Catia Trombosi

Sulla prima pagina del quotidiano “Molisn’t” esposta in bella vista nelle edicole del paese, campeggiava, a titoli cubitali : “Mediatrice culturale muore soffocata dallo sperma in un orgia con migranti”.

Quella Domenica in Settembre ci fu il record di vendite del giornale locale che triplicò per numero di copie anche il nazionale “Il Mattino”.

“Sembrava tanto na brava uagliona, sempre disponibile, generosa, invece era na zoccolej linfomane”, una rara specie di essere affetto da linfoma e ninfomania secondo la linguacciuta Signora Mena, fiorista sul corso principale.

Ma in fondo chi si sarebbe accollata quella pratica del Centro Migranti, li al Roxy?

Un vecchio hotel scalcinato, un rudere ormai caduto in rovina a causa di un incendio che con i fondi europei pro-migranti é stato rimesso a nuovo facendo la fortuna dei proprietari.

In paese girava la leggenda che quell’Hotel un tempo fastoso, fosse maledetto: Distrutto da un incendio sul finire degli anni ottanta, nel suo massimo splendore, un quattro stelle che fungeva anche da una discoteca della zona in pieno periodo disco music. Pare che anche il Blasco nazionale in una tappa di un suo vecchio tour al sud abbia sostato al Roxy e rischiando un overdose sia stato preso per i capelli.

In seguito divenuto residenza saltuaria del mostro del Circeo, Angelino Izzo per giungere ai tempi recentissimi come scena del crimine di sesso selvaggio e meticcio.

Insomma aveva fama del Chelsea Hotel del Sannio.

Catia Trombosi si era laureata in Lingue Straniere; parlava fluentemente inglese, francese, ed uno stentato arabo, con inflessioni iserniane, zinghere e cipollare.

Poi un po’ per filantropia un po’ per business si era messa a frequentare un corso da Mediatore Culturale ad Isernia dove risiedevano legalmente diverse cooperative di pulizie improvvisatesi per l’accoglienza.

Era il 2018 quando ci fu la grande emorragia di migranti dal Nord Africa diretti verso le coste della Trinacria.

In concomitanza spuntarono come funghi maldestri rifugi, coperture abitative tirate su in fretta alla bene e meglio, convertite in Cas (Centri Accoglienza Straordinaria) e Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) ed altri Hotspot sparsi tra Sannio, Daunia e Basilicata.

Maria Emily, amica intima di Catia, su una chat di gruppo uozzap denominato “Catia Non Tromba”, sequestrata poi come prova per le indagini dagli inquirenti, dopo il fattaccio, aveva scritto ad altre due amiche comuni, ma meno intime, una certa Barbarella e la sorella di questa Carmela, che Catia le aveva confessato che oltre alla crescita professionale aveva scelto di candidarsi al centro migranti “per rimorchiare qualche big bamboo…”, testuale.

Perché ad Isernia e dintorni non si batteva chiodo.

Sebbene Catia, nonostante un muso porcino e dei nei brunovespici randomici, che si ostinava a non rimuovere, avesse avuto i suoi flirt giovanili.

Quelli al sapore di big bubble con i rossetti neri o fuxia e alle orecchie la musica dei Pearl Jam, Nirvana, Spin Doctors, insomma il brodino riscaldato di Mtv metà anni novanta, che mesciava mainstream con alternative.

Quell’amore che strappa le forcine dai capelli era ormai andato, chiedo venia al de De Andrade per la licenziosità, quell’amore che la Trombosi non riusciva a trovare neanche nel proverbiale tromba-amico cosi da farla incappare in una tromba-astinenza giurassica alla quale non sapeva come metter fine.

Non erano serviti gli estremi tentativi nel girone dei nerd terminali di iscrizioni a corsi di scrittura creativa, a quelli di sommelier, allo spinning o al padel, ormai sport nazionale.

Negativo; niente da fare, sembrava che la nostra butterata stagionata fosse un pesce fuor d’acqua in qualsiasi habitat: emarginata anche nel marginalismo nazional popolare.

Ma i media pompavano massivamente notizie sull’impennata dei flussi migratori e Catia osservava con lascivia clinica questi neri con muscoli definiti e visi scolpiti in maschere antiche: visioni di catene, canti spiritual simil Kunta Kinte, bondage e fibie borchiate, si susseguivano nell’ipotalamo generando un brivido che la stordiva nei pressi del plesso solare.

Da li ad una escalation libidica il passo era breve: si fiondava su pornhub e cercava compulsivamente gangbang interazziali fino a farsi scintillare il grilletto sfrullinandosi come un saldatore industriale.

Ettolitri di sperma africano, spermatozoi contenenti il Dna celebre ma infetto di Fela Kuti e quello maledetto di Papa Legba, corrodevano ogni sera Catia, serrata in un five to one nel suo back office dietro quella che era stata un tempo la reception del Roxy.

Nessuno poteva sapere di queste pratiche psicomagiche e liberatorie nel giro del Roxy. Tantomeno i suoi colleghi, operativi al Centro.

Ma quella febbre del Sabato sera se la portò via per sempre. L’afterwork le fu fatale. Catia infatti si era trattenuta oltre l’orario di lavoro come era solita fare per svolgere queste pratiche extra.

Insaccata come una salsiccia con cinture esotiche di mamma africa, e con un imbuto infilzato in gola come una tracheotomia, da cui il seme straniero colava direttamente nella sua cavità orale, la mediatrice veniva costretta, ma neanche troppo, in una bukkake italo-nigeriana.

Lasciata soffocare dal liquido lattiginoso, impossibilitata a muoversi, mentre il gruppo di fusti del Benin se ne era andato a vedere la finale della Coppa d’Africa, Nigeria vs Marocco sul maxischermo nel refettorio, dimenticandosi di slegarla.

Sincronico come uno scarabeo junghiano,il brano che stavano passando in filodiffusione: “E poi ci troveremo come le star a bere lo sperma al roxy bar”.

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Discussioni

  1. Dissacrante nella sua tristezza, trovo che il tuo racconto rifletta alla perfezione lo stigma di un ultimo (in questo caso Catia) considerato ultimo anche dagli ultimi (che hanno preferito a lei una partita di pallone)

    1. “invece era na zoccolej linfomane”, una rara specie di essere affetto da linfoma e ninfomania secondo la linguacciuta Signora Mena, fiorista sul corso principale.” Non so perchè ma il testo si era cancellato

  2. Questo è quello che si definisce un racconto grottesco, umoristico e sarcastico tutto insieme! A cominciare dal giornale Molisn’t che mi ha fatto piegare dalle risate. Proprio un bel racconto, complimenti!

    1. Grazie Carlo. Il termine Molisn’t è ormai di dominio pubblico, c’è tutta una teoria sulla non esistenza del Molise: una piccola regione spesso dimenticata anche dalle carte geografiche 🙂