Catastrofe

Serie: Ritorno alla Singolarità


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Non ci sono apparenti nessi con gli eventi. La Catastrofe uccide le vecchie personalità perché possa sorgere l'anima il cui Canto desta i Dormienti nella grotta, innalza le sacre Montagne e nelle cui mani scorrono i quattro fiumi della vita.

Precipitai a terra, dissero per un inspiegabile quanto improvviso spegnimento delle mie funzioni cerebrali. Rimasi sepolta in quel letto d’ospedale per giorni. Quando riemersi dalla morte, nessuno seppe darmi una risposta ragionevole sulle cause che avevano trascinato il mio organismo in quell’oscurità che i medici sentenziarono come  catastrofico collasso neurale. Rimuginai sulla parola catastrofe; deriva dal greco καταστρέϕω, cioè rovesciare, poiché gli antichi chiamavano così la risoluzione di un dramma attraverso la morte. Morii a una vita perché venissi risorta in un’altra e la commedia s’ interruppe affinché venissi sollevata alla tragedia. Non avevo alcuna intenzione, prima della Catastrofe, di raccogliere il destino della mia tragedia, ma quando il Canto irruppe nel sonno, non arretrai da ciò che vidi. Colsi la mia rosa, e il Tempo del Sogno fiorì.

 Nel lungo sonno della mia mente, le sinapsi configurarono una realtà particolare;  iniziò con la luce blu pulsante  nella quale colsi un insolito invito.


«Buonasera, gentile Artista.

Mi chiamo Shima Akara e sono una giornalista che si occupa delle nuove forme di pensiero. Scrivo per diversi quotidiani e ho dedicato diversi libri alle forme artistiche della contemporaneità. Avrei piacere di invitarLa ad esporre le sue opere presso il Castello degli Oroscalchi, in una rassegna da me curata e patrocinata dal Conte Adamanto Fredrico Oroscalchi, la cui grande opera di mecenate è nota in tutto il mondo. […]»

 Dopo la luce blu mi vidi giunta lì, in quel castello sui margini di Bellinzona, invitata da colei che mi offrì la possibilità di esordire come artista in Svizzera. «Se la Signora è pronta, possiamo iniziare.» Un uomo dall’abito scuro mi richiamò ossequioso. Il mio intervento era previsto per il tramonto, appena dopo il rinfresco, poi vi sarebbe stata una breve visitata guidata alla mia esposizione nella sala dell’atrio, poi la cena.

Quando le risposi lei venne a conoscere il mio nome all’anagrafe ed ebbe un sobbalzo. Accettai perché, nonostante la formalità del suo messaggio potesse dare adito a diverse conclusioni, la donna non era un’estranea. Nel mondo fuori dal coma era una persona vivente e l’avevo conosciuta anni addietro. Ci incontrammo di nuovo dopo quasi un decennio fra le risposte a quell’invito, nel mio sogno, ma il nome, Shima Akara, non era quello che lei indossava nel mondo della carne.

«Perché sei andata via dal nostro corso? Eri una delle prime. Il maestro di calligrafia non se n’è fatta una ragione quando sei sparita dalla sua classe.» Rammentò con un cinguettio nostalgico.

«Sono una stupida, Shima. C’è stato un periodo che mi sono auto sabotata in ogni progetto che mi venisse in mente.»

Sorrise nel suo viso latteo e mi prese le mani: «È andata così, poco importa, adesso. Pensiamo al tuo evento.»

Non raccontai tutto alla mia amica, troppe sarebbe state le cose che l’avrebbero potuta turbare e non ero solita intrattenere le persone con le mie vicende personali.

