Cè, San Saulo e la banca che non c’è più
Cè veniva da un paese di collina nel cuore della penisola, un luogo che pochi ricordavano, tante colline e un monte, come un segnalibro lasciato da Dio nella storia della regione, che sembrava indicare la strada ai viandanti. Da bambino ricevette in dono un salvadanaio dalla Cassa di Risparmio del paese; gliela consegnò un impiegato che forse era amico di suo padre, forse no. Era una scatola d’acciaio verde, con una feritoia stretta come la bocca di un creditore. Cè passava ore a tentare di recuperare le monete infilando la punta di un coltello nella fessura del salvadanaio; ma proprio quando ci stava per riuscire, un rumore improvviso lo costringeva sempre a ricominciare.
Assieme alla cassettina ricevette un’agenda con una frase stampata in copertina: «Il risparmio è la prima fonte di guadagno.»
Per anni quelle parole gli rimasero in testa; anche se per lui il risparmio non era ricchezza, ma un filo sottile utile a tenere uniti il pranzo con la cena e a conservare qualche sogno.
Passarono gli anni. Cè attraversò città e nazioni, lavorò, sognò e faticò, conservava sempre qualcosa di incompiuto: bozzetti, progetti, ricordi e desideri rimandati. Anche la cassettina finì in fondo a un cassetto, accanto a fotografie, vecchi occhiali calzini spaiati.
Poi arrivò il momento di chiedere un mutuo. Trovò una banca chiamata UBI. Il nome gli piacque: gli ricordava le frasi latine studiate da ragazzo e sembrava promettere una patria ai suoi sogni.
Il direttore era un omone dai capelli rossi, avvolto in una vecchia grisaglia, che picchiettava sulla calcolatrice come un sacerdote davanti a un altare finanziario.
«Lei è solvibile e degno di salire sul nostro Olimpo.» Poi aggiunse: «Ho un amico, un certo San Patrizio. Troverà la casa giusta per te.»
Cè non fece in tempo a capire, si ritrovò davanti a una calcolatrice, poi a un notaio immerso nell’ombra che leggeva formule preconfezionate. Cè firmò tutto: mutuo, assicurazioni, carte e clausole.
UBI gli concesse il prestito, San Patrizio la casa.
Architetti, muratori, idraulici e mobilieri gli vennero presentati come membri della stessa confraternita.
«Ora sei uno dei nostri.»
Cè uscì con una cartellina sotto braccio e una sensazione difficile da descrivere. Aveva una casa nuova, ma anche un nuovo padrone. Il mutuo gli apparve come una lunga catena fatta di zeri.
Poi, un giorno, arrivò un messaggero, metà uomo e metà scooter. Gli comunicò che i tempi erano cambiati.
La banca UBI era stata assorbita da un nuovo padrone: un certo San Saulo.
Da quel momento avrebbe dovuto rivolgersi all’app, un sistema più moderno, più efficiente e, all’occorrenza, alla banca più distante. Un santo digitale che viveva dentro un’app e controllava debiti, scadenze e movimenti in tempo reale.
Cè non capì molto dell’ammortamento alla francese. Gli sembrava il nome di un vecchio morbo transalpino e non gli piacque affatto. Così cercò informazioni.
Trovò un oscuro manoscritto che narrava la leggenda di San Saulo.
Figlio di un contabile e di una visionaria, Saulo era cresciuto tra registri, cambiali e calcoli. Amava i numeri più delle persone. Divenne presto amministratore di crediti deteriorati e iniziò a perseguitare debitori e clienti con lettere, solleciti e richieste.
Un giorno, sulla via di Damasco, venne colpito da una luce improvvisa. Una voce gli disse:
«Perché perseguiti i miei debitori? Apri una banca, concedi prestiti, fidelizzali e diventa padrone delle loro vite.»
Saulo obbedì. Fondò il primo istituto a Torino e, poiché il miracolo funzionava, aprì filiali a Sodoma, Corinto, Efeso e Roma.
La fede si trasformò in marketing, le indulgenze in prodotti finanziari e le benedizioni in servizi premium.
I confessionali divennero sportelli, il nuovo vangelo proclamava: «Beati gli azionisti, perché loro sarà il dividendo.»
