C’è un uomo là fuori

Serie: Hidden


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Vincent si risveglia, dopo una notte di fredda passione, nella sua solita vita fatta di solitudine e ricordi del passato. Qualcosa però inizia a sconvolgere questa vita.

Mi svegliai presto, il mattino seguente, portando istintivamente il braccio sull’altro lato del letto. Trovai solo cuscini e lenzuola stropicciate. Raccolsi le coperte tra le mie braccia, e restai ad ascoltare la pioggia cadere sui vetri della finestra a bovindo, sulle foglie e sulle lamiere delle pensiline. I pensieri presero a svilupparsi, e i ricordi iniziarono ad emergere.

In qualche modo, non ero riuscito a restare al passo. Continuavo ad affannarmi, cercando di diventare qualcuno, arrancando lungo un sentiero fangoso che non era il mio. E più ci provavo, più mi scontravo con il fatto che il mio posto, nel mondo, non era in alto ma in basso. Eppure, non riuscivo a rendermene conto, o forse semplicemente non volevo ammetterlo.

Mi sedetti, appoggiando i piedi sul pavimento freddo. Avevo notato che, nonostante da qualche anno dormissi da solo, continuavo a rannicchiarmi sul lato destro del materasso. Non sconfinavo mai nella sponda sinistra, per paura di invadere il posto di quello che era solo un fantasma della mia mente.

Misi le pantofole e mi avvicinai al termostato, che per tutta la notte era stato spento. Mi affacciai alla finestra, osservando gli alberi dalla corteccia fradicia. Non indossavo gli occhiali, e ogni oggetto appariva sfocato, diluito con il mondo circostante. Una folata di vento mosse un cespuglio, poco oltre il marciapiede, non appena posai lo sguardo su di esso.

In salotto, Clay mi accolse con un’occhiata di rimprovero. La sera prima ero filato a letto senza nemmeno dargli la buonanotte. “Buongiorno, Clay” dissi accendendo il fuoco sotto alla caffettiera. Clay sbuffò a lungo, poi brontolò.

“Non sarai geloso?”

Gli riempii la ciotola di croccantini, e lui tornò a dormire. Sì, l’avevo fatta grossa, e non potevo di certo cavarmela con poco. Tuttavia, avevo in mente qualcosa. Tutto dipendeva dal Signor Dewey, il mio capo in ufficio.

Mi voltai per spegnere il fuoco e versarmi una tazza di caffè. Lo zucchero era finito, e forse per quello iniziai a irritarmi. Qualcosa non andava.

“Santo cielo, Clay!” mi voltai, notando però che il cane dormiva, dandomi la schiena. Ancora quella sensazione del giorno prima.

La finestra del salotto dava sul boschetto, lo stesso che potevo ammirare dalla mia camera da letto. Il cespuglio che avevo notato da appena sveglio cadeva proprio al centro del quadrante, da dove mi trovavo in quel momento, in cucina. Fu allora che credetti di vederlo la prima volta.

Sarà stata la diversa angolazione; o la luce, la pioggia che si era calmata; il contrasto con lo sfondo che ora non era più il terreno cosparso di foglie inscurite dall’umidità, ma la foschia bianca. In quel momento, riconobbi una figura tutta scura, acquattata tra i rami.

Rimasi con il cuore in gola a scrutare il boschetto subito oltre il marciapiede. Ero senza occhiali, e non riuscivo a vedere nulla nitidamente, quindi me ne stetti lì a cercare di capire cosa stavo guardando, chiedendomi se non stessi dando di matto. Nella tensione crescente, lottai. Quando alla fine riuscii a sbloccarmi, salii le scale con un balzo e afferrai gli occhiali. Per la fretta, inforcandoli mi infilai una stanghetta nell’occhio, urlando per il dolore. Mi chinai a cercare gli occhiali, che nel portarmi le mani all’occhio ferito erano caduti, e li toccai appena sotto al letto, vicino al comodino. Li indossai e, nonostante il dolore, tutto tornò ad apparirmi chiaro. Corsi al bovindo, e il cespuglio era proprio lì, sotto la finestra. Tra i rami non c’era niente. Una folata di vento scosse l’arbusto, e una foglia ingiallita volò lontano.

Non ricordo per quanto tempo restai impalato a guardare tra gli alberi. Fu Clay a riportarmi alla realtà, abbaiando. Più che mai preoccupato – non vedere nessuno là fuori non mi tranquillizzò, anzi aumentò la sensazione di disagio – corsi in salotto. Dovetti sforzarmi per non perdere la pazienza: Clay era seduto alla base del tavolo a penisola della cucina. Avevo lasciato la sua ciotola di croccantini sul ripiano.

