi e la liberò dai lacci che le imprigionavano le mani. La condusse attraverso l’accampamento, brulicante di persone: soldati, mercanti, profughi, clerici, fabbri, di tutti attirarono gli sguardi. In alcuni vi era solo curiosità, in altri diffidenza, in altri ancora, la maggior parte, odio e risentimento.

Visenya sembrò non farci troppo caso. Continuò a camminare eretta nella sua fierezza, restituendo lo sguardo a ciascuno degli astanti. Nessuno di loro riuscì a tenerle testa.

“Hanno già sancito la tua colpevolezza. Ne hanno bisogno. La gente di Haven piange la nostra Santissima Divina Justinia, guida della Chiesa e promotrice del Conclave”. Cassandra non riuscì a dissimulare il dolore della perdita parlando della donna al cui fianco era rimasta per lunghissimi anni. Ma non poteva farsi abbattere dalla sua morte, non adesso che si rivelava necessario agire. Avrebbe pianto la sua morte in tempi più tranquilli, se mai ne avesse avuto l’occasione. Justinia avrebbe capito, aveva sempre saputo qual era la cosa giusta da fare. “Il Conclave era una speranza di pace fra maghi e templari. La Divina era riuscita a riunire tutti i capi di ogni fazione da tutto il Thedas e ora sono morti. Siamo in fermento, come il cielo. Ma dobbiamo pensare in grande, come ci ha insegnato lei, finché il Varco non sarà chiuso”.

Arrivarono al ponte sul lago ghiacciato, sul quale si trovava la porta che conduceva alla strada per arrivare al Tempio. Cassandra si girò verso Visenya: decise di abbandonarsi al desiderio di fidarsi di lei. Ora avrebbe dovuto proteggerla: rappresentava in quel momento la loro unica speranza e non poteva permettere che qualche fanatico cercasse in lei una vendetta troppo cruenta. In fondo Cassandra rappresentava la legge in quel luogo sperduto tra le montagne. “Ci sarà un processo, non posso prometterti altro. Andiamo, non è distante”.

“Dove mi state portando?”.

“Il tuo marchio va messo alla prova con qualcosa di più piccolo del Varco”. Giunsero davanti al cancello. Cassandra si rivolse agli uomini di guardia: “Aprite le porte! Ci stiamo dirigendo verso la valle”.

Sperava solo di non avere da pentirsene…

Serie: The Herald from Tevinter


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Letture correlate

Discussioni