Cenerentolo
《Non è male l’arrosto》disse mia madre.《Un pochino asciutto, forse.》
Mia zia Elena si terse le labbra col tovagliolo.《Ma no, dai. Va bene così.》
Amavo cucinare e dal momento che, quella sera, le donne di casa avevano deciso di ospitare le amiche a cena (e che, a dire il vero, raramente avevo impegni per le serate di fine settimana), mi ero occupato volentieri di preparare le pietanze. Così, sedevo tra loro: a capotavola zia Elena, mia madre ed io su un lato del tavolo e le due amiche di fronte a noi.
Le volte in cui preparavo la cena, potevo trascorrere gran parte delle mie nottate a ripulire e riporre ogni utensile con la stessa dedizione con la quale altri avrebbero lucidato le proprie auto. Si trattava comunque di un’occupazione più soddisfacente rispetto alla possibilità alternativa, ovvero quella di restare per ore disteso a letto ad occhi aperti, senza riuscire a prendere sonno, coi pensieri che mi si facevano intorno, sempre più appiccicosi e densi.
Oltre alla cucina, comunque, c’erano altre cose che mi procuravano piacere. Ad esempio, il verso sibilante che fanno i gabbiani quando cavalcano per gioco le correnti nei giorni di vento, l’odore del caffè macinato, del fumo dei comignoli, dei pennarelli indelebili, il silenzio benevolo di casa mia quando vi restavo solo. Segretamente, però, sognavo di divenire più simile ai miei coetanei, impegnati com’erano in faccende ben più rilevanti. Avevo un amico che scriveva per una testata giornalistica famosa, un altro che vinceva trofei nel ciclismo, un altro ancora che girava il mondo. E mio cugino Enrico, il figlio di zia Elena, lavorava a Londra come direttore d’ufficio; e quando (come stava iniziando ad accadere in quel momento) il discorso si spostava su di lui, andava sempre a finire che si parlava di Enrico per un tempo interminabile.
《L’appartamento che ha comprato Enrico!》stava dicendo mia madre. Si rivolse a me. 《È splendido, vero?》
Io, che non guadagnavo abbastanza per pagarmi un affitto, annuii con lo sguardo sul bicchiere.
《Eh》zia Elena si strinse nelle spalle, guardando le nostre ospiti《visto quanto lavora, se l’è potuto permettere.》
Mentre le amiche convenivano ammirate, trovai la scusa di andare a cospargere la torta di zucchero a velo e fuggii.
Appena fui in cucina (mio naturale rifugio), presi tutto l’occorrente e, attraverso la porta lasciata aperta, proseguii ad ascoltare la conversazione che si svolgeva nell’altra stanza. Le signore gareggiavano ora tra loro a chi avesse fatto il viaggio più bello; e, incredibilmente, vincitore del confronto fu ancora una volta l’assente Enrico.
《La crociera che ha fatto Enrico, però…》
《Già, che meraviglia quella crociera…》
《L’autunno scorso, con la fidanzata…》
Istintivamente fui preso da una certa rabbia e subito provai ripugnanza verso quel mio sentimento, diretto alle uniche persone che davvero mi amavano. Eppure io credo che, in fondo, una parte della nostra rabbia verso gli altri (la parte intima, quella che brucia) sia rivolta in realtà verso noi stessi; ed infatti io mi arrabbiavo con me, con quella vita che desideravo vivere e che invece mi sfuggiva, lasciandomi spettatore tra tegami e casseruole. Presi dalla pentola una forchettata di pasta avanzata, solo per il gusto di sentire che ero in grado anch’io di produrre qualcosa.
D’un tratto, mi parve di notare un’ombra sulla parete, poco distante da me, ed alzai lo sguardo. Sul muro bianco era posata un’enorme falena, grande quanto la mia mano, dalle ali striate di un intensissimo colore marrone.
《Oddio》mormorai, indietreggiando di due passi.
《Cenerentolo》disse la falena.
Mi è difficile descrivere la sua voce. Priva di corde vocali, essa non poteva possedere una voce come la intendiamo noi; la sua era fatata, ultraterrena.
《Pure tu ti ci metti?》le risposi. A sconvolgermi non era tanto l’essermi ridotto a parlare con gli insetti, quanto il fatto che anche un lepidottero qualunque potesse canzonarmi.
Mi versai un bicchiere di vino e lo bevvi tutto.《Se io sono Cenerentolo, allora Enrico è Genoveffo》aggiunsi, e risi forte.
Le donne sentirono la mia risata e, guardandomi dalla sala da pranzo, annuirono, sorridenti: credevano che mi divertissi a qualche loro battuta. Alzai il calice verso di esse, ritenendo che questo fosse ciò che ci si attendeva da me.
《Fai come me, Dario》disse la falena. 《Vola. Ma – ascoltami bene – fallo con ali solo tue.》
《Io non ho ali》risposi 《sono umano.》
《All’inizio, non avevo ali neanch’io. Un giorno, mi rinchiusi nel bozzolo e ne uscii capace di volare: così.》
E, rivelando la sconcertante apertura alare, si gettò in volo oltre la finestra aperta, attraverso cui l’umida aria notturna penetrava a sorsate in cucina.
《Quindi tu sei la mia fata madrina?》chiesi alla falena, anche se non c’era più.
《Dario》mi gridò mia madre《ricordi come si chiama l’azienda per cui lavora Enrico?》
《Arriva il dolce!》esclamai.
Quella notte, sognai il bozzolo. Mi premeva e mi imbrigliava da ogni parte e, nell’oscurità, mi domandai se al mio risveglio avrei avuto anch’io le mie ali. Forse però era soltanto il lenzuolo, che, mentre mi rigiravo nel sonno, mi si era avvolto e stretto tutt’intorno.
Mi è piaciuto molto come hai descritto i gabbiani che cavalcano le correnti, tutto il testo è ben scritto, ma mi è rimasta impressa quella descrizione. Ho bevuto anche io un bicchiere di vino nel leggerlo 😀 Complimenti Maria
Ciao Concetta, grazie per la lettura e per il tuo commento così simpatico! Non sai quanto ti sia grato Dario per ciò che hai scritto 🙂
Ma Dario è già perfetto così, poi le metamorfosi sono inquietanti, soprattutto quelle notturne… Brava, Maria!