A Corinto si misuravano le prestazioni spirituali, a Efeso si adorava il rendimento composto, a Roma predicavano e brucavano consulenti e politici.
La carità divenne un investimento, la grazia una forma di rendimento.
Quando il sistema raggiunse profitti celestiali, arrivò però un Revisore Celeste.
Scese dal cielo con un audit cosmico sotto il braccio. Controllò conti, indulgenze, lettere e bilanci.
Scoprì che i miracoli erano leve finanziarie, che le promesse erano gonfiate e che la fede era stata venduta come un prodotto commerciale.
Con un solo tratto di penna declassò l’intero sistema, Il titolo crollò, le benedizioni vennero congelate.
E San Saulo fu costretto a ridimensionare il proprio regno.
Intanto Cè era seduto su una panchina sotto un albero d’autunno, teneva sulle ginocchia la vecchia cassettina verde. Sulla superficie compariva ora una nuova scritta: «Il risparmio è la prima fonte di guadagno, esclusi i presenti.»
Cè ora aveva pochi debiti, l’app bancaria sul telefono, qualche moneta nella scatola e molti anni alle spalle.
Osservando le foglie cadere come monete, ricordò la banca del suo paese. Ricordò l’odore della carta timbrata, della terra arata, delle vigne e del caffè.
Si ricordò del vecchio impiegato che parlava piano e considerava il denaro un mezzo, non un fine.
Mentre pensava, un bambino si fermò davanti a lui. Indicò la cassettina ed esclamò:
«Cosa c’è lì dentro?» Cè sorrise: «Forse qualche moneta, sicuramente qualche sogno finito in fondo a un cassetto.»
«È un salvadanaio?»
«Sì» rispose Cè. «Me lo regalarono quando ero piccolo. Un uomo saggio mi disse di metterci dentro qualcosa, non per diventare ricco, ma per non diventare povero. Io ci misi dei sogni.»
Il bambino rifletté, «Io ho un salvadanaio a forma di dinosauro, ma i soldi stanno in banca.»
Cè accarezzò la scatola e rispose:
«Riempilo di ricordi, allora, di amicizie, di abbracci e di giornate felici. Il risparmio è utile, ma la vita è urgente.»
Il bambino sorrise e corse dietro al suo pallone.
Cè rimase sulla panchina. Guardò ancora la sua vecchia cassettina, pensò allo slogan che lo aveva accompagnato per tutta la vita e fece una smorfia.
Le banche moderne custodiscono slogan e denaro nei caveau. Ai clienti concedono credito soltanto quando un algoritmo stabilisce che possano essere spremuti ancora un po’.
Un tempo ti regalavano una cassettina per custodire i sogni; oggi ti concedono di sognare, purché i sogni siano i loro.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Cesare, ho letto con molta curiosità questo tuo racconto. Ti espongo la mia chiave di lettura: le banche nella parabola del racconto diventano una sorta di sacerdoti del credito; in pratica il mondo finanziario sostituisce il rapporto umano. Trovo questo tuo testo estremamente attuale in ogni sua parola, la fede incondizionata nel denaro che prende il posto alla fiducia delle persone. Con questo brano ho percepito che il denaro in un tempo oramai remoto era solo un mezzo e non il fine ultimo. Ti faccio i miei complimenti per come hai esposto questa idea, bravissimo 👏👏
“«Riempilo di ricordi, allora, di amicizie, di abbracci e di giornate felici. Il risparmio è utile, ma la vita è urgente.»”
👏 👏 👏
Umorismo, ironia e (purtroppo) verità, tutto insieme: bel mix, anche se non ho trovato da nessuna parte una traduzione nella mia lingua della parola “grisaglia”. Poco male, il senso l’ho capito lo stesso.
E pensare che le banche erano nate per finanziare il credito, cioè prestare soldi a chi lavora per poi riaverli ad un interesse pressochè simbolico… quanta acqua è passata sotto i ponti, da allora.
Speriamo solo che, un giorno, le travolga tutte.
Ciao Sisu, grazie per la tua riflessione, grisaglia deriva dal francese: grisaille un tipo di stoffa, nel caso specifico indica anche l’abito, che portavano gli impiegati di fine novecento. Sicuramente non è un termine che si usa tutti i giorni me ne scuso