* * * *

Mi tranquillizzai solo dopo aver compiuto una ronda per la casa, controllando che tutte le finestre dell’appartamento fossero ben chiuse. Clay, che alla fine aveva trovato nei croccantini un motivo valido per perdonarmi, mi tenne compagnia. Decisi di non chiamare la polizia.

Dopodiché, mi sedetti, e Clay mi saltò accanto. Davanti al divano avevo posizionato un tavolino in legno, un regalo di mia madre di quando mi ero trasferito nella mia casa. Sopra, giaceva l’orologio; un Seiko meccanico dal quadrante azzurro. Nella mia modesta collezione, fatta di pezzi non certo preziosi, ma comunque interessanti, era il mio preferito nonché l’unico che indossavo, nell’ultimo anno.

Lo afferrai, chinandomi in avanti per osservarlo attentamente. Passai il pollice sulle maglie del bracciale, ammirandone i riflessi. Lo tenni in mano, sentendone il peso. Passai al quadrante, e notai che la lancetta dei secondi era ferma. Non posso dirlo con certezza, ma è probabile che in quel momento la mia espressione si fosse fatta cupa. Clay appoggiò il muso sulla mia coscia.

Non lasciavo mai che il Seiko, regalo della persona più importante che abbia mai conosciuto, si scaricasse. Come se il movimento in funzione riportasse al presente un pezzo del mio passato più felice.

Impugnai con la sinistra il quadrante. Presi la corona tra pollice e indice e ruotai una volta in senso orario. Avvertii il lieve ronzio della molla che ricaricava. Il movimento prese vita, e i secondi iniziarono a fluire, uno dopo l’altro. Dopo un po’, il movimento si fermò di nuovo. Ricaricai di nuovo, questa volta azionando la molla fino alla carica completa. L’orologio prese vita, e la solitudine parve allontanarsi. Portai la cassa all’orecchio, udendo il fruscio del rotore che ruotava sul perno, fino a fermarsi. E allora, rimasi da solo ad ascoltare il ticchettio continuo, preciso e instancabile del movimento. La vista mi si annebbiò, e gocce calde e amare presero a scendere dalle guance, bagnando il tappeto.

Restai seduto ad ascoltare la voce dell’orologio. Una voce nostalgica, tagliente e dolorosa.

Lui c’era ancora.

Serie: Hidden


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Parecchio riflessivo e introspettivo questo capitolo. Abbandonata (momentaneamente) l’inquietudine della figura fuori dalla finestra, Vincent si lascia andare nei ricordi di un passato più felice, e la scena dell’orologio ha davvero qualcosa di magico. Immaginarselo lì, con la testa china, a ricaricarlo e a sentirne il suono, con la vista che gli si annebbia e le guance che gli si rigano.. riesci proprio a sfruttare bene tutte le parole del testo. Leggevo in una tua risposta che hai fatto riferimento a Shirley Jackson per il tema della solitudine: io non l’ho mai letta, ma a questo punto mi ci stai facendo un po’ incuriosire.

    1. Se ti capita un suo libro per le mani, ti consiglio di leggerlo. Si tratta di letteratura gotica, ma il terrore e l’inquietudine sono resi attraverso “””banali””” storie di vita quotidiana, il che secondo me è qualcosa di straordinario. A volte non servono nemmeno mostri o omicidi per farci provare un forte disagio.

  2. Mi piace molto come esponi il dolore di Vincent, mostrandolo con azioni e frasi d’impatto. È impossibile non provare empatia per lui.
    Come se non ne avesse abbastanza, ora s’insinua questa presenza oscura che, immagino, non sarà l’ultima volta che incrocerà la vita di Vincent.

  3. Un orrore interiore che, d’un tratto, diventa reale, manifestandosi come un’ombra tra i cespugli.
    Ma se non fosse frutto della mente? Questa domanda è il vero perno della storia e ciò su cui tutto sta ruotando.
    Aspetto il prossimo capitolo per scoprirne di più. 👍

  4. Ciao Nicola, ho trovato molto belle alcune frasi di questo episodio, con cui fai capire benissimo la solitudine di Vincent e la sua incapacità di andare oltre. E su tutto questo incombe una minaccia, forse reale, forse immaginata. Molto interessante…