Cé sospeso tra due mondi

Cé accese il suo PC e iniziò a consultare le solite agenzie stampa per dare uno sguardo al mondo, quella mattina gli arrivò addosso l’odore acre delle guerre, come se l’umanità stessa corrotta fino al midollo, iniziasse a imputridire.

Guerre in tutto il mondo, i bambini di Gaza e le loro morti negate, le baby gang nostrane che sfidano la vita per un like, e far parlare psicologi e opinionisti seduti nei salotti di TV malate, dove giornalisti proni al potere conducono trasmissioni come novelli paladini.

Città che sembrano crescere come tumori di cemento che imbellettano i quartieri ricchi, lasciando le periferie a fagocitare se stesse nell’abbandono e nella maledizione, i poveri utilizzati come spot elettorali. Ogni titolo un colpo secco, ogni immagine una sconfitta.

Poi passò ai social, moderne cattedrali dove potersi cullare nella pigrizia ed esercitare una bilocazione atea tra paesi e case e antiche amicizie lasciandosi condurre alla perdizione più che alla santità.

In questi suoi viaggi spesso gli accade di usare Google-Earth, cercare strade percorse e luoghi visitati, a volte con la necessità di rinverdire ricordi, rivivere luoghi assopiti nella mente e averli di nuovo abbastanza vicini da sentirne la carezza, ma lontani quel tanto da non esserne stritolato, avvertendo ogni volta una stretta alla gola.

Vedeva le colline della sua prima adolescenza apparire sullo schermo, immobili e serene come allora, anch’esse con le ferite volute dall’avidità dell’uomo.

Le strade sterrate, le case basse, il garrire delle rondini a sfiorare i tetti delle fattorie che apparivano sempre più abbandonate, poi campi di grano e papaveri come quadri di Cascella, l’odore del fieno e dell’erba appena tagliata.

Distratto, mentre l’immagine digitale si stava caricando lentamente sullo schermo, sovrapponendosi ai ricordi, Cé si ritrovò immerso in rumori antichi; il ronzio delle cicale, il rimbombare di un pallone contro il muro intonacato a sabbia, il vociare dei suoi compagni, le voci degli artigiani nelle botteghe. Le mani degli anziani, il tonfo pesante che producevano calando la briscola sui tavoli delle osterie.

Il vento intanto girava per le colline verdi giocando con le foglie e con i fili d’erba, soffiando tra i filari, per accarezzare le pampine e spettinare le volpi, ferme dai tempi di Esopo e di Fedro bramose di quell’uva per loro irraggiungibile

Erano ricordi così vivi da sembrare presenti, come se il tempo avesse trovato un varco tra dimensioni parallele dove passato e presente tornano a respirare all’unisono.

Cé sospeso tra due mondi, quello lento, umano e saggio dei suoi nonni e dei suoi genitori, e quello veloce, affamato, scomposto del presente.

La falsa libertà, una mela avvelenata regalo arrivato dal nuovo mondo il dogma del dover correre per consumare in fretta, produrre per accumulare, gettare quello che non si consuma, sprecare perché il fatturato deve essere in continuo progredire. Un mondo che ha trasformato la velocità in un obbligo e la lentezza in una colpa.

Cé chiuse il computer sarebbe dovuto andare a Milano per un appuntamento con degli ex colleghi, pochi chilometri una strada percorsa migliaia di volte per andare al lavoro, avrebbe dovuto soltanto infilarsi nel traffico dell’ora di punta: viaggiare come sempre affiancato e allineato ad un fiume di auto nervose, clacson, sirene, semafori.

Uscito dal box accadde qualcosa di strano. Cé si fermò, il suo piede si fece pesante sul freno, le mani sul volante iniziarono a sudare, il suo cuore non batteva più in sincrono con il ritmo della città.

Non voleva più correre come aveva fatto per decenni, finalmente aveva realizzato che il modello di società universalmente riconosciuto chiedeva una velocità che non era più la sua, il suo corpo e la sua mente, finalmente si rifiutavano di obbedire.

Intorno a lui le auto avanzavano, gli scooters si infilavano negli spazi vuoti, si contendevano centimetri come fossero territori. Cé restava immobile, come un uomo che ha appena capito che gli altri erano fuori posto.

Fu in quel momento che comprese che la vita dei suoi nonni quella lenta, fatta di rumori naturali e di tempi umani non era solo un ricordo: era un richiamo.

Cé rimase fermo, mentre il mondo continuava a correre, nella sua immobilità comprese che la salvezza non sarebbe arrivata da un nuovo algoritmo partorito dall’ennesimo data center divoratore di terra acqua e di energia.

La salvezza, dell’umanità arriverà quando l’essere umano prenderà coscienza dell’utilità dell’inutile: dell’utilità del tempo ben sprecato, dai gesti lenti, dai luoghi che non producono nulla se non la vita sotto ogni sua forma.

Solo quando smetteremo di immaginare consumo e crescita come necessari e torneremo a custodire e produrre nei tempi del ciclo cosmico ciò che ci nutre, la civiltà e il pianeta potranno respirare di nuovo e sopravvivere per le generazioni future.

Intanto su Facebook Cè legge della chiusura della trattoria di Anita, quella chiusura non è solo la fine di un locale, ma la fine di un’epoca, allo stesso tempo è un invito, un richiamo a custodire ciò che resta della tradizione, difendere la lentezza come si difende un bene prezioso, fragile, necessario.

E in quel silenzio, davanti a quella porta chiusa, comprese che la salvezza può cominciare anche dal rammarico di un luogo che smette di produrre.

Cé rimase lì ancora un momento, come se quel silenzio avesse bisogno di essere ascoltato fino in fondo, il traffico continuava a scorrere alle sue spalle, nervoso e cieco, ma non lo riguardava più, sentì che qualcosa dentro di lui si era finalmente allineato: non al ritmo della città, ma a quello della vita che aveva dimenticato.

Non era una decisione clamorosa, nessuno l’avrebbe vista o celebrata, eppure, mentre inspirava l’aria ferma di quel vicolo, Cé capì che aveva scelto da che parte stare, la lentezza non era un ricordo, era un ritorno ai gesti che non producono, ai luoghi che non servono, ai tempi che non accelerano.

Fece un passo indietro, poi un altro, non verso il passato, ma verso una forma diversa di presente. E mentre si allontanava dalla porta chiusa della trattoria, ebbe la certezza che la salvezza dell’uomo comincia sempre così: da un luogo che rimane nella memoria e dall’uomo che smette di correre

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