Iniziai il giro inaugurale della mostra, guidando i prestigiosi ospiti attraverso i miei lavori. Fu in quel momento che vidi le Bianche Cantrici materializzarsi nella notte, fra le tenebre notturne della montagna. Scesero come un fiume fantasma di luce sottile, con la trasparenza di un vento onirico. Il loro canto era melodioso ma molto triste ed ogni cosa nell’universo parve arrestarsi per ascoltarlo. La voce delle Bianche Signore del Canto era come acqua capace di rinfrescare finanche quelle energie più tremende che trasformano in luce gli atomi al centro degli astri. Allora giunse un corteo di auto nere, dalle quali uscirono signori dagli abiti eleganti e scuri, come vuole la moda degli eventi importanti del nostro tempo. Fra questo manipoli di uomini facoltosi si riconobbero delle eccellenze clericali, per via dei loro pastrani neri, chiusi da bottoni rosso scuri.

«Sono arrivati, dannazione.» Eruppe il maggiordomo del Conte che stava assieme al manipolo dei primi visitatori della mostra. A dire il vero non lo sentii parlare, ma la sua voce risuonò dentro di me. «Shima, fai in modo che il Coro finisca al più presto.» Si rivolse alla mia amica, credo usando la stessa via di comunicazione interiore che captai in me. La mia amica però non si smosse: «Noi abbiamo diritto a cantare, come quelli lo hanno di eseguire il loro culto.»

«Ma quelli ci danno i soldi per tenere in piedi tutto ciò che facciamo qui, ragiona!»

Fra i merli della torre il Conte assisteva al carosello che andava creandosi. I chierici iniziavano a dar segni d’impazienza. Chiesero ai diplomatici presenti di intervenire presso il Conte perché questi interrompesse ciò che avvertii distintamente chiamare: «Una sagra ignobile dell’empietà e del paganesimo.» Shima non arretrò di un passo dalle sue decisioni. «Per quel che mi riguarda non mi daranno fastidio con i loro lagnosi riti.» Il Maggiordomo colto da un intenso imbarazzo, interpellò il Conte perché decidesse cosa fare. Diede scontato, come fecero tutti gli altri signori in abito scuro, che il Nobile comandasse in favore dei chierici, cioè lo scioglimento della processione bianca. «Lasciate che le donne conducano a termine la Via del Canto. Ho concesso che questa notte la mia montagna sarebbe stata loro. Nessuno dunque interrompa la loro processione, perché ciò che prometto, mantengo.»

Un brusio violento salì dal cortile ove s’erano raccolti i chierici con i loro ricchi accoliti. Si videro costretti a svolgere le loro funzioni rituali nei cantucci predisposti da secoli al culto, mentre la montagna e la valle del Castello erano piena di ciò che vedevano come un’offesa intollerabile alla loro idea di sacralità. Secondo i loro crismi quel fiume di canti non aveva neppure diritto all’esistenza. In altri tempi avrebbero arrestato e bruciato vive tutte le componenti della processione. Ma ora quelle terre erano sotto il Conte e questi, differentemente da chi venne prima di lui, non rimangiava la sua parola per paura del loro potere.

In questo modo entrai nella Via del Canto, non saprei dire il momento preciso in cui indossai anche io la veste bianca delle mie sorelle, ma queste mi trasmisero quel Crisma che gli sciamani chiamano Medicina. Prima della Catastrofe ero tutt’altro che un’artista, poiché avevo relegato, a motivo dei terremoti emotivi della mia adolescenza, simile vocazione in una necropoli interiore, dove giacciono i destini rifiutati, fra i miasmi della menzogna che evaporano nell’anima. La Catastrofe sollevò quelle terre dimenticate alla luce del Daimon e riconobbi il destino nel suo volto. Shima era la manifestazione del Daimon, mi chiamò in quel Castello perché il Conte e la Montagna testimoniassero la mia rinascita alla Via del Canto. E conobbi un nome nuovo: Æsherah, così scrissi il Suo Poema e raccolsi il mio destino:

Fra i reami della tempesta,

Scuote rami di cosmo

La sua ala.

Gli astri rabbiosi ghermisce

Terribile nella sua scia

Lei fiera.

Foglio dal Manoscritto ÆSᵜERA

Capitolo 1-Apparizioni

Serie: Ritorno alla Singolarità


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni