CELENO



Il treno è da poco ripartito dalla piccola stazione di Pontelatone, quando qualcosa risveglia l’attenzione di Marco, forse l’assenza improvvisa del sole sul viso.
Anche quella volta Marco aveva scelto un posto dal lato in cui entra il sole.  Ama il calore sul viso, quando non è lui a guidare.
Su quel treno pomeridiano della ferrovia Alifana, composto da un solo vagone, il ragazzo è uno dei pochi passeggeri.  Il viaggio lo conduce da Roma a un comune nel Matese a lui sconosciuto: Piedimonte, per un corso di scrittura di viaggio.  Poche voci maschili provengono dal fondo del vagone.
Prima di arrivare a Pontelatone, ipnotizzato dal verde monotono che scorreva alla sua sinistra e dal dondolio del treno, Marco quasi si appisolava, i ricci corvini appiattiti contro il finestrino.
Ma appena lasciata la stazione, il giovane d’istinto guarda fuori dal finestrino e gli sembra che qualcuno abbia spento la luce dentro e fuori dal treno.  Il cielo nero mica è pronto a rompersi sulle campagne dell’alto casertano e poco dopo, fulmini improvvisi sono seguiti da tuoni a distanza di 4, 3, 2 secondi.  Il treno rapido entra nell’oscurità e nel temporale.
Sui finestrini si riflette l’interno del vagone.  È così che Marco si accorge di quegli occhi riflessi che lo fissano. Un brivido impercettibile lo scuote.  Di colpo si gira verso il sedile di fronte.  Una donna lo guarda, ora diritto negli occhi.
“Pioverà ancora e tanto” gli dice la sconosciuta, la cui voce, innaturalmente roca, fa pensare a Marco che si tratti di una fumatrice.  Gli viene voglia di una sigaretta e senza pensarci inspira profondamente, ma nell’aria non c’è puzza di fumo.
I due conversano del maltempo eccezionale che quell’anno non lascia molto spazio all’estate.  Marco è attratto dall’insolito accento della compagna di viaggio.  “Mi chiamo Celeno” gli dice la donna a un tratto, come se gli avesse letto nel pensiero, e continuando a soddisfare la sua curiosità, gli spiega il motivo del suo viaggio a Piedimonte: un’importante riunione familiare con le sue sorelle.  Al menzionarle, gli occhi di Celeno paiono accendersi per un attimo.  “Dev’essere il riflesso di un altro lampo”, pensa Marco.
Mezz’ora passa in un attimo e il capotreno annuncia: “Prossima stazione Piedimonte Matese, fine corsa, si prega di scendere”.
I pochi passeggeri si preparano a lasciare il treno.  Marco si avvia per il corridoio, borsone in spalla, seguito a piccoli passi da Celeno. Senza voltarsi, le chiede se potrà rivederla uno di quei giorni. “Mi troverai al Chiostro di San Domenico, insieme alle mie sorelle”, risponde la donna.
Il ragazzo accenna un sorriso mentre si accoda ai viaggiatori verso la porta posteriore.
Fuori dal treno il sole, finalmente riapparso, stampa un sorriso sul viso poco abbronzato del ragazzo. Con lo sguardo ancora in cerca dell’uscita della stazione, Marco domanda a Celeno d’indicargli la via per l’hotel in Piazza Roma.  Nessuna risposta.
Subito il ragazzo si volta a cercare la sua compagna di viaggio tra i passeggeri che già si disperdono e più in là, tra un capannello di ragazzini chiassosi all’ombra di un tiglio frondoso.  Celeno è scomparsa.  La bocca di Marco si stringe e sulla fronte gli appare quella rughetta centrale, nota a chi lo conosce bene.  Celeno è forse andata via senza salutarlo?  Magari non è ancora scesa dal vagone.  Impossibile verificare.  Il treno già riparte.
Marco non conosce più nessuno, non riconosce più niente.
Lunghi secondi per decidere il da farsi e poi, quasi di corsa, raggiunge l’ultimo passeggero che esce dalla stazione.  Una breve chiacchierata con ampi gesti indicatori gli permette di raggiungere la sua meta in ventidue minuti di cammino.  C’è tempo per arrivare al suo hotel, ora deve entrare nel chiostro.  Il lucchetto al cancello di ferro grigio, gli ricorda che è sabato sera.  Cerca comunque di guardare oltre la porta di vetro, ma le scritte bianche e il buio dell’androne gli impediscono di scorgerla.
Tornerà l’indomani mattina, e se troverà chiuso, il lunedì sarà di certo il suo giorno fortunato.
Lunedì mattina alle 9, Marco siede sotto il portico del chiostro di San Domenico, in un circolo di sedie pieghevoli a poco a poco occupate dai compagni del corso che sta per iniziare.  I professori ritardano e il ragazzo perde tempo attratto dalle grottesche rinascimentali sopra la sua testa.  Si sente inspiegabilmente incuriosito dalle figure con volto e busto di donna, grosse ali al posto delle braccia e artigli da rapace; si alza per trovarne il pannello esplicativo. Eccone due raffigurate anche là sopra.  Il volto triangolare ma delicato della donna alata in basso a destra, gli ricorda la sua compagna di viaggio che spera di rivedere presto.

ARPIA”1. inizia a leggere “è un essere mostruoso per metà donna e per metà uccello rapace[…] Secondo la mitologia greca, bisogna parlare di Arpie, al plurale, perché sono tre: Aello, Ocipete e Celeno […]”2.

CELENO!

Sguardo e respiro di Marco si bloccano davanti alla scritta.  Come una saetta, la vista di quel nome lo colpisce, penetrandogli nel cervello attraverso gli occhi che non riescono a staccarsene.  Il corpo di Marco è tanto immobile all’esterno, quanto agitato al suo interno dal cuore che pompa sangue a ritmo accelerato.  Non un battito di ciglia mostrato ai compagni che di tanto in tanto s’interrogano sul perché stia lì immobile, invece di seguire la lezione.  Non una parola o un gesto in risposta a quegli sguardi, solo il cuore veloce batte per ossigenare più in fretta l’emisfero sinistro nel tentativo di capire.
Celeno è raffigurata lì da secoli e di nuovo il suo sguardo imprigiona Marco, per compiere finalmente il suo furto diabolico.

“[…] I loro nomi, che significano rispettivamente “Burrasca”, “Vola svelta” e “Oscura”, inizialmente indicano delle tempeste e dei venti; in seguito assumono un’accezione mostruosa, in relazione ai rapimenti di anime […]”3.

Piedimonte ha un’altra vittima e nessuno per il momento pare accorgersene.  Marco pallido torna alla sua sedia, lo sguardo perso in fondo al chiostro.

1. Citazione dal pannello esplicativo presente nel Chiostro di San Domenico a Piedimonte Matese.

2. Idem.

3. Idem.



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