Cé nella valle dei Data Center

L’enorme escavatore aveva già abbattuto il muro nord della fabbrica. Cé rimase immobile dietro la rete arancione del cantiere, per quasi quarant’anni aveva attraversato quel cancello ogni mattina, senza pensarci troppo, come si fa con le cose che sembrano destinate a durare per sempre. Ora, al suo posto, un cartello annunciava: «AREA DESTINATA A DATA CENTER DI NUOVA GENERAZIONE»

Dietro il cartello le ruspe avanzavano tra polvere e cemento, anche nella pianura, tra campi e boschi, sarebbero sorti altri complessi tecnologici, li chiamavano infrastrutture strategiche; a lui sembravano cattedrali sconsacrate.

Per gran parte della vita aveva insegnato alfabetizzazione informatica ai suoi colleghi, aveva sempre creduto che la tecnologia potesse ampliare gli spazi della libertà, ma aveva anche imparato che ogni strumento può diventare una chiave oppure una catena.

Osservando il paesaggio notava quanto fosse cambiato, si parlava ovunque di innovazione e intelligenza artificiale, eppure molte persone continuavano a faticare nella comprensione  del testo e del mondo che le circondava.

Perfino le parole sembravano cambiare significato, il cittadino diventava utente, l’utente cliente, e il cliente doveva smetteva di fare domande.

Molti protestavano per il consumo di suolo e per il futuro dei figli, altri alzavano le spalle,  «Ci penseranno quelli che stanno lì apposta.»

Una formula rassicurante, ma anche una rinuncia.

Le nuove élite economiche continuavano a raccontare il progresso come un destino inevitabile. In molte parti del pianeta uomini e territori venivano sacrificati per sostenere la corsa tecnologica.

A Cé tornò alla mente l’immagine di Adamo, Eva e il serpente, solo che ora il frutto proibito aveva assunto la forma di un algoritmo.

Ma ciò che più lo inquietava era altro. Sempre più persone si rivolgevano all’intelligenza artificiale come un tempo agli astrologi. Cercavano risposte invece di costruire domande, dimenticando che il destino si crea.

Immerso in questi pensieri raggiunse la contrada San Bartolomeo. Lì vide un uomo seduto sul bordo di un vecchio abbeveratoio. Indossava un mantello scuro e teneva fra le mani un grosso libro.

Senza alzare lo sguardo disse: «Non cercare la terra giusta, non esiste ancora. Cerca gli uomini giusti, quelli capaci di ascoltare. Saranno loro a crearla.»

«Chi sei?» chiese Cé.

L’uomo chiuse il volume: «Mi chiamano Tommaso Moro.» Il vento mosse appena il mantello.

«Ho immaginato un’isola senza padroni né servi, non l’ho trovata, l’ho raccontata , ogni racconto autentico è un seme e i semi, prima o poi, germogliano.»

Cé lo seguì fino ai ruderi del castello di Castriccioni. Tra le pietre antiche apparve un secondo viandante.

«Io sono Tommaso Campanella, ho sognato una città dove la conoscenza appartiene a tutti e il sapere è condiviso.»

Cé ascoltava in silenzio, pensava a quanto la velocità dominasse il suo tempo, tutto doveva essere immediato, misurabile, produttivo. Eppure amicizia, cura, conoscenza e bellezza continuavano a crescere lentamente, il mattino seguente incontrarono un terzo viandante.

«Mi chiamano Marx. Ma potete chiamarmi Carlo.» Li guardò con un sorriso stanco.

«Ho visto il lavoro trasformarsi in catena e la libertà ridursi a slogan. Ho cercato di offrire agli ultimi uno strumento per comprendere il proprio tempo, ma le idee, una volta consegnate al mondo, non appartengono più a chi le ha scritte.» 

I tre continuarono insieme, a Cé sembravano fiumi diversi diretti verso la stessa foce: la sete di giustizia.

Quando arrivarono a Elcito, il borgo apparve sospeso tra cielo e pietra, «Forse da qui si può ricominciare» disse Cé.

I tre uomini osservarono a lungo le case.

Moro parlò per primo: «Ogni essere umano è responsabile dell’altro, senza coscienza morale ogni istituzione finisce per corrompersi.»

Marx annuì. «Ma l’avidità non nasce soltanto nei cuori, nasce anche nei sistemi che premiano la competizione e trasformano tutto in merce.»

Campanella intervenne: «Io temo soprattutto l’ignoranza, un popolo che non comprende il mondo in cui vive finirà per affidarsi a chi pretende di comprenderlo al posto suo.» 

«La conoscenza da sola non basta» disse Marx.

«Ma senza conoscenza non si riconosce la propria catena» rispose Campanella.

Cé osservò i tre uomini. Non erano mai stati davvero d’accordo, eppure ognuno custodiva qualcosa che agli altri mancava.

Moro parlava alla coscienza, Campanella all’intelligenza, Marx alla giustizia sociale.

Allora disse:

«Forse il futuro non nascerà dalla vittoria di una sola idea, forse nascerà dalla capacità di tenere insieme ciò che ciascuno di voi ha compreso: una comunità che coltivi la coscienza, condivida il sapere e rispetti il lavoro.»

I tre non risposero, ma i loro sguardi sembrarono convergere verso lo stesso punto.

In quel momento Cé comprese una cosa: il mondo moderno non aveva bisogno di nuove risposte, di risposte ne possedeva già troppe. Aveva bisogno di nuove domande, le domande disturbano, per questo il potere teme e reprime chi domanda e ama e premia chi obbedisce.

Alla luce del mattino intravide una società non perfetta, ma più umana, dove il sapere fosse condiviso, il lavoro rispettato e la dignità riconosciuta come bene comune.

Quando riprese il cammino verso Poggio San Vicino si voltò un’ultima volta. Elcito stava già scomparendo dietro la vegetazione.

Sorrise. Non perché avesse trovato una risposta, ma perché aveva ritrovato una domanda abbastanza grande da meritare una vita.

Mentre la spianata dei data center si preparava a sorgere nella pianura, Cé continuò a camminare, non per fuggire dalla storia, ma per ricordare agli uomini che nessuna tecnologia potrà mai sostituire il compito più difficile: restare umani.

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Discussioni

  1. Ho letto i tuoi primi tre racconti: quello che dici è giusto, non è la tecnologia a rovinare i rapporti umani, bensì il modo in cui la si usa. La cattiveria umana, in generale, avvelena e distorce per i propri interessi, sfruttando ideologie politiche, religioni e tant’altro. Forse a noi arriva solo ciò che conviene al potere. A noi il compito di cogliere il meglio in ogni cosa e di non marcire nell’accidia. Bravo, Cesare!

  2. Complimenti soprattutto per i pensieri e le considerazioni contenute nel racconto: mai banali, così vere eppure così colpevolmente ignorate. Soprattutto da chi detiene il